MUGELLO – Giovanni Berti, 27enne di San Piero a Sieve ha iniziato il suo anno di “Servizio civile universale” nella Repubblica Dominicana, un’esperienza particolare che sta raccontando nel suo diario online sul Filo. Ecco il suo nuovo resoconto settimanale.
Attenzione: ho aspettato quasi tutto il viaggio prima di decidermi a dedicare un piccolo tributo alla bellezza della Repubblica Dominicana. Non volevo sbattere troppo in faccia ai miei lettori, alle prese coi loro inverni e le loro piogge, l’estate perenne di questa terra. Adesso che siamo a metà Giugno, mi sento più tranquillo. Se le ferie sono ancora lontane, vi avverto che quanto segue contiene palme, spiagge bianche, acque cristalline e altre cose che pensavo avrei visto solo in televisione.
La moto di Emilio sta correndo a molto all’ora (il contachilometri è rotto) per i saliscendi della provincia di Porto Plata. Il casco con cui mi si era presentato mi aveva lasciato ben sperare, invece quest’uomo è matto. Fosse stato normale, del resto, non avrebbe mai accettato di trasportarmi a quasi due ore di distanza da casa sua (dove contavo di salire su un bus che la domenica non esiste) per permettermi di prendere l’ultima guagua al Cruce de Guayacanes e tornare a Santo Domingo.
Sfrecciamo fra paesaggi irlandesi e mucche che mi ricordano tanto casa. Il casco di Emilio, appeso alla maniglia sinistra del manubrio, serve per contenere una cassa che pompa ininterrottamente dembow; lui suona il clacson indistintamente a ogni donna dai 15 ai 95 anni, rompendo la pace della sera con suoni di sirene in successione. Ride come un matto e ogni volta mi propone di fermarci a conoscere las muchachas. Queste persone, penso da qualche mese, hanno contemporaneamente il migliore e il peggiore rapporto con l’amore che abbia mai visto. Rifiuto ogni volta e non solo per paura di perdere l’ultimo bus.
Vengo da due giorni incredibili. Io e Priscilla abbiamo deciso di spendere il nostro penultimo fine settimana dominicano per vedere Cayo Arena, minuscola isola di sabbia che spunta dall’Oceano Atlantico a qualche chilometro dalla spiaggia di Punta Rucia. Per raggiungere il paese più vicino, abbiamo attraversato in diagonale il paese, in un viaggio che, fra cambi, trattative coi motoconchos e serenità dominicana è durato circa sette ore. Se c’è una cosa che troppo spesso è rimasta fuori da questi diari è la bellezza allucinante di questo paese.
Republica Dominicana lo tiene todo, sono soliti ripetere i suoi abitanti… ed è proprio così. Le ore di viaggio sono un tributo alla diversità e al fascino di questa isola. Dal finestrino vediamo scorrere le montagne verdi e dolci di Puerto Plata, i paesaggi aperti del Cibao, valli incantate, paesini divorati da palme e banani con le case in legno di colori fantasiosi e i vecchi seduti davanti alle porte. Quando, poco prima di Villa Isabella, un arcobaleno completo e nitidissimo incornicia le colline all’orizzonte, pensiamo di essere giunti all’apice, ma poi arriviamo a Playa Ensenada, a due chilometri da Punta Rucia, dove la luce del tramonto dipinge i nuvoloni grigi e pieni di fulmini a ovest e infiamma le acque atlantiche, limpide al punto che, anche alla luce crepuscolare, si distingue l’ombra scura delle rocce sul fondale. Quando scende la notte, il cielo nero è un brulicare di stelle che quasi avevo scordato in tanti mesi di Santo Domingo. E non abbiamo visto ancora niente.
Vivere a Santo Domingo con due giorni liberi a settimana (oltre a uno stipendio più che buono per la media dominicana) significa avere a portata di bus alcune delle spiagge più incredibili del mondo. L’immagine che la Repubblica Dominicana vende di sé all’estero è una cartolina di resort di lusso a pochi passi da spiagge di un bianco accecante e acque turchesi, poi verdi, poi blu. Di fatto, molti turisti arrivano e se ne vanno dal paese senza mai mettere piede fuori dal proprio albergo e la relativa (bellissima) spiaggia privata a Punta Cana, salvo, forse, ritagliarsi qualche giorno per godersi la movida di Santo Domingo. Questo è un vero peccato. Esiste e resiste (ancora per poco) alle logiche – a volte feroci, a volte salvifiche – del turismo, una Repubblica Dominicana selvaggia e mozzafiato. Condivido con voi i cinque luoghi che ho preferito.
