Quando gli americani ed i britannici invasero l’Iraq, avevo un ospite in casa, un iracheno, scappato da Saddam Hussein. Arrivato in Italia per studiare, se fosse rientrato in patria lo avrebbero arrestato immediatamente.
Odiava il dittatore, ma quando insieme vedevamo al telegiornale le immagini dei caccia che bombardavano la sua Baghdad….allora odiava ancor più gli americani.
Da quella guerra che seguì l’invasione del Kuwait, il sentimento più grande che mi colpì fu la meraviglia: scoprire in quante parti del mondo, quante genti ci odiavano. Noi, occidentali.
Non me lo sarei mai immaginato che potessimo eccitare quel sentimento con così grande intensità.
Odio ha un solo significato: cancellare dalla faccia della terra l’oggetto odiato.
Chi odia ottiene soddisfazione solo quando avrà annullato completamente la persona, il credo, la città, la stirpe odiata.
Noi pensavamo di portare la democrazia e la libertà (quanto munifici siamo!) e loro ci ricompensavano così!?
Oggi corriamo il rischio di fare lo stesso sbaglio. Pensiamo che tutto il mondo sia al nostro fianco a sostenere “ i nostri valori”, eccetto naturalmente quei pochi invasati?
Ne siamo sicuri?
Pensiamo veramente che i neri figuri dell’Is sottomettano solo con il terrore le popolazioni dove si sono stabiliti? Come i Talebani. Possibile che con tutta la macchina da guerra che abbiamo vomitato loro contro, possibile che con tutta la loro crudeltà oggi riescano a riprendersi i territori?
Non sarà che qualcosa della loro ideologia ha attecchito negli animi delle genti? E che in gran parte condividano la base della stessa fede: l’odio per gli occidentali, sentiti come prevaricatori, come invasori di cultura oltre che di terre?
E’ strano anche che siano le terze generazioni di immigrati a coltivare questi stessi sentimenti. Quando era più plausibile che dovessero essere i loro nonni a ribellarsi, visto che avevano provato sulla loro carne e sulle loro coscienze l’oppressione del colonialismo.
Forse succede, in maniera eclatante, solo ora, ma è vivo già da qualche decennio, perché i popoli del “Terzo Mondo” solo ora si sono scrollati di dosso il complesso di inferiorità.
E allora dove eravamo quando succedeva tutto questo? E perché non ce ne siamo accorti?
Un altro forse: forse perché la storia l’abbiamo scritta sempre noi da vincitori e ce la siamo anche raccontata nella maniera più rassicurante, per noi, appunto.
Dobbiamo imparare a sederci dall’altra parte.
Leonardo Borchi, sindaco di Vaglia
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 22 Novembre 2015




