SCARPERIA E SAN PIERO – Giovanni Berti, 27enne di San Piero a Sieve ha iniziato il suo anno di “Servizio civile universale” nella Repubblica Dominicana, un’esperienza particolare che sta raccontando nel suo diario online sul Filo. Ecco il suo nuovo resoconto settimanale.
C’è una cosa che mi fa molta paura e un’altra che molto mi imbarazza. È un po’ così che ho scelto ciò che avrei voluto coltivare in questo anno di Caraibi. Stavolta è il turno della paura. Non ho un buon rapporto con l’acqua, come ci si potrebbe aspettare da uno che ha imparato a nuotare a sette anni, in una piscina, in Trentino Alto-Adige; ma se c’è una cosa che realmente mi inquieta sono la forza e l’imprevedibilità delle correnti marine. Al tempo stesso, sento un’attrazione forte: ciò che mi paralizza e mi fa tremare le gambe, alcune volte mi chiama.
La Repubblica Dominicana è un paradiso del surf. Il luogo delle onde per antonomasia è Playa Encuentro, incastrata sulla costa atlantica nel nord del paese, fra Sosua e Cabarete, a cinque ore di bus da Santo Domingo. Scrivo da qui, dove cerco di venire una volta al mese per due giorni e una notte. Le dieci ore di viaggio mi spingono a cercare di sfruttare al massimo il mio tempo, stando in acqua finché le spalle reggono la fatica e il cervello si mantiene lucido, nonostante gli ettolitri di acqua che continuamente sbattono in faccia e le frequenti centrifughe.
Purtroppo, il meteo a un passo dall’oceano è imprevedibile. Dopo una mattinata perfetta, si è alzato dal niente un vento forte; vedo che tutti escono e mi accodo mentre l’acqua da azzurra diventa grigia. “Viene una tormenta: mala suerte, italiano”, mi dicono, mentre sistemo la bella tavola rossa da quasi-non-principiante che stamani Daniel, il mio maestro, ha scelto per me. Scrivo sotto una tettoia, aspettando che la pioggia si calmi e desiderando tanto un maglione.
Playa Encuentro è veramente un bel posto, sembra la realizzazione del sogno di un vagabondo. Alla spiaggia si accede attraverso una ragnatela di strade piene di buche e pozze, circondate da foglie, fiori e profumi che ricordano la macchia mediterranea. Le strutture che si incontrano sono quasi esclusivamente ricettive: inizia a spuntare qualche albergo le cui pretese sono segnalate dal colore bianco immacolato, ma la norma sono casette spartane, piene di gatti, zanzare e amache.
Ogni tanto, si colgono i segni della stanzialità: uno studio dentistico, quello di un’osteopata, una palestra e,
soprattutto, un forno, la cui fragranza di pane fresco profuma la zona circostante. Il rumore dell’oceano anticipa la spiaggia, a volte come una promessa, altre come una minaccia. Nei giorni mossi, lo sciabordare da radiolone gigante diventa un ruggito che continuamente si schianta e si rinnova. In quei giorni, le onde che si formano più lontane possono arrivare ai quattro metri di altezza e vederle infrangersi e avvolgersi è un’esperienza magnetica. I surfisti che le arano fanno sembrare tutto un gioco bellissimo, ma dopo qualche scelta sbagliata posso dire che stare sulla spiaggia desiderando essere nell’onda è molto meglio che stare nell’onda desiderando essere sulla spiaggia.
Ciò che rende questo posto speciale è il fatto che le onde sono continue e che ci sono zone per ogni livello: una bandiera bianca e rossa fra due palme indica la zona dei principianti. Fuori dall’acqua, un boschetto di palme da cocco e alberi di uva assicura un’ombra costante, proteggendo le numerose casette in legno dipinte di verde, giallo, azzurro e arancio. Ci sono cinque chioschi e una decina scarsa di scuole di surf, con le belle tavole dai colori e dalle forme differenti accuratamente disposte in piedi all’esterno, una accanto all’altra. I prezzi sono ovunque gli stessi: venti dollari per un’ora di tavola, trenta per una giornata, sessantacinque per una giornata con un’ora e mezza di lezione.
Scegliere la scuola è un po’ come scegliere la squadra del cuore: la prima è per sempre. La mia scuola si chiama Cabarete Surf School ed il merito è tutto di Daniel, un venezuelano con lunghi rasta biondi e gli occhi pieni di vita, neri senza durezza, come una tazza di caffè d’orzo. Mi ricordano quelli di un amico che non sento da tempo ma a cui ho voluto tanto bene. Fidarmi di lui è stata una scelta immediata, nata dalla pancia. Passeggiavo per la spiaggia in un giorno di mare grosso, intimorito dall’infrangersi maestoso delle onde, quando ha intercettato me e il mio desiderio: “Quieres surfear?”. La mattina dopo prendevo la mia prima lezione, surfando le mie prime spume. “Dove guardi è dove vai”, non si stanca mai di ripetermi Daniel, “guarda avanti, sempre. Hai sufficiente equilibrio per rimanere in piedi sulla spuma, ma un’onda blu ti porterebbe giù con sé”.
