
SCARPERIA E SAN PIERO – Reperti di archeologia ecologica, per il bruciamento dei rifiuti. Una storia grottesca d’altri tempi. Politica del ridicolo e ingiustizia sulla pelle dei cittadini. Una ricostruzione precisa, con dati di fatto. Com’è andata a finire?
Quasi 50 anni fa si parlava di bruciamento dei rifiuti. Oggi di incenerimento, di termovalorizzazione. Allora, in quel periodo, il mezzo per condurre il processo era detto bruciatore. Ciò, dunque, in modo primordiale. Adesso, il termine è sopraffatto, nel lessico moderno, dai sostantivi meno impattanti, con la fonetica più rispettosa dell’ambiente, quali l’inceneritore o il termovalorizzatore. Evoluzione della lingua, certo. San Piero a Sieve, Via di Massorondinaio, impianto di bruciamento per i rifiuti solidi urbani, datato 1969, in funzione fino al 1971. L’acquisto del bruciatore, invece, venne deciso con una deliberazione del Consiglio Comunale in data 8 luglio 1967, la numero 42. Pertanto, occhio alle date.
Sarebbe interessante capire su quale progetto l’Amministrazione Comunale, di quell’epoca, abbia convenuto di realizzare il bruciatore. Insomma, stabilire se venne costruito a regola d’arte, nel rispetto della normativa vigente in quel periodo. Di solito certe infrastrutture, a servizio della collettività, dovrebbero essere impiantate in terreni pubblici, demaniali, ovvero espropriati alla bisogna ai legittimi proprietari. In questo caso niente di tutto ciò. Il terreno è, oggi, nella piena disponibilità di un proprietario che asserisce di averlo acquistato con un rogito notarile del 1972. E l’atto stabiliva che il bene fosse “libero da ogni tipo di vincolo”. Grottesco.

Quindi un Comune, una Giunta Comunale, decise di costruire un impianto pubblico in un terreno privato, senza alcun atto di esproprio, da una parte, così come, senza alcuna opposizione dall’altra, quella del proprietario di allora, in una vicendevole superficialità. Sì, credo che Carlo Collodi, prima di immaginare il suo “paese dei balocchi”, sia passato da queste parti. Tre anni fa, su quell’ammasso amorfo di calcestruzzo e lamiera, il relitto della struttura, caddero gli occhi investigativi delle forze dell’ordine, a tutela dell’ambiente. Iniziò il balletto dei sopralluoghi, delle ordinanze, del sequestro preventivo dell’area, con l’apertura di un procedimento prima penale, poi amministrativo. Fecero le analisi ambientali sui terreni. Ne emerse una cosa seria, molto seria. Il reato contestato è “abbandono incontrollato di rifiuti ad opera di privati”.
Sì, avete letto bene. Così la rilevanza del reato venne attribuita al proprietario dell’area e non al Comune. Sicché, secondo chi istruì il procedimento di indagine, la colpa era del proprietario (l’originario non è l’attuale, quello di oggi), e non tanto per aver costruito il bruciatore, reato urbanistico, ma per avervi ammassati ed abbandonati i rifiuti. Ora io non ho l’età, neppure i titoli e le competenze, per ricostruire, per filo e per segno, ciò che accadde 48 anni fa. Non conosco il proprietario dell’area, soprattutto non sono il suo avvocato. Ma, per solidarietà con lui, a prescindere, mi resta difficile credere che, in un giorno della sua vita, quel signore, abbia voluto costruire, a sue spese ed all’insaputa di tutti, un bruciatore per smaltire i rifiuti comunali e di abbandonarne i residui nella sua stessa proprietà. No, no, non ci credo. L’ordinanza, la numero 45, dell’ex comune di San Piero a Sieve era articolata in 9 punti. In essa, si richiedeva al proprietario di mettere in sicurezza l’area e di procedere alla bonifica dei terreni, a proprie spese. Poi è sopravvenuta la fusione del comune di San Piero a Sieve con quello di Scarperia. E ad oggi, non abbiamo capito come sia andata a finire. Insomma se l’area sia stata o meno bonificata.
Gianni Frilli
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 26 aprile 2017







1 commento
…o meno! (la seconda che hai detto…)