MUGELLO – Giovanni Berti, 27enne di San Piero a Sieve ha iniziato il suo anno di “Servizio civile universale” nella Repubblica Dominicana, un’esperienza particolare che sta raccontando nel suo diario online sul Filo. Ecco il suo nuovo resoconto settimanale.
Una volta, una delle innumerevoli persone che ho sfiorato grazie al calcio disse una di quelle frasi sensazionalistiche e probabilmente infondate che si dicono negli spogliatoi e che ti rimangono dentro per sempre. “Per cambiare un’abitudine servono ventuno giorni. Non toccate una sigaretta per tre settimane e non fumerete mai più”. Trovavo ironico che, nonostante la convinzione con cui aveva pronunciato queste parole, l’autore fumasse come una ciminiera. Eppure gli ho creduto a lungo. Oggi non ho idea di quanti giorni servano per cambiare un’abitudine, ma rileggendo il mio diario ho scoperto quanti ne sono serviti a me per crearmi una routine: circa quaranta. Per le prime sei settimane, i miei resoconti giornalieri sono strabordanti, un continuo esplodere di dettagli. Tutto mi sorprende e m’innamoro di tutto: la nuova strada percorsa, l’empanada di manzo e queso blanco, ogni giorno di scuola, la sensualità di una coppia che balla per strada, il silenzio di una classe, il delirio di un’altra, l’abbraccio gratuito di un bambino e le montagne di spazzatura per strada. Questa ipersensibilità, poeti, neonati e altri esseri misteriosi a parte, è un modo di vivere tanto bello quanto insostenibile. Arrivavo a fine giornata esausto e colmo ma, fino all’attimo prima di collassare sul letto sotto il ventilatore, ancora smanioso di nuove esperienze. Mi fermavo solo per scrivere, con l’assillo di non scordare niente, e per dormire. Dalla sesta settimana, però, i racconti iniziano a accorciarsi, molte cose diventano impliciti: come smettono di meravigliarmi, smetto di registrarle nel diario. Inizio a sentirmi a casa. Casa è, anche, il posto dove alcune domande si spengono e non sempre è necessario interrogarsi sul senso di tutte le cose. Tuo fratello e tua sorella, semplicemente, sono lì dove dovrebbero essere e, quando serve, sai ignorarli. Si vive in un “ritmo che esclude il pensiero”: una routine. Oggi provo a farvi entrare nella mia settimana tipo, cioè come dovrebbe essere sulla carta e, di fatto, come non è mai stata.
Come Fantozzi, dopo numerosi calcoli e tentativi, sono riuscito a posticipare la mia sveglia, inizialmente impostata alle 7:15, fino alle 8:10. Arrivo a scuola alle 9:20, dieci minuti prima della mia lezione. Dopo due giorni passati a deprimermi per il poco lavoro, girarmi i pollici e fissare i muri nel cortile deserto, mi sono venuti in soccorso due alleati. Il primo è stato l’insegnamento di Stefano, uno dei formatori pre-partenza: “Più o meno spesso, ognuno di noi pensa di avere il diritto a che gli altri indovinino i nostri desideri. Quando ci capita, sentirci ascoltati è in realtà innalzare un muro e aspettare che gli altri lo scavalchino per dimostrare quanto ci tengono a noi e quanto valiamo. C’è un’altra via, più semplice e meno frustrante, solo un poco più imbarazzante: chiedere ciò di cui si ha bisogno”. Così, il terzo giorno sono piombato nell’ufficio di José Luis. Ed è stato imbarazzante. Ho detto che dovevo stare a scuola ventotto ore e che ne avevo occupate solo sei, per poi offrirmi di dare un aiuto maggiore e snocciolare le cose fatte negli ultimi quattro anni fra scuole, asili, campi sportivi e corsi di teatro. Non so se mi sono sentito più bischero o più presuntuoso.
