MUGELLO – Giovanni Berti, 27enne di San Piero a Sieve ha iniziato il suo anno di “Servizio civile universale” nella Repubblica Dominicana, un’esperienza particolare che sta raccontando nel suo diario online sul Filo. Ecco il suo nuovo resoconto settimanale.
Il 27 febbraio è il giorno della Festa dell’Indipendenza: si celebra la liberazione della Repubblica Dominicana dal dominio haitiano, avvenuta nel 1844, sotto la guida dei tre Padri della Patria: Juan Pablo Duarte, Francisco del Rosario Sanchez e Ramòn Matìas Mella. Il paese pullula di parate militari, bandiere che sventolano, fuochi di artificio e coccarde blu, rosse e bianche. Nei capelli delle ragazze aumentano i nastrini tricolore, le gonne si allungano e i corpetti si stringono. I ragazzi indossano camice bianche e cappelli di paglia da campesinos. La festa anima le scuole che, fin dall’inizio del mese, si riempiono di cartelloni, storie di eroi, slogan patriottici e testi dell’inno nazionale. Nelle ore di ricreazione e di riposo, il patio si riempie di schiere di studenti che provano e riprovano coreografie con il bastone bianco da parata e marce militari. Ammetto di essere un po’ allergico a queste manifestazioni di nazionalismo, ma non posso che meravigliarmi di fronte alla serietà e all’entusiasmo con cui studenti solitamente resistenti a ogni forma di disciplina si dispongono alla marcia o volteggiano in coppia al ritmo del merengue.
Giovedì 26 febbraio le attività didattiche sono sospese: è il giorno della marcia patriottica. Tutta la scuola sfila per le vie del quartiere portando i saluti, sotto forma di esibizioni, agli altri centri educativi. La partenza è prevista per le ore nove. Quando arrivo il corteo è già disposto. Dietro una jeep caricata con l’impianto audio si collocano rispettivamente: una trentina di ragazzi della secondaria in pantaloni neri aderenti e camicie bianche, ognuno regge un’asta con una bandiera; cinquanta bambine della primaria con una giacca bianca o blu dai bottoni dorati e un gonnellino, ognuna ha in mano il bastone bianco con cui esibirsi nella coreografia preparata meticolosamente negli ultimi trenta giorni, ognuna pare una minuscola adulta nella serietà della divisa, ma le vedo sciogliersi mentre salutano con la manina i genitori ai bordi della strada; un piccolo gruppo di mimi con le facce bianche e la tuta nera aderente; segue il gregge di circa quattrocento studenti. “Marciamo orgogliosi di avere una patria libera e indipendente”, grida l’amministrativa Damiana nel microfono, sancendo l’inizio della sfilata. Dalle casse si diffonde nell’aria un merengue di Juan Luis Guerra.
Sfiliamo per le vie del quartiere, la gente si affolla ai bordi delle strade per vederci passare e dalle inferriate delle finestre spuntano mani salutanti e altre che sventolano bandiere. Rassicurato dalla processione che mi circonda, osservo attentamente strade in cui non mi ero mai spinto. I bambini mi assediano, felicissimi di potermi mostrare i luoghi della loro vita.
“Profe, guarda, io vivo qui”, mi dice C. tirandomi la tasca dei pantaloni. Mi indica un edificio basso e scrostato. Guardo le chiazze di muffa sulle pareti esterne, poi il volto di C. che trabocca di orgoglio. Gli sorrido e ci scambiamo un cinque. “Profe, un giorno vuole venire a casa mia?”. Annuisco, lusingato.
Le bouganville sono tutte fiorite. Qui le chiamano trinitarie e questo era il simbolo e il nome che i Pari della Patria avevano scelto per la loro organizzazione clandestina: per non essere scoperti nei loro piani di insurrezione, si erano organizzati in micro-cellule di tre persone, con contatti limitatissimi, per evitare il rischio di denunce reciproche in caso di cattura; modello che, circa un secolo più tardi, sarebbe stato emulato dalla Resistenza delle sorelle Mirabal e compagni alla dittatura di Trujillo. Il contrasto fra lo splendore dei fiori viola e la spazzatura alla base degli arbusti è una costante. Se uno guarda un metro e mezzo sopra il suolo sembra di trovarsi fra le rovine di un giardino di Babilonia, coi fiori che invadono le case scrostate.
J. mi stringe la mano: “Qui hanno picchiato mia sorella con una cinghia”, mi dice quasi per gioco. “Chi l’ha picchiata?”. “I miei genitori. È rimasta incinta a quattordici anni”. Non mi lascia la mano e camminiamo così per qualche metro.