La sera stessa, un Vasuveda, rinchiusosi (immagino per gioco) in un negozio di articoli da surf, mi ha spiegato che esistono due tipi di onde. Ci sono le onde di acqua bianca, la spuma che segue l’infrangersi dell’onda; e ci sono le onde di acqua blu, quelle che nascono, si innalzano e si rompono, diventando acqua bianca. Prendere molte onde di acqua bianca è necessario prima di approcciarsi a quelle di acqua blu, per le quali bisogna imparare a leggere l’oceano.
Stamani il tempo era perfetto (vale a dire quasi nessuna onda superava il metro) e Daniel ha deciso che era arrivato per me il tempo di tentare. Nuotare fino al punto è la parte peggiore, specialmente con la bassa marea: le onde continuano a ribaltarmi e, dopo poco, le spalle iniziano a bruciare.
Arriviamo, finalmente: posso sedermi sulla tavola e respirare. Sono goffo e cado una volta prima di trovare il mio equilibrio. Mi guardo indietro: la riva è lontanissima. Paradossalmente, guardare avanti mi tranquillizza: l’oceano è sconfinato e bellissimo. Seduto accanto a me, Daniel mi spiega come leggere le onde nelle increspature dall’acqua, come distinguere quelle che hanno l’energia sufficiente per portarmi con loro.
A un certo punto mi grida: “Girati e nuota”, ma sono lento a girarmi e, trovandomi orizzontale, l’onda mi mangia. Quando riemergo ho le orecchie piene di acqua e sono molto più vicino a riva. Vedo Daniel che ride e mi fa segno di ricominciare a nuotare.
Quando lo raggiungo sono già stanco. Mentre svengo sulla tavola lo guardo che contempla l’acqua, invidio i suoi occhi e decido di iniziare a girarmi per essere già pronto. La seconda onda mi solleva e mi spinge, mentre la tavola prende velocità metto le mani sotto le costole e mi alzo, guardo un secondo la posizione dei miei piedi e…l’onda mi mangia.
Tutto da rifare. “Dove guardi è dove vai, guardi avanti, vai avanti; guardi giù, vai giù”. Seguono numerose altre centrifughe: il bello e il brutto di Playa Encuentro è che le onde ti danno sempre un’altra possibilità di essere risucchiato. Stavolta Daniel mi trattiene con fermezza. “Questa era troppo grande”, mi dice mentre una piccola collina mi passa oltre e mi nasconde la spiaggia, prima di rompersi con fragore. “Aspettiamo la
prossima”. Passo alcuni minuti fissando l’acqua indecifrabile quando sento di nuovo la voce di Daniel.
Voltati. Rema. Guarda avanti. Punto la spiaggia e trovo, sotto la palma davanti a me, una chiazza di fiori rosa. Ci inchiodo i miei occhi mentre nuoto come un labrador disperato. Mi sento innalzare e spingere, allora smetto di nuotare e mi alzo, mani sotto le costole, piede destro dietro, piede sinistro avanti. La tentazione di guardarli è fortissima: la chiazza di fiori rosa è l’uscita dall’inferno e i miei piedi sono Euridice. Sento Daniel nella testa e non mollo i fiori. Abbasso il baricentro e vedo la riva che si avvicina, inizio a gustarmi il viaggio e il rumore dell’onda che, poco a poco, si spegne permettendomi di sentire Daniel che mi grida euforico in lontananza. Mi volto e alzo le braccia al cielo, felice como un bambino. Il fotografo della spiaggia ha catturato questo momento, guadagnandosi i miei mille pesos (poi trattati a seicento).
Poi cado in acqua. Sono così felice che nuoto fino a Daniel come fossi appena entrato in acqua. Il mio Vasuveda mi ha spiegato che basta una sola onda per capirlo. “Capire cosa?”, gli ho chiesto. “Che l’onda è energia in movimento, una corrente che si innalza quando il fondale si fa più vicino.
Un’energia che sfugge alle leggi della termodinamica: se la sai assecondare, ciò che apparentemente perde è in grado di innalzarti spiritualmente. Basta un’onda buona e poi lo sai per sempre”. L’iniziazione è sempre così: si vede subito la vetta che abbacina, poi la si perde e devono passare settimane, mesi, anni di crinali e fatica per ritrovarla, uguale e diversa, a un certo punto del viaggio.
Penso al libro che mi ha consigliato mia zia, professoressa alle medie. Forse basta un’onda. O forse
serve un maestro. Meglio due: uno che sia Luce. E uno che sia Onda.
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 15 febbraio 2026









