MUGELLO – Fabio Berti segnala una cosa bella. Non è di origine “mugellana”, ma fa bene a tutti, anche ai cuori mugellani. Quindi molto volentieri proponiamo la sua riflessione su quella splendida lettera dell’insegnante accoltellata da un suo alunno.
La professoressa Chiara Mocchi insegna francese alla scuola media di Trescore Balneario, in provincia di Bergamo. La mattina di mercoledì scorso un suo studente tredicenne, prima dell’inizio delle lezioni, l’ha ferita gravemente con un coltello. Pare che all’origine del gesto ci sia un brutto voto ed il fatto che la docente avesse difeso un altro ragazzo con cui il giovane aveva litigato.
Per fortuna i soccorsi sono stati immediati. Un elicottero del 118 l’ha trasferita in ospedale in codice rosso. Grazie ad una trasfusione durante il viaggio e ad un delicato intervento chirurgico, la professoressa è ora fuori pericolo.
Dal letto dell’ospedale ha trovato forza e lucidità per dettare una lettera di ringraziamento.
Proprio così: un grazie, che ieri ha trovato spazio sulle pagine di vari quotidiani (non tutti, non sempre con il risalto meritato).
Quanto scritto nella lettera fatica a non essere coperto dai dettagli dell’accaduto, dai tanti misfatti, in Italia e nel modo, la cui eco avvelena le nostre giornate.
Qualche tempo fa, dalle pagine di questo giornale, un lettore lanciò la proposta di dare voce alle notizie positive.
Ma non è facile: le nostre cronache rimangono piene di cose negative, di notizie urlate che coprono l’impercettibile sussurro di quanto di nuovo e di bello nasce, di ciò che non fa “più rumore del crescere dell’erba”.
Proporre alla (ri)lettura il testo dettato dalla professoressa Mocchi è prendersi cura di un seme buono.
È il tentativo di lascarci contaminare da una soprendente gratitudine, perché germogli nell’ordinarietà delle nostre giornate.
È infine un grazie a tutti quegli insegnanti che, nelle mille ferite della nostra scuola ed anche nelle nostre scuole mugellane, si dedicano con passione non solo ad insegnare il che cosa, ma anche a suggerire un perché della vita.
Nonostante tutto, insegnare resti un sogno, una vocazione, una gioia grande.
Qualcosa di cui esser grati e che può contribuire a salvare il mondo.
Fabio Berti
Ecco il testo della lettera della professoressa Mocchi
A tutti voi,
adorati alunni, colleghi, genitori, soccorritori, personale sanitario, autorità, forze dell’ordine, familiari, giornalisti, e persone che mi avete circondato da subito di affetto e solidarietà. Sto dettando queste poche righe con la voce ancora flebile, al mio legale, ma con il cuore colmo di gratitudine.Non avrei mai pensato che un giorno avrei dovuto raccontare un dolore così grande, né che avrei attraversato una prova così profonda. Eppure eccomi qui, ancora viva. E questo lo devo a molti di voi. In un attimo, un gesto improvviso e incomprensibile ha spezzato la quotidianità della scuola, trasformando una mattina come tante in un incubo. Quelle coltellate sul mio collo e sul mio torace avrebbero potuto fermare il mio cammino per sempre. So che addirittura la scena è stata ripresa via cellulare, è stata drammatica quanto irreale. Io stessa fatico a ricordarla senza tremare.
Ma subito, attorno a me, si è mosso un mondo di coraggio e di umanità.
Ai colleghi che sono intervenuti senza alcuna esitazione, rischiando personalmente per mettermi in salvo: il vostro sangue freddo e la vostra forza hanno creato una barriera tra me e la morte. Agli studenti che hanno gridato aiuto, che hanno pianto, che si sono spaventati e hanno visto qualcosa che nessuno dovrebbe vedere a tredici anni: sappiate che non porto rabbia né paura nel cuore, ma solo desiderio di rivedervi crescere sereni e protetti.Al personale dell’elisoccorso, che ha bloccato un’emorragia devastante, che ha lottato contro il tempo, che mi ha restituito un battito stabile con un a lunga trasfusione, mentre la linfa della vita usciva dalle mie ferite: non dimenticherò mai le vostre mani ferme e la vostra calma. Ai medici, agli infermieri, agli operatori sanitari che mi hanno accolto, curato e operato con una delicatezza che va oltre il dovere: siete stati famiglia. Alle forze dell’ordine e alle autorità, presenti subito, attente, rispettose, che hanno messo ordine nel caos e garantito sicurezza a tutti. A mio fratello Giampaolo, che ha tremato, pregato, vegliato accanto a me senza mai perdere la speranza. All’avvocato Angelo Lino Murtas, che mi sta accompagnando con sensibilità e competenza in un percorso che non avrei mai immaginato di dover affrontare.
Ai genitori, che mi scrivono, che mi abbracciano anche se solo da lontano, che hanno raccontato ai propri figli il valore dell’empatia e della vita.
A chiunque mi sta mandando messaggi, preghiere, pensieri, anche senza conoscermi: li ho sentiti arrivare tutti, uno per uno, come fili che mi hanno ricucito l’anima. Oggi sono ancora debole, la voce è un soffio, il corpo ha ferite profonde ancora fresche. Ma il mio spirito è vivo. E questa vita è un dono che non sprecherò.So che quanto accaduto ha sconvolto molti di voi. Ha generato paure, domande, forse persino scoramento. Per questo vi dico: non lasciamoci vincere dal buio. Ai miei amati alunni, non fermatevi, non arrendetevi, studiate e preparatevi per il vostro futuro senza nessuna paura, ma solo e unicamente con coraggio. Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte: verso una scuola più attenta, verso una comunità più unita, verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi, soprattutto quelli che fanno più fatica, come magari quello che mi ha colpito che forse nel profondo non saprà neanche perché. Come non lo sapranno i suoi genitori.
Se il Signore vorrà concedermelo, io tornerò. Tornerò in classe, tra i banchi, dove ho sempre sentito di appartenere. Tornerò a insegnare, a credere nei giovani, ad accompagnarli nei loro passi difficili. Perché nonostante tutto, insegnare resta il mio sogno, la mia vocazione, la mia gioia più grande.
A tutti voi, dal profondo del cuore: grazie.Grazie per avermi salvata, sorretta, pensata, custodita.
Grazie per darmi la forza di guardare avanti, non indietro, e soprattutto il sogno di potercela fare ancora.Con commossa gratitudine
Prof. Chiara Mocchi
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 28 marzo 2026