1- Playa Fronton: poco distante da Las Galeras, gioiellino di serenità e natura all’estremità nord orientale della penisola di Samanà. Alla spiaggia si può arrivare in barca, se l’Oceano lo permette, o camminando un’oretta dentro la giungla. Il punto di partenza del sentiero è Boca del Diablo, così chiamata perché, in quel punto, l’immensa scogliera che sovrasta l’oceano presenta una venatura che, quando un’onda sbatte sulla roccia, spruzza un getto di acqua salata ad altissima velocità, quasi fosse una gigantesca balena di pietra. Ho avuto la fortuna di percorrere il sentiero con Margherita, la mia amica del cuore e dottoranda in biologia. La sua curiosità ha quasi raddoppiato il tempo di percorrenza, ma vedere la strabordanza della natura dominicana coi suoi occhi innamorati di mondi microscopici e il suo cervello luminoso è stato veramente impagabile. Alla fine del cammino, si apre una breve spiaggia. Il mare è sempre tranquillo, protetto da una barriera di coralli che spengono la furia dell’oceano. Nei giorni di mare grosso, come quello che è toccato a noi, è un’esperienza terrificante camminare, con l’acqua alla vita, fino a pochi metri dal punto in cui onde gigantesche si rompono in un tritacarne di schiuma e energia. Mille punti bonus per la sindrome di Stendhal che ho provato quando una roccia colorata a cui mi stavo avvicinando si è rivelata essere una tartaruga marina che si è messa a nuotarmi allegramente attorno.
2- Playa Coson: spiaggia maestosa a una mezzoretta da Las Terrenas. Tutto è gigantesco al punto che, se capita di trovarla vuota, si rimane quasi disorientati dal paesaggio che non si interrompe, dalle linee delle onde che si allungano per decine di metri. Spiaggia perfetta per lunghe passeggiate e tramonti mozzafiato, il pulviscolo di sabbia e acqua marina dà a tutto un’atmosfera onirica. Come in molti luoghi del paese, la corrente è talmente forte che molte persone preferiscono bagnarsi nel fiume che taglia la spiaggia, sfociando nel mare. A differenza di molti luoghi del paese, invece, gli spazi sconfinati disperdono il rumore del merengue che accompagna sempre e comunque la vita del dominicano.
3- Playa el Valle. Ancora nella penisola di Samanà (per me la più bella provincia del paese). Alla spiaggia si arriva in motorino, in quad o sul retro di un pick-up percorrendo una mezz’ora di strada mozzafiato per scorci, silenzi, curve e saliscendi. La spiaggia è una bella mezzaluna di sabbia chiusa a destra e sinistra da promontori di boschi scuri e rocce rosse. Le acque apparentemente placide si rompono improvvisamente in onde eleganti a una decina di metri da riva. Ho messo la tenda vicino al fiume all’estremo sinistro. All’estremo destro, una fonte di acqua fredda sgorga da una grande roccia. Qui, un gruppo di espatriati ha deciso di stabilire la propria residenza e ogni sabato e domenica trasforma la grotta nel palco di un festival. Si balla coi piedi nell’acqua. Mille punti bonus perché mi hanno regalato dei manghi dopo aver saputo che mi ero scordato di mangiare, distratto dalla bellezza della luce della sera sul mare. Duemila punti bonus perché ho conosciuto un ecuadoriano mondiale che aveva messo la tenda all’estremo opposto al mio. Nonostante mi sia scordato di chiedergli il nome, abbiamo percepito da subito di essere parte della stessa tribù e il giorno dopo abbiamo viaggiato assieme fino a Santo Domingo. Custodisco la sua storia incredibile nel cassetto delle belle storie che regalano i viaggi ma, soprattutto, custodisco la sensazione di aver trovato un amico che vibrava alle mie stesse frequenze, esperienza la cui mancanza si è rivelata molto dolorosa per me in questo anno caraibico. La notte sono stato sorpreso da un acquazzone che ha frustrato il mio desiderio di vedere le stelle e inzuppato la mia tenda. Meno cento punti.
4- Baya de las Aguilas: nell’estremo sud occidentale del paese, una ventina di minuti a Est di Pedernales, cittadina di frontiera con Haiti. Arrivare è veramente un delirio. Le acque e il colpo d’occhio più bello del paese. Non aver messo la tenda su questa baia rimane uno dei pochi rimpianti di questo anno.
Infine, Cayo Arena. Dalla spiaggia di Punta Rucia prendiamo una piccola imbarcazione a motore e viaggiamo spediti in linea retta. L’Oceano è tranquillo, io molto meno dato che il movimento delle sue masse d’acqua, per quanto placido, fa comunque saltare e oscillare la nostra barchetta come una foglia. Tiro un sospiro di sollievo e mi stropiccio gli occhi dalla meraviglia quando vedo stagliarsi all’orizzonte una cupoletta di sabbia, completamente circondata da una chiazza i cui celesti e i cui verdi risaltano luminosi contro il blu profondo che la circonda: l’isoletta di sabbia è circondata e protetta da una barriera corallina pullulante di vita.
