
BORGO SAN LORENZO – Giovanni Berti, 27enne di San Piero a Sieve con la passione per i viaggi e la scrittura, ha iniziato il suo anno di “Servizio civile universale” nella Repubblica Dominicana, che racconterà nel suo diario online sul Filo del Mugello. Dopo la prima puntata (articolo qui) adesso parla dei suoi primi contatti con la missione delle suore salesiane dove svolgerà il suo servizio e con la grande città di Santo Domingo
Un mugellano in Quisqueya – Diario di viaggio, settimana 1: merengue, teste di golia e cattedrali di di sabbia:
L’inizio è sempre lento. Serve tempo per abituarsi agli scherzi del fuso orario, che ti abbatte in mezzo alle giornate e ti spinge giù dal letto prima dell’alba. Serve tempo, soprattutto, per farsi accogliere e annusare da chi, senza conoscerti, ti apre le porte di casa e ti permettere di ficcare il naso nella missione a cui ha consacrato la propria vita. Il progetto di cui faremo parte si chiama, con la lingua un po’ pomposa dei bandi, “Educazione, chiave dell’inclusione dei minori vulnerabili nella Repubblica Dominicana” ed è gestito dalle suore salesiane. “Noi salesiane apriamo scuole nelle periferie del mondo”, ci aveva detto a luglio suor Annecie, responsabile delle due settimane di formazione pre-partenza svoltesi a Roma. Questa frase mi era rimasta particolarmente impressa; di fatto però, non avevo capito cosa sarei andato a fare. La nostra responsabile di progetto a Santo Domingo sembra non avere alcuna fretta di soddisfare la mia curiosità. Si chiama suor Elizabeth, una monjita, di un metro e sessanta con gli occhi forti e curiosi e il viso decorato di pecas (lentiggini).

Ci racconta che quando era bambina la prendevano in giro per via di quello “sporco” rimasto sulla faccia. E ride. Ride moltissimo, scoprendo bei denti bianchi, e parla moltissimo, con entusiasmo da bambina e voce soffice. La ascolto curioso e leggermente infastidito mentre, per circa venti minuti, mi spiega ciò di cui mi occuperò, senza rendermi la situazione più chiara, nemmeno un po’. Non capisco se la colpa è del mio spagnolo da sgrezzare o è lei che si sta divertendo… Su una cosa è però molto chiara: desidera che viviamo la città, che camminiamo sulle sue strade, che usiamo il trasporto pubblico, che respiriamo i mille odori della Capitale. Io mi chiedo: “Quanto tempo serve per conoscere una città?” Per me, che vengo da un paese che i viandanti della Via degli Dei attraversano in meno di venti minuti, Santo Domingo è quello che Buenos Aires era per Ezequiel Martìnez Estrada e Ernesto Sabato : una Testa di Golia e una Babilonia. Un luogo dove tutto è concentrato, a livello demografico, culturale e politico. Una polveriera di tensioni e possibilità, dominata dal suono dei clacson.

Tutto questo un po’ mi eccita e un po’ mi spaventa. Sto sulla soglia di questa città come se fosse il mondo intero. Fosse stato per me, non sarei qui. Mi ero candidato, dopo aver faticosamente vagliato tutte le opzioni, per l’altra sede: Barahona, nel sud-ovest del paese, povero e incontaminato, rurale e gestibile, pensavo. Mi immaginavo dividermi fra il brulichio della scuola e i silenzi delle baie e delle foreste, camminare su strade sterrate su cui si affacciano botteghe con le insegne dipinte a mano. È andata diversamente. Il cambio mi è stato comunicato a due mesi dalla partenza. Affidarmi è stato molto più facile che scegliere. Il primo contatto con Santo Domingo è una carezza.
Una domenica pomeriggio un amico delle suore, Alexito, responsabile del nostro inserimento nella festa dominicana, ci accompagna per il Centro Coloniale. Passeggiamo per vie eleganti e piazze spaziose, dal sapore antico. Infine, raggiungiamo il Parque Colòn, dove, all’ombra di sicomori giganti e maestose magnolie del sud, sorge la Catedral de Nuestra Senora de la Encarnaciòn. La sua facciata di calcare dorato la fa sembrare il castello di sabbia di un bambino prodigio. Seduto su una panchina, un signore anziano con una camicia azzurra tutta stropicciata suona al suo sassofono Hotel Californa. Finiamo la serata in un parco poco distante, davanti alle rovine dell’antico ospedale di San Francesco. Al nostro arrivo il posto è vuoto, salvo un palco alto e stretto su cui alcuni tecnici armeggiano, fra fili e microfoni. Di fronte al palco una piccola pista da ballo quadrata, fatta di grandi piastrelle.

Nel giro di mezzora, in un rito che di ripete ogni domenica, il parco si riempie di sedie e tavoli di plastica e le prime coppie iniziano a scaldare la pista al suono degli strumenti simbolo delle varie “anime” dell’isola: c’è la guira (una sorta di grande grattugia), mi spiega Alexito, che rappresenta l’anima taina indigena; l’acordeòn (fisarmonica) europeo e la tambora africana. Dall’unione di queste tre anime è nato, proprio qui, il Merengue, come qui è nata la Bachata. Guardo incantato i ballerini, sedotto dal fascino del sabor latino dei loro passi. Alla fine di ogni brano, le coppie si dividono e se ne formano di nuove. Nunzia, maestra di balli caraibici, è fra le compagne più richieste. Ad ogni merengue la pista trabocca e persino io, legnoso e impacciato, inizio il mio apprendistato al suo ritmo forsennato, nascosto nella folla ondeggiante. Sono sudato e felice, eppure sento una domanda che mi si insinua nella testa, carica di tutto l’egoismo, la supponenza e le aspettative che sono parte, pesante e inevitabile, del bagaglio del volontario: “Che ci faccio qui? Dove sarebbe la periferia del mondo?”. Riconosco la domanda e la tengo lì, come un pungolo. Mi ripeto che c’è un tempo lento, necessario per accedere a un nuovo mondo: è il tempo di lasciar dissolvere le aspettative, di imparare a non giudicare ciò che si prova e di iniziare a comprendere che, anche se la periferia c’è, non esiste alcuna periferia che aspetta noi per essere salvata.
Giovanni Berti
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 28 settembre 2025



