TOSCANA – Personalmente, come ho già detto altre volte, sono favorevole a una legge sulle unioni civili, che riconosca diritti, a cui corrispondano doveri, a forme di unione diverse dall’istituto matrimoniale esistente (e quindi sono favorevole anche a preservare il matrimonio come valore fondante la nostra civiltà perché riconoscere le diversità non significa annullare le differenze ma valorizzarle e riconoscerle per ciò che sono altrimenti, come dice Mauro Magatti in un bell’articolo sul Corriere, rischiamo il regime dell’equivalenza: “si può ragionevolmente liquidare, come sta tentando di fare l’Occidente, la distintività della famiglia eterosessuale? Il rispetto della differenza è altra cosa dal regime dell’equivalenza.
Ciò che contraddistingue la famiglia è l’essere costituita da un doppio legame — tra i generi e tra le generazioni — che riconosce e struttura due differenze — negoziabili e flessibili finché si vuole — ma originarie. Non c’entra nulla la morale. Né si tratta di dire che la famiglia eterosessuale è buona di per sé – basti pensare ai problemi legati al paternalismo, al maschilismo, alla violenza – o che nessuna altra forma di unione sia ammissibile. Piuttosto, ciò che deve far riflettere è che a orientare cambiamenti in corso vi è una concezione radicale dell’individuo, che riporta la differenza solo a se stesso. Ad esempio, anche in Italia si cominciano ad introdurre denominazioni neutre del tipo «genitore 1» e «genitore 2». Possiamo considerare irrilevante una tale perdita di varietà simbolica? Non sarebbe forse questa la vittoria finale di un tecnocapitalismo in grado di fare dell’individuo astratto e manipolabile il suo stesso prodotto? E non è forse la stessa imposizione del neutro una violenza simbolica sulla varietà delle differenze?”).
Sono per questo contrario alla stepchild adoption e alla maternità surrogata, o meglio utero in affitto, perché i bambini non sono un diritto di nessuno, ma sono soggetti portatori di diritti; i bambini non sono una merce; la vita non è un mercato; la donna non è un oggetto; la selezione della specie non è degna dell’umanità (ma sono favorevole a individuare forme di tutela per i bambini già nati con maternità surrogata, per gli altri esistono già due genitori biologici, indipendentemente dal fatto che siano separati o meno). Sempre in coerenza con il ragionamento fatto finora, sono contrario anche all’aborto e all’ideologia gender, che niente ha a che vedere con l’omosessualità e con le unioni civili, ma che vuole solo introdurre l’indifferentismo sociale, umano, sessuale e appiattire ancora di più il nostro pensiero nonché uccidere la meraviglia delle diversità che fino ad oggi ha mandato avanti e colorato il mondo.
Ma, a parte il mio pensiero più o meno contorto, scrivo di questo argomento dopo tanto tempo non per parlare del merito della questione (mi pare che il dibattito sia già abbastanza ricco ;-)), ma del metodo. Ovvero: io ho delle idee e cerco sempre di confrontarmi con gli altri, soprattutto con chi la pensa diversamente, in modo civile, senza offendere. A volte, anche per il mio carattere, mi appassiono soprattutto se emotivamente sono più coinvolto. Ma, davvero, credo che il confronto e il rispetto siano l’unico modo per provare a trovare soluzioni a questioni complesse, che coinvolgono la nostra intimità, le storie e il vissuto personale di ognuno, gioie e dolori, temi troppo delicati per scadere nell’offesa e nell’odio.
Ebbene, l’altra sera, durante una partita di calcio, l’allenatore del Napoli Maurizio Sarri ha urlato al suo collega Mancini: “frocio, finocchio”. Mancini, probabilmente sentendosi offeso, ha denunciato l’accaduto nelle interviste del dopogara e secondo me ha fatto bene. Sarri ha risposto dicendo che certe cose dovrebbero rimanere sul campo. Dal che deduco che anche quando un giocatore apostrofa un collega con simpatici epiteti del tipo “negro bastardo” o “zingaro di merda”, come ha fatto ieri De Rossi, tutto debba finire lì e rimanere sul campo. Del resto, come hanno sostenuto un paio di soggettoni alla Domenica Sportiva, dimenticandosi di essere su una rete Rai che fa servizio pubblico, queste mica sono offese… Poi Sarri, non contento, nel tentativo di rimediare, ha pure detto “meglio gay che democristiani”, offendendo di nuovo perché è come dire che fanno schifo entrambi ma, tra i due, preferisco i primi. Alla fine, probabilmente perché qualcuno gli ha spiegato che essere in serie A è un po’ diverso dall’essere in terza categoria (anche se in teoria uno dovrebbe sentirsi un esempio sia nel piccolo che nel grande), ieri Sarri si è scusato. Succede a tutti di sbagliare e, se le scuse sono sincere, ben vengano. Anche se non si capisce come possa essere stato squalificato per sole due giornate. Ma questi sono semplicemente i misteri del calcio.
Ciò che invece mi ha lasciato più allibito è la reazione di certi benpensanti, proprio quelli che quando parlavo di gender mi davano del matto e si sciacquavano la bocca con la bandiera della lotta alle discriminazioni (giustissima battaglia da fare in modo serio contro ogni tipo di discriminazione, che genera sempre ferite, sofferenza, paura, solitudine, che ho pure in parte sperimentato in una certa e per fortuna circoscritta fase della mia adolescenza): costoro se ne sono usciti con frasi del tipo “ma Sarri è un toscanaccio” oppure “è un vecchio compagno, è fatto in questo modo” o ancora “è sempre stato così, che vuoi che sia”. Ragionamento per cui è normale che anche un lumbard un po’ troppo leghista dica “negro di merda” oppure un neonazista nutra odio verso gli ebrei. Non si può.
Sarri sarà pure un vecchio compagno (anche un po’ arricchito), ma non va difeso per forza. Ha sbagliato, e parecchio, e se lo ha sempre fatto è pure un’aggravante. E deve vergognarsi. E Mancini ha ragione. E per favore non capovolgiamo le cose per ipocrisia intellettuale. Se al posto di Sarri ci fosse stato Capello sarebbero ancora tutti a dargli dell’omofobo e del fascista. Ci vuole coerenza. Sempre. Anche quando a fare le cazzate sono gli amici o i vecchi compagni.
Riccardo Clementi
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 26 gennaio 2016




