VAGLIA – Ogni settimana i sacerdoti della nostra zona, a turno, propongono una riflessione tratta dalle letture della Messa domenicale. Oggi è la volta di Fra Nando M. Perri, frate dei Servi di Maria, priore della comunità di Montesenario.
Gesù, vedendo le folle in uno stato di prostrazione, affrante e sfinite dai soprusi dei potenti, sente compassione perché erano stanche e sofferenti come pecore senza pastore. Dice il profeta Ezechiele “come pecore che vanno errando su tutti i monti e su ogni colle elevato, si disperdono su tutto il territorio del paese e nessuno va in cerca di loro e se ne cura (2 ,34)”.
La compassione di Gesù non è un sentimento, una emozione momentanea, ma è condivisione, partecipazione alla stanchezza delle persone e rivela il volto materno di Dio, di un Dio che ha viscere materne, viscere di misericordia e che soffre e patisce con tutti coloro che soffrono.
Gesù dice ai suoi discepoli: “La messe è molta e gli operai sono pochi. Pregate il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe”. Noi interpretiamo subito queste parole come un invito a pregare per le vocazioni sacerdotali.
L’invito di Gesù è molto di più: è la rivelazione della missione di ogni battezzato, di tutti noi. Gesù ci manda come operai della sua compassione ad asciugare tutte le lacrime del mondo e a raccogliere i frutti, il grano buono maturato al sole dell’amore di Dio. Noi, come al solito, vorremo sottrarci a questo invito,
dicendo che non abbiamo nulla di buono, che non siamo adatti per questo servizio, che non siamo degni. Ma Gesù ci invita a guardare il volto e la personalità dei suoi apostoli: uomini deboli e fragili, che stando con lui sono diventati forti nella fede e audaci nell’amore.
Gesù ha scelto Pietro, uomo istintivo, diffidente, traditore, ma anche uomo dal cuore grande appassionato, disposto sempre ad iniziare daccapo. Ha scelto Tommaso l’incredulo, Matteo il pubblicano, Simone il guerriero, Giuda il traditore e gli altri apostoli che durante la sua passione lo hanno abbandonato e tradito, uomini peccatori che sono stati poi perdonati e amati una volta ravvedutisi.
Oggi il Signore chiama tutti noi, nessuno escluso; anche se peccatori, paurosi, traditori ci invia a raccogliere il bene che c’è in ogni persona e in ogni comunità.
“Levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Io vi mando a mietere ciò che voi non avete lavorato; altri hanno lavorato e voi siete subentrati nel loro lavoro”.(Gv 5,20) Levate i vostri occhi e guardate la fame e la sete che c’è del mio vangelo, venite a lavorare nel mio campo e fate festa con tutti quelli che attendono di essere trebbiati, di essere liberati dalla pula per diventare poi solidali con tanta gente.
Se accettiamo l’invito del Signore, dobbiamo prima di tutto “essere” per poi dare. Anzitutto dobbiamo essere coscienti che siamo operai e non padroni, innamorati solo del Signore, accoglienti e misericordiosi. Accogliere vuol dire saper accettare ogni uomo per quello che è con la sua ricchezza e povertà, senza la pretesa di cambiarlo secondo le personali vedute. Ogni persona è portatrice di libertà e di responsabilità, di dignità e di bellezza: se siamo convinti di questo, riusciamo ad accogliere l’altro senza ostilità, senza considerarlo inferiore a noi, senza percepirlo come un ostacolo per la nostra tranquillità, ma persona degna di rispetto e di venerazione; riusciamo ad accogliere l’altro anche se è scorbutico, antipatico, aggressivo e diffidente, con la persuasione che solo l’amore può compiere miracoli. Tutto possiamo osare nel Signore con la forza dell’amore.
Essere poi misericordiosi, che non è solo essere in empatia, ma anche in simpatia con l’altro, vivere cioè con passione i problemi, le sofferenze e il dolore dei fratelli con i quali viviamo, avere pazienza con tutti e avere un animo grande e costruttivo non solo nell’ambito della comunità, ma anche fuori di essa, verso tutti. Non basta dire una buona parola a chi ha bisogno di conforto, sostegno e amore, risparmiandoci il coinvolgimento e la condivisione personali. L’unica terapia che può far sperare in una guarigione è l’amore, è la condivisione fattiva che aiuta il fratello in difficoltà a sentire meno grave il peso della sua croce. Chi ama prende sulle sue spalle la sofferenza degli altri.
Inoltre il Signore ci affida il compito di predicare, guarire, risuscitare, sanare, liberare le coscienze per far rifiorire la vita in tutte le sue sfumature. In quanto operai dobbiamo favorire la riconciliazione e la pace dove c’è odio e guerra, infondere speranza là dove c’è delusione e sfiducia, portare conforto e consolazione dove c’è malattia e sofferenza, e offrire la spalla a chi piange e grida.
Un’ultima esigenza importante per noi: tutto il bene che possiamo fare dobbiamo farlo gratuitamente, perché gratuitamente abbiamo ricevuto da Dio, come Gesù ci ricorda: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”, contrariamente alle moderne correnti di pensiero per le quali la pura gratuità non può esistere. Gesù ha superato la filosofia dell’essere e dell’avere ed ha aperto la strada del dare incondizionato e gratuito. Secondo il Vangelo le cose più belle e preziose sono quelle che non si comprano e non si vendono, ma vengono date gratuitamente: così, l’amicizia, la fede, l’amore. Per aver ricevuto doni senza alcun merito, noi siamo sempre in debito con Dio e con gli altri.
Noi cosa abbiamo ricevuto? La fede, la speranza e l’amore, il dono di essere figli e fratelli: gratuitamente avete ricevuto gratuitamente date. Cambiamo allora il nostro modo di agire basato sul do ut des. Io ti dono, ma tu poi tu devi darmi, devi contraccambiare. Liberati finalmente da questa mentalità egoistica, potremo, con l’aiuto di Dio, seminare e raccogliere il bene gratuitamente, senza alcun interesse e in piena libertà di spirito.
Santa Maria, donna della gratuità, ci sostenga nell’impegno di fare della nostra vita un dono per gli altri.
Fra Nando
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 18 Giugno 2023






