BORGO SAN LORENZO – Il pievano di Borgo San Lorenzo Don Luciano Marchetti riflette sulla difficile situazione che tutti stiamo vivendo. Ed è una riflessione che è giusto condividere. Eccola.
È triste Borgo San Lorenzo con le scuole sbarrate, il Centro Giovanile chiuso, le varie iniziative di aggregazione sospese. Al mattino si affaccia un sole pallido, poi il cielo diventa grigio. In piazza e per le strade poca gente. È come trasfigurata, questa nostra città, abitualmente trafficata e vivace. Non è più lei: sembra malata. Nei negozi vuoti c’è chi lucida la vetrina, fisicamente incapace di stare senza far niente. I commercianti si fanno coraggio a vicenda: “Passerà, vedrai”. E, dalle facce che incontri per la strada, ti pare d’essere dentro una corale e muta preghiera.
E’ pesante stare con le mani in mano! Ma tutto diventa sopportabile è se le mani le si congiungono nella preghiera.
Al Santuario, il SS. Crocifisso ci aspetta a braccia aperte e domani mattina in Pieve, dalle ore 8.30 alle ore 11.00, l’Adorazione Eucaristica personale, come tutti i martedì. Le chiese sono aperte per la preghiera personale.
Ma pregare è tutt’altro che facile! Forse “dire preghiere” è alla portata di tutti ma, presto o tardi, stanca. Chi dice tante preghiere o prega davvero o ad un certo punto molla tutto. Per questo Gesù dice ai suoi discepoli: “Quando pregate non sprecate parole“. E allora com’è la preghiera vera?
Gesù insegna ai suoi discepoli il “Padre nostro” e spiega a loro che queste sono le parole sulle quali modulare ogni preghiera. È sufficiente la definizione del soggetto con il quale ci interfacciamo per riconoscere il senso e il valore del pregare cristiano: figli in relazione con il Padre.
Vorrei, in questi giorni di restrizioni, sottolineare la domanda “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Sappiamo come i Padri della Chiesa abbiano sempre identificato questo pane con l’Eucaristia. Forse non è proprio quello che intendeva Gesù, tuttavia è suggestivo. Soprattutto rapportato a questi giorni in cui questo Pane quotidiano ci è negato. Se non mangiamo di Gesù, non possiamo sicuramente essere assimilati a Lui. Penso, oltre a quelle festive, anche alle Messe feriali del primo mattino da cui piccoli drappelli di cristiani, ricevuta l’Eucaristia, partono per il lavoro, in mezzo agli altri con quell’invisibile dono. Mi sovviene il brano di Vangelo che abbaiamo letto qualche giorno fa: “Quando lo sposo sarà tolto di mezzo allora digiuneranno”. Senza Gesù sperimentiamo il morso della fame! Sia la nostra una fame che ci faccia capire di chi abbiamo davvero fame… di che cosa ci saziamo?
Il diacono Roberto di Vaglia mi ha inviato questa preghiera di Paolo Curtaz che condivido con voi:
Così, Maestro
non celebreremo più la Cena
nelle nostre comunità,
l’Eucaristia che nutre il nostro cammino,
e non sappiamo fino a quando.
Siamo smarriti e confusi,
attoniti e perplessi.
Ma, responsabilmente,
ci atteniamo a quanto ci viene chiesto
per fermare il contagio
e salvare i deboli, come tu ci hai insegnato.
Che questo digiuno
più duro di ogni digiuno,
ci converta nel profondo,
ci aiuti a ritrovare la fede dei martiri,
l’ardore degli innamorati,
ci unisca alle comunità perseguitate
a quante non possono celebrare per mancanza di preti,
ci apra la mente e il cuore
per capire quale dono abbiamo fra le mani,
quale sorgente inesauribile
custodiamo
troppo spesso con colpevole superficialità.
Sia, questo tempo di digiuno,
desiderio
fiamma che si ravviva
attesa
della Pasqua.
Grazie, Signore
per questo inatteso
ed esigente segno.
Rendici capaci.
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 9 marzo 2020