Arriviamo al parco Cristo Libre che taglia il quartiere come un sottile polmone verde. Gli alberi sono maestosi e i numerosi campetti da basket sono tutti occupati: molte scuole fanno il doppio orario, accogliendo un gruppo di bambini al mattino e l’altro al pomeriggio, per questo i parchi non sono mai vuoti. Tutto è agghindato a festa e il merengue costringe a camminare a ritmo di musica. All’ombra degli alberi, il sole concede un attimo di tregua, sembra quasi primavera.
“Là mio fratello ha il suo negozio di empanadas, profe, se va e chiede del Flaco e dice che la mando io non la fanno pagare”, mi dice J.
“Quella è l’officina di mio papà, spero che sia fuori, sono venti giorni che non lo vedo”, mi confessa H., di sette anni. Passiamo davanti all’officina, ma il padre non si affaccia. H. ha la faccia seria e preoccupata: “Ho perso la mia classe”, dice e mi si aggrappa al braccio. Con la mia visuale sopraelevata identifico la sua maestra e lo accompagno.
“Profe, lo sa che in questo parco è morta una bambina. Le è caduto un ramo addosso mentre passeggiava”, mi raccontano in diversi. Lo so, purtroppo, mi hanno ripetuto questa storia decine di volte. Deve essere stato una sorta di trauma collettivo.
Camminiamo da più di due ore. Le fronti dei bambini sono imperlate di sudore e le camicie zuppe. Molti chiedono acqua. I genitori, dai bordi della strada, fanno girare qualche bottiglia di plastica. La disciplina della coda del corteo si è allentata. Qualche motorino ne approfitta per insinuarsi fra di noi, qualche bambino per saltarmi sulle spalle. Uno mi indica un vicolo: è talmente stretto che gli adulti ci passano mettendosi di fianco e solo i bambini più piccoli lo percorrono correndo.
“Non ci vada là, profe, là ci stanno i ladroni, me lo ha detto mia mamma”, mi dice J., con le gote imporporate dalla fatica.
Poco più avanti A. mi si aggrappa al braccio: “Ieri qui hanno sparato ed è morto uno. Ho paura a stare qua”. Mi lascia molti metri più avanti e mi regala una bandierina da sventolare.
Dopo circa tre ore, svoltiamo nel prolungamento di Avenida Tiradentes e rientriamo a scuola. Il fresco che ci accoglie è un balsamo. Mi siedo provato dalla lunga esposizione al sole dei Caraibi e alle storie incredibili dei bambini che vedo ogni giorno. Li osservo giocare spensierati, come ad ogni ricreazione: mi sento dentro a un Miracolo. Ogni giorno, per otto ore, seicento bambini possono scordare i rami caduti, gli spari, le cinghie e i papà che non si affacciano e essere, semplicemente, bambini. Molto raramente, dentro la scuola, mi hanno raccontato le storie che il passaggio nel barrio ha imposto loro questa mattina: erano troppo occupati a giocare, a raccontare del loro videogioco preferito, a chiedere palloni finiti sul tetto a reclamare attenzioni e sguardi. Penso al Vangelo: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli”. Li guardo spingersi e sorridersi, farsi i dispetti, abbracciarsi e litigare. No, i bambini non sono innocenti, né completamente buoni. Che significa allora questo dover tornare bambini? Reimparare a dipendere. I bambini sanno dipendere, accettano di scoprire di essere amati negli occhi di chi li guarda, nell’attenzione di chi li ascolta, nelle braccia di chi li accoglie: sanno fidarsi e questa dipendenza prepara la loro auspicabile indipendenza di domani. “Forse”, scrive Natalia Ginzburg, “per imparare poi a camminare con le scarpe rotte, è bene avere i piedi asciutti e caldi quando si è bambini”. Incontrare un genitore, un maestro, una salesiana desiderosa di tenere i piedi di un bambino asciutti e caldi, purtroppo, è ancora una questione di fortuna.
Il 27 febbraio 2026 si sono celebrati i 182 anni di Indipendenza del paese (anche se in realtà fra dominio spagnolo, trentennio di dittatura e influenze americane, gli anni di reale indipendenza sono stati molti meno). Penso che, oltre la patina delle sfilate e il nemmeno troppo latente razzismo anti-haitiano, la strada da fare è ancora molta. La vera Indipendenza non riempie le pagine dei libri di storia, ma le storie di vita dei bambini: è un giardino dove non cadano rami, strade in cui si possa camminare sicuri, padri che si affacciano e non usano la cinghia. Nel frattempo, il cammino verso l’Indipendenza è una scuola aperta in mezzo a un quartiere dove queste cose succedono e dove, per otto ore, si può immaginare qualcosa di diverso e pensare che è possibile. Le empanadas gratuite del Flaco, invece, possono rimanere.
Giovanni Berti
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 1 marzo 2026



