MUGELLO – Giovanni Berti, 27enne di San Piero a Sieve ha iniziato il suo anno di “Servizio civile universale” nella Repubblica Dominicana, un’esperienza particolare che sta raccontando nel suo diario online sul Filo. Ecco il suo nuovo resoconto settimanale.
A volte sono veramente molto fortunato. Come spiegare altrimenti che, nel mio anno di Servizio Civile, le suore salesiane abbiano scelto di rimettere in piedi l’evento sportivo che non organizzavano da venticinque anni? La Coppa Madre Mazzarello vede le dieci scuole gestite dalle Figlie di Maria Auxiliadora sfidarsi in numerose discipline. Parliamo di un evento di tre giorni con più di settecento studenti coinvolti. Da mesi, a scuola non si parla d’altro: ragazzi e ragazze supplicano di rientrare fra i selezionati, le aule si ammutoliscono all’ingresso degli allenatori e la semplice possibilità di essere esclusi dalla rosa dei prescelti rende anche i più indisciplinati dei perfetti gentiluomini. Per me si tratta contemporaneamente di un regalo e di una responsabilità. Come allenatore della squadra di calcio, sono molto grato dell’opportunità di raccogliere i frutti di un anno di allenamenti a orari improponibili, sotto il sole dei Caraibi, in un minuscolo quadrato di asfalto ruvido come carta vetrata e pieno di minuscoli pezzi di vetro che più volte mi hanno costretto a concludere la giornata scolastica in pronto soccorso per far ricucire la mano o ingessare il braccio di un bambino; come educatore, invece, so che per tutti i miei calciatori la partecipazione all’evento è una questione di importanza assoluta e che, dunque, richiede tutta la mia cura tanto nella selezione quanto nelle spiegazione e nelle coccole agli esclusi. Per di più sono pessimo, tanto a selezionare quanto a valutare, ma di questo e delle peripezie che hanno accompagnato la consegna delle liste parlerò in un altro episodio.

Mercoledì 6 maggio, il ritrovo a scuola è previsto per le 5:30. I genitori dei calciatori mi attendono già ansiosi. Lascio a tutti il mio numero senza immaginare la sassaiola di messaggi e chiamate in cui trasformeranno le successive 72 ore. Ad attenderci due bus da cinquantasei posti che, curiosamente, decidiamo di occupare dividendoci in un gruppo da cinquantasei e in uno di quattordici. Seduto in mezzo ai miei studenti che, prima del sorgere del sole, mi hanno già fatto una ventina di domane su modulo, tattiche, esultanze, titolari, riserve, il problema del libero arbitrio e l’immortalità dell’anima, immagino che il viaggio sul bus deserto dietro di noi debba assomigliare molto alla Felicità. Eppure, si tratta di un bel riscaldamento. Se dovessi descrivere in due parole il succo di questi tre giorni, le parole sarebbero: tante domande. Dove si beve? Contro chi giochiamo?
Ci sono dei bagni? Ma perché il loro numero 16 ha i baffi? Posso dormire con te? Dove è il mio asciugamano? Assomiglio a Lamine Yamal? Ma se arriviamo quarti ci danno la coppa? Puoi tenermi 15 pesos? Puoi darmi i miei 15 pesos? Posso giocare titolare? Perché no? Mi compri un gelato? Profe, ma lei è vergine? Fra quanto arriva il bus? Ma perché la nostra divisa è verde acqua? Quante fidanzate hai avuto? Cosa si fa quando uno ha l’ansia? Ma io sono scarso? Ma il prossimo anno se te non ci sei, chi sarà l’allenatore? Ma dopo giochiamo noi? Ma quando tocca a noi? Ma perché non giochiamo mai noi? Ma quando sta noi? Oggi? Fra quanto? Puoi prenderci una palla
mentre aspettiamo? Arriviamo a destinazione in circa due ore e lasciamo tutti i nostri bagagli in una stanza per poi essere trasportati da uno scuolabus gigante al Centro Olimpico. La cerimonia di apertura è infinita e di una noia mortale ma tutto sommato meglio così perché, appena arrivato, mi hanno ricordato che è obbligatorio l’uso dei parastinchi – sul regolamento EL USO DE LAS ESPINILLERAS NO ES NEGOCIABLE è scritto addirittura in neretto – e, naturalmente, mi sono scordato di avvertire i ragazzi. A complicare le cose, La Vega, la città olimpica della Repubblica Dominicana, non ha un negozio di sport. Morale della favola: passiamo più di un’ora elemosinando forbici, nastro adesivo e pezzi di cartone per creare quaranta parastinchi che ci evitino quella che sarebbe una clamorosa.