Quattro capannelli di legno e foglie di palma, oltre a garantire un minimo di riparo contro il sole inclemente, distribuiscono maschere e boccagli. Passo le successive due ore assolutamente perso nel divertimento più assoluto. I pesci sono centinaia e hanno le forme e i colori più incredibili. Si avvicinano senza paura fino a sfioranti e, se sbricioli un po’ di pane attorno a te, ti circondano nei loro vortici multicolori. Ci sono pesci tigrati bianchi e neri, altri dai riflessi arcobaleno, alcuni minuscoli, viola e gialli, come piccoli fiori ornamentali, un pesce piatto con gli occhi asimmetrici giace sul fondale, sarebbe impossibile distinguerlo se non fosse per i geroglifici azzurri che gli decorano il dorso. E ancora: pesci lunghi e sottili dalla bocca affusolata e centinaia di denti aguzzi, pesci con scaglie smaltate come tessere di mosaico, pesci grandi come tonni che nuotano indisturbati e schizzano via come missili se provi a raggiungerli. Vedo persino un pesce palla e, ricordando notizie confuse sul suo veleno mortifero, mi tengo a rispettosa distanza pur non riuscendo a smettere di guardarlo. Poco prima che il capitano della nostra imbarcazione ci richiami, un anziano svedese, che da quindici anni vive e pesca in queste acque, mi convince a spingermi oltre la barriera dei coralli. È uno spettacolo che merita, mi dice. Col cuore a mille nuoto a rana fino al punto in cui le acque cambiano colore, le correnti fredde mi accarezzano. Mi spingo qualche metro avanti e poi mi volto. Vedo la parete di coralli che precipita nell’abisso blu in cui sono sospeso, vedo foglie giganti dall’aspetto preistorico che danzano alla musica delle correnti e un branco di centinaia di pesci neri che banchettano qualche decina di metri sotto di me. Non ho mai visto uno spettacolo del genere, abbacinato e intimorito nuoto verso le acque sicure dell’atollo, felice come un bambino e, come un bambino, metto il broncio quando il capitano mi richiama: è l’ora di tornare.
Il viaggio di ritorno è assai più travagliato. Nella barca su cui all’andata stavamo in dieci, siamo in diciotto e l’acqua è assai più vicina al bordo. A metà viaggio, il motore si spenge e rimaniamo fermi nel silenzio oceanico. Nessuno manifesta la benché minima preoccupazione nonostante il ballo a cui ci costringono le onde e l’acqua che inizia piano piano a entrare dal fondo della barca. Il capitano, con calma zen, armeggia col motore e dopo poco ripartiamo, qualcosa deve essere andato storto perché puntiamo dritti al punto di terra più vicina e torniamo a Punta Rucia costeggiando le mangrovie al minimo della velocità. Oltre a questo brivido, tolgo cento punti per la bruciatura gigante che due ore di snorkeling mi hanno stampato sulla schiena…
Alla fine, io e Emilio siamo arrivati al Cruce di Guayacanes dopo la nostra Odissea in motocicletta, quando l’ultima guagua era già partita. Dopo un attimo di sconforto ho deciso di cercare di raggiungere Santiago in autostop. Disabituato da un anno di bus e mototaxi mi sono sentito molto spaventato all’idea di rimanere alla deriva in un luogo di passaggio a meno di un’ora dal tramonto; Emilio si è offerto di aspettare con me e la sua presenza mi ha molto rasserenato. Mentre attendevamo col pollice in fuori, mi sono ripetuto mille volte ciò in cui
credo fermamente: al mondo, la gente che vuole aiutarti è molta di più di quella che vuole fregarti. Poi mi è venuta in mente una cosa più appropriata. Carl Jung credeva che, quando agiamo a favore dei nostri sogni, il bene dell’universo si muove verso di noi in un apparentemente fortuito incastrarsi di eventi che lo svizzero denominava sincronicità. In altre parole: “Cominciate. L’azione ha in sé la magia, la grazia e il potere”, in altre ancora, forse più famose: “chiedete e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto”. Dopo pochi minuti, del tutto inaspettato, è arrivato un bus col cartello “Santiago” attaccato al parabrezza. Io e Emilio ci siamo sbracciati e poi abbracciati, festanti. Una volta salito il controllore mi ha chiesto dove andassi e gli ho spiegato che dovevo raggiungere Santiago in tempo per prendere l’ultimo bus per Santo Domingo. Mi ha detto che mi avrebbe lasciato a una pompa di benzina fuori dalla città dalla quale ogni ora parte un bus per Santo Domingo. Ho atteso alla pompa circa una mezz’ora ma alla fine il bus è arrivato: il capolinea era qualche chilometro fuori dalla città ma quando ho spiegato all’autista dove dovevo arrivare si è offerto di accompagnarmi, alla fine mi ha lasciato a qualche metro da casa. Mentre aprivo il portone, ho pensato che Jung, Goethe e Gesù hanno senz’altro ragione. A volte, più che affannarmi in mille modi, dovrei solo imparare ad accettare i regali che mi circondano. E gustarmi il viaggio. Al resto ci pensano i dominicani, caotici e provvidenziali.
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 20 giugno 2026















