
FIRENZUOLA – Chi vive in un piccolo comune, come Firenzuola, impara presto che non sei solo Stefania, Simona, Francesco o Franco, ma sei sempre figlio o nipote di qualcuno. Per riconoscerti non ti chiedono come ti chiami, ma di chi sei figlio o nipote. Sei sempre parte di una storia più grande di te: la tua famiglia. Il filo che ti lega a questa storia è così stretto che difficilmente da questi luoghi si riesce a scappare. E comunque se ci riesci, prima o poi ti riporta lì.
Nonna diceva che l’Appennino ha radici profonde come i suoi meravigliosi faggi di cui è ricoperto il crinale. Il senso di comunità è forte come il senso di famiglia, tra le attività c’è un profondo rispetto e si cresce con l’imperativo che ci si deve aiutare. C’è una mano invisibile che ci lega tutti ad un destino.
Da soli si va più veloce, ma insieme si va più lontano. Vale anche per un territorio. E forse non è una caso se Firenzuola vanta il primato di attività familiari più longeve. Per essere un piccolo Comune di soli 5000 abitanti, i ristoranti e le trattorie a gestione familiare (ma veramente familiare, con la famiglia che ci lavora) sono tanti: dal Ristorante della familgia Poletti della Futa, all’Appennino di Bruscoli, dal Bar trattoria di Bibo al mitico ristorante Jolanda di San Pellegrino, fino all’Acconci. Nonna mi parlava spesso di ognuno di loro.
Ognuna di queste attività ha una famiglia alle spalle. Sono storie che profumano di buono, di valori e di ore di lavoro. Tanto lavoro, perché la cucina “fa diventare gobbi”, come diceva la povera Ada della Baccanella. Sapori e valori si intrecciano, dal pollo fritto, alla ribollita, dai tortelli di patate, alle lasagne, dalla bistecca, al maialino. Sapori diversi, ma conditi con sapiente mani di chi, magari non ha fatto la scuola alberghiera, ma la gavetta e si è sporcato le mani fin da piccolo.
Però la storia che vi voglio raccontare ha un’altra caratteristica: si tinge di rosa. E’ la storia di cinque donne tenaci ed inizia a due km dal celebre passo della Futa (meta privilegiata delle Mille Miglia e delle cronoscalate in bicicletta che hanno reso famoso Gastone Nencini), nella piccola frazione di Traversa. Inizia 60 anni fa, lungo quella che adesso in molti conoscono come una delle tappe per “La Via degli Dei”, sull’appennino Tosco-emiliano nell’ Alto Mugello a Firenzuola: ultimo baluardo dei Medici. Oggi definito “area interna”. Un tempo zona di confine.
E’ una storia di imprenditoria femminile, quella vera, perché, quando questa storia è cominciata, alle donne non era concesso avere un fido in banca, se non c’era un uomo garante. Le donne che facevano impresa non erano rare, erano uniche. Questa è la storia di Sofia e delle sue quattro figlie Jolanda, Marianella, Franca ed Elvira, che un po’ alla “Forest Gump” hanno attraversato la storia italiana del miracolo economico a modo loro, ma con i tratti comuni di chi ha fatto impresa in quell’epoca. Dall’ apertura dell’Autostrada A1, all’inaugurazione dei primi locali da ballo (Il Postiglione dancing), alle corse su strada del Circuito del Mugello ed il loro divieto a seguito del grave incidente, fino all’apertura dell’autodromo di Scarperia. Dall’ apertura delle cave da cui hanno estratto molto del materiale per la costruzione del più importante invaso di tutta la Toscana, Bilancino, alla scoperta della strada romana e di un turismo lento.
Un pezzo di storia é passato di qui e loro ne sono state le testimoni. Era il lontano 1964, esattamente il 26 luglio quando aprirono una piccola pizzeria nel paesino Traversa, trasformando una rimessa per camion della legna in un ristorante e bar. Dopo solo un anno di apertura nel 1965, il padre della famiglia Francesco, commerciante di legna nella Maremma, uomo forte e robusto, Checco lo chiamavano, morì lasciandole da sole e con molti debiti, che purtroppo lui non avrebbe potuto onorare, venendo a mancare così presto.

Ma Sofia, la nonna, nonostante fosse quasi analfabeta (molti lo erano in questa zona a quei tempi), aiutata dalle sue figlie si rimboccò le maniche e decise di onorare il progetto del marito: aprire un ristorante e tenere unita la famiglia. Così iniziarono a fare le pizze, ed andarono ad imparare dal famoso Nuti di Firenze che venne ad inaugurare il locale.
Con l’apertura dell’A1, però la storia sembrò incepparsi ancora (il 7 ottobre 1964): tutto il traffico che viaggiava da Bologna a Firenze, dalla SS 65 della Futa si dirottò lì e le sorti del Ristorante sembrarono segnate. Ma la Provvidenza le aiutò ancora una volta, iniziarono ad andare di moda i matrimoni al Ristorante: era l’unico locale pubblico che aveva una sala capiente e ben allestita, oltre ad avere il jukebox per la musica e la TV. Sofia comprò nuovi serviti di cristallo e iniziò a celebrare i matrimoni di gran parte delle famiglie del Comune, se non tutte. E ripartirono.
Ci sono stati tanti alti e bassi in questa storia, legati ai momenti storici ed alle mode, ma una cosa le ha sempre caratterizzate: l’unione della famiglia e la fiducia che qualcuno le avrebbe aiutate. Quando iniziarono queste donne in pochi avrebbero scommesso sul loro successo, ma adesso festeggiano il traguardo di 60 anni di gestione continuata. Due di loro, una 74 anni e l’altra di 81, imbastiscono ancora con grande tenacia la cucina, cucinando su una stufa a legna della storica Zoppas. Un traguardo importante, il loro, per più motivi. Uno di questi è anche quello di avervi cresciuto due belle famiglie e aver trasmesso ai tanti nipoti quei valori di duro lavoro, forza, tenacia e profonda fede che ancora oggi le accompagna mentre cucinano le lasagne di nonna.
*Domenica 28 luglio* hanno festeggiato i primi 60 anni del ristorante “Da Jolanda”. Auguri mamma e zia per la vostra bella storia: protagoniste per un giorno, cenerentole per 60 anni! Pane, amore e fantasia, per un ristorante la migliore ricetta che ci sia. Ce lo avete insegnato voi.
Stefania Vivoli
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 1 agosto 2024