Ma poi è stato semplice, come aveva promesso Stefano. Il mio secondo alleato è stato la mancanza di personale di Cristo Rey. Per i seicento studenti, ad esempio, c’è un solo insegnante di inglese. “Tu sai l’inglese?”, mi ha chiesto il coordinatore. Nonostante il mio C1 certificato e qualche mese di insegnamento per un progetto del PNRR, io parlo un inglese un po’ scolastico e con una marcata pronuncia toscana che rivendico, ma principalmente perché dubito che saprei correggerla; ma in quel momento avrei giurato di essere John Keats pur di sentirmi utile. Così, io e il professor Yeuris ci siamo divisi il lavoro. Ogni settimana insegno inglese per diciassette ore (ogni ora dura in realtà quarantacinque minuti) in quarta, quinta e sesta elementare (la primaria dominicana dura sei anni) e in prima e seconda media. Tutte classi sopra i trentacinque studenti e sotto i trentacinque metri quadrati. Un delirio meraviglioso in cui piano piano proverò a farvi entrare.
Altre sei ore le passo tenendo i laboratori di calcio con una cinquantina di studenti divisi fra primaria e secondaria. Le ore restanti sono di mensa, ricreazione e VPS (Vivo la Pastorale Salesiana) su cui mi dilungherò in una delle prossime settimane. È anche prevista un’ora di riposo. Incredibilmente, fino alla sesta elementare, tutti i bambini dormono profondamente i loro quarantacinque minuti. Questa è la mia vita dal martedì al venerdì. Da contratto di Servizio Civile abbiamo due giorni liberi che, per il nostro progetto, sono la domenica e il lunedì. Il sabato è dedicato al cuore della vita salesiana: l’oratorio. Dal dopo pranzo fino a cena, il cortile della scuola (che è pubblica ma data in gestione alle suore salesiane) brulica dei giovani, dai dieci ai venticinque anni, che abitano il quartiere. Si gioca a domino (che qui è un’istituzione) e a pallavolo, c’è sempre musica e qualcuno che balla. Verso le 17:30, si dispongono le sedie: prima in un cerchio grande per la preghiera e il lancio dell’attività, poi in cerchi piccoli per la riflessione e la discussione. Alle 19:00, pane e succo per tutti e ognuno torna, a volte carico di viveri, alla propria casa. La scuola di Cristo Rey è, insomma, il centro attorno al quale gravita la mia vita, ma della mia routine fanno parte anche un’ora di palestra tre volte a settimana; una scuola di salsa il lunedì sera e il calcetto del mercoledì sera nel campetto di Parque Independencìa. Tutte cose di cui sarà bello parlare e che, a quasi tre mesi dalla partenza, sono la mia normalità.
Dal giorno quaranta, inoltre, passata la sbornia di dettagli e il galoppo delle emozioni che la nascondevano, le mie pagine si riempiono soprattutto di una sensazione che in Italia avevo perso da alcuni anni, dentro la frenesia di una routine i cui impegni avevo incastrato come un puzzle. Mi sembra che il tempo sia tutto mio e che, per quanto piene siano le mie giornate, inspiegabilmente, ne avanzi sempre un po’ per un tramonto sul tetto, una passeggiata nel Centro Coloniale, una pagina di diario, una chiacchiera sul divano, un corso di ballo o un Master per avvicinarmi al sogno di essere, anche ufficialmente, un insegnante. Mi sembra che la mia Ricerca sia arrivata al Tempo Ritrovato: una sensazione di libertà assoluta che non provavo da quando, percorrendo le strade polverose verso Santiago di Compostela, un’altura anche minima mi i rivelava una nuova valle e la promessa di tutta la strada che avevo ancora davanti. Oggi come allora, tutto questo tempo e tutto questo spazio mi inebriano. Sul mio diario scrivo: “chi ci ha fatto questo regalo? Di spedirci giovani dall’altra parte del mondo?”.
Eppure, mentre assaporo queste cose, una parte di me rimane vigile, marginale ma resistente, a ricordarmi che, anche se sto vivendo il sogno dei miei diciannove anni, non ho più diciannove anni e i miei sogni sono un po’ diversi. Il giorno dopo, ma sulla stessa pagina, mi rivedo scrivere: “questi diari non saranno i diari di un Maestro finché non si svuoteranno un po’ di me e di questo Tempo Tutto Mio e si riempiranno un po’ dei miei ragazzi, e del tempo che ho dato loro”.
Giovanni Berti
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 23 novembre 2025