Dopo pranzo cerco di scoprire a che ora e dove si svolgerà il torneo di futsal. Se c’è una cosa che mi pare di aver capito del mondo salesiano in questi otto mesi, è che la loro assoluta fiducia nella Provvidenza unita alla passione meticolosa nel dedicarsi alla preparazione di ogni singolo dettaglio decorativo, spesso conduce a una grande confusione riguardo alle questioni principali. Persino Victor, che sulla schiena ha scritto ORGANIZZATORE GENERALE, non ha di meglio da offrirmi che un foglio con la lista delle scuole partecipanti, un dito puntato verso la direzione del campo e l’invito a presentarmi là alle 14 per tutti i dettagli. Guardo l’orologio, sono le 13:53. Raduno le mie due squadre e ci incamminiamo. In breve, arriviamo a un campo di cemento rosso e blu leggermente sopraelevato rispetto a un praticello arso dal sole e pieno di plastica. Siamo gli unici ad essere qui. Mentre mi godo gli occhi entusiasti dei ragazzi che si guardano attorno e provano giocate immaginarie sentendosi a Wembley, noto che siamo 16. Ne manca uno. Mando il capitano della squadra dei grandi a recuperare Matias. Arrivano insieme dopo poco minuti. Matias ha gli occhi pieni di lacrime e un bastone in mano. Era tornato al punto del pranzo a prendere il suo bastone e non vedendoci più aveva pensato di essere stato abbandonato. Iniziamo bene. Dopo una ventina di minuti e una quarantina di domande, arriva la seconda squadra, poi rapidamente la terza e la quarta. Dopo quaranta minuti arrivano gli arbitri, vestiti in divisa ufficiale. Alla mia domanda sull’obbligatorietà dei parastinchi, uno di loro mi risponde con la massima serietà: “Aspettiamo l’arrivo di tutte le squadre, mi piace spiegare le cose una sola volta”. Poi si siede su uno scivolo a pochi metri da campo. Serve circa un’ora e mezza per poter finalmente iniziare. Dopo un consulto con l’ORGANIZZATORE GENERALE, si decide di consentire la partecipazione agli sprovvisti di parastinchi. Con sollievo, i miei ragazzi estraggono il cartone che emerge dai calzini corti o si nasconde sotto le calze lunghe. Nella giornata di oggi si giocheranno solo le partite della categoria B (13-15 anni), spiego la situazione e dopo la prima raffica di domande dei calciatori della categoria A (10-12 anni) minaccio di mettere in panchina, il giorno dopo, il primo che mi chiede di nuovo se giocheranno oggi. La minaccia si rivela del tutto inutile. Il solo Reimy, che circa un mese fa, senza battere ciglio, ha ricevuto 12 punti di sutura per essersi aperto la mano cadendo sopra un vetro minuscolo, me lo chiederà sei volte.
Giochiamo la prima partita contro Madre Mazzarello, la scuola di Nunzia e Priscilla. Proprio Priscilla, che in Italia gioca in serie B di futsal, è l’allenatrice della squadra. Un bel derby italiano. Comunico i cinque titolari. La mia scelta dell’ultimo momento di schierare Angel come attaccante invece che come portiere riceve il grido di gioia del portiere “di riserva” e il brontolio polemico di tutte le “riserve”. Il campo è il triplo dello spazio in cui in genere ci alleniamo e dato che nessuno di questi ragazzi ha mai fatto un’ora di scuola calcio nella sua vita, preferisco iniziare con i quattro che mi assicurano un buon atletismo. In effetti, il primo tempo è un piccolo capolavoro di pressing e corse disperate a coprire i giganti vuoti che lasciamo in difesa. Dopo alcune palle gol divorate con tiri di punta da quattro metri finiti fuori di tre, Rafael segna il gol dell’1 a 0. Saltiamo come matti e ci abbracciamo gridando. Tutte le riserve scordano istantaneamente i loro malumori, anche perché dopo i cinque minuti di intervallo, arriva il loro momento. Riusciamo a mantenere il vantaggio fino alla fine dei 20 minuti e al triplice fischio i quaranta studenti di Cristo Rey venuti a sostenerci compiono una mini-invasione di campo. I ragazzi sono al settimo cielo e, uno dopo l’altro, vogliono sapere che voto do alla loro prestazione. Me li abbraccio uno a uno dicendo che i voti li do solo a inglese. E che sono quasi tutti insufficienti. La categoria B conta sette squadre iscritte. Dopo tre quarti di finale e uno spareggio fra la miglior perdente e la settima squadra, in teoria da estrarre a sorte, si procede con semifinali e finali. La settima squadra, i bianchi di Moca, in realtà, arriva con un’ulteriore ora di ritardo: si erano spostati in bus in un altro centro sportivo per scoprire, solo una volta in loco, che là si sarebbero tenute le partite di basket. Il loro arrivo genera un piccolo terremoto a causa della muscolatura
particolarmente sviluppata di alcuni dei suoi membri e dei baffi del numero 16. I miei ragazzi iniziano a scoraggiarsi ma il sorteggio, apparentemente, ci sorride: in semifinale affrontiamo i verdi di Laura Vicuna, apparsi tutt’altro che irresistibili alla prima partita.
La semifinale è una Caporetto totale. Dopo cinque secondi stiamo già perdendo uno a zero perché, entusiasmati dalla scoperta del pressing, i miei quattro giocatori si sono lanciati contro l’unico difensore in possesso del pallone dopo il calcio di inizio. A fine primo tempo, stiamo perdendo sette a zero, i due miei migliori giocatori non vogliono saperne di rientrare in campo e l’arbitro mi informa che, a causa di un errore di comunicazione, il primo tempo è durato venti minuti anziché dieci. Decidiamo comunque di giocare un piccolo secondo tempo che dà il tempo ai nostri avversari di segnare altri tre gol. Al fischio finale i ragazzi sono mortificati e vedendo le loro teste basse anche io avverto un po’ di magone. Un 10 a 0 non era proprio la gratificazione che mi ero immaginato per questo anno di allenamenti. Proviamo a tirarci su il morale scherzandoci sopra e nascoltando dembow dai testi discutibili.
Dopo la cena, attendiamo un’ora abbondate svaccati su un marciapiede ancora tiepido. La passiamo per una buona metà a giocare a bandierina e per l’altra a cercare Jason che era andato a comprarsi delle patatine fritte senza avvertirmi. Finalmente arriva il bus diretto al nostro dormitorio. Siamo ospitati in un convento venti minuti fuori da La Vega. La strada per arrivare è stretta e super ripida, il nostro scuolabus gigante . L’autista suona il clacson come un ossesso mentre riproduce bachata a volume insostenibile. Mi godo questo momento così domenicano. Attorno a me una quarantina di pre-adolescenti sta cantando a squarciagola e con gli occhi chiusi canzoni che tutti conoscono a memoria e che dai nonni passano ai padri e dai padri ai figli e che in buona parte parlano di amori e dolori che ancora questi ragazzi non immaginano e non hanno sperimentato. Il passaggio da questo caos al silenzio del convento è veramente surreale.

Veniamo accompagnati alla nostra stanza. La porta recita: “pabellon pequeno: 10 ninos + 1 acompanante”. Noi siamo 43. Dopo cinque minuti l’aria è già irrespirabile e dal bagno arriva un rivolo d’acqua che inzuppa i materassi più vicini. Propongo di dormire nell’ampia terrazza e una ventina abbondante di ragazzi accoglie la proposta con gioia. Ci sdraiamo nel silenzio della campagna domenicana. Molti si addormentano all’istante. Mentre guardo il cielo scuro e le luci de La Vega oltre i banani e spero con tutto me stesso che la giornata di domani ci riservi maggiori soddisfazioni, un’ombra passa furtiva accanto al mio materasso: è Rafael e ha in mano un tubetto di dentifricio. Mi alzo e lo guardo a metà fra il severo e il divertito. Lui mi dice solo: “perdoname, pa’”e torna a letto. Mi addormento. La mattina dopo una decina di ragazzi si sveglia con il dentifricio sulla faccia e Rafael si sta stiracchiando soddisfatto.
Giovanni Berti
©️ Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello –Maggio 2026





