MUGELLO – Cronaca per l’ottenimento del permesso di soggiorno richiesto da un cittadino straniero, ospite sul nostro territorio, qui per imparare l’italiano, requisito necessario per l’accesso in una Università romana. Volontario per un giorno, provetto cronista per Il Filo – idee e notizie dal Mugello – ho voluto così capire cosa vuol dire essere stranieri in Italia, a Firenze. Il districarsi nelle maglie delle regole nazionali, l’approccio con ambienti e sportelli pubblici. Ovviamente nessun commento, solo il riporto di quanto ho visto.
Intendiamoci subito, non ho alcuna intenzione di prestarmi a fomentare la dialettica sulla questione degli immigrati, siano essi profughi richiedenti asilo o “migranti economici”. Anche perché la storia che mi accingo a raccontare riguarda un’altra tipologia di stranieri, genericamente riconducibile a quella degli studenti che vengono in Italia ad imparare la lingua e, magari, per iscriversi a qualche nostra scuola o ateneo. Ebbene, tutto inizia nella seconda metà del mese di novembre scorso.
Berardo, nome di fantasia, ma che ricorda per questa, diciamo, “sfortunata” vicenda il protagonista di Fontamara, nella fattispecie però tutt’altro che cafone come quello del romanzo, entra in Italia con un visto acquisito tramite la propria ambasciata. Le regole del nostro paese prevedono, per gli extracomunitari che vogliono trattenersi sul suolo nazionale, di regolarizzare la propria posizione compilando un formulario distribuito anche da Poste Italiane, pagare una tassa di poco oltre i cento euro e spedire una raccomandata all’ufficio immigrazione della questura ove soggiornano. Insomma, una normale procedura. E, per la verità, tutto sembra ben definito e funzionante.
Tant’è che, pochi giorni dopo l’inoltro della raccomandata, arriva, sul cellulare di Berardo, il richiedente del permesso di soggiorno, l’sms di notifica con la convocazione per il cosiddetto “fotosegnalamento”. Un messaggio sintetico, con data, orario, indirizzo. Colpisce nel contenuto quell’ora precisa, le 12:47, che sembra dettata da una mentalità ispirata ad un cronografo svizzero, anzi, dato che siamo a Firenze, ad un “Luminor” Panerai, maestri orologiai in Piazza San Giovanni. Sicché, responsabilmente, in questo mio esercizio di volontario, per non incappare in imprevisti o ritardi, invito Berardo, questo ospite in Mugello, ad anticipare di almeno un’ora l’arrivo all’ufficio immigrazione. E fin qui è una scelta personale. Poi inizia la “sfortuna”.
All’accettazione, dopo aver esibito l’avviso di convocazione, ci viene assegnato un numero, A77. Uno sguardo alla lavagnetta con i led rossi ci getta nello sconforto: in quel frangente era il turno del richiedente A40, quindi trentasette utenti prima di lui e di me, di noi. Un rapido confronto ci porta all’amara constatazione che entro le 12:47, orario previsto per il nostro appuntamento, sarà difficile smaltire la coda accumulata, o forse mal programmata. Comincia così una interminabile attesa.
Che fare? Francamente mi sento a disagio. Berardo, lo studente extracomunitario, con tanta gentilezza prova a smorzare il mio disappunto, e lo fa attribuendo anche al suo paese d’origine le stesse lentezze, che, badate, non mi azzardo a definire disfunzioni, nelle procedure di immigrazione o d’espatrio. Inganno il tempo guardandomi intorno, all’interno di questo stanzone già autorimessa della questura oggi ripartito fra sala d’attesa e banconi d’ufficio. Ci sono delle sedute minimali, del tutto insufficienti per la platea di persone in attesa, e sedici o diciassette postazioni per il disbrigo delle pratiche, non tutte aperte.
Il grande portone è aperto, entra chi vuole. Anche due coppie di piccioni e un passerotto, irriverenti e audaci, che sorvolano la sala con le loro evoluzioni aeree, come una sorta di pattuglia acrobatica pennuta, senza aerei, tute, caschi e consolle di pilotaggio. Alterno la permanenza all’interno con ripetute uscite su Via della Fortezza. Passeggio, un uomo da marciapiede. Mi mescolo in quel crogiolo di etnie, fra africani e nordafricani, orientali e mediorientali, latino-americani, balcanici, europei dell’est. Un angolo cosmopolita di Firenze. Poi, cerco i servizi igienici, il bagno. Attraverso uno stretto corridoio e mi oriento con il miasma che mi facilita l’individuazione della meta. Indescrivibile, inaccettabile, intollerabile, indecoroso, indecente, al limite dell’inservibile. Mi limito alla descrizione senza cioè voler e poter stabilire la responsabilità di tutto ciò, se sia questa dovuta all’inciviltà dei frequentatori o alla scarsa igiene nella pulizia e nel mantenimento.
Passano i minuti, i quarti d’ora, le mezz’ore e anche le ore. Quell’orario delle 12:47 nella notifica alla fine diventa le 15:55, quando lo sportello 6 ci riceve. E, dovere precisarlo, ciò è accaduto per la rinuncia di almeno 15 richiedenti che hanno saltata la chiamata. Sbrighiamo la pratica in dodici minuti, dopo tre ore di attesa, tuttavia senza poter completare l’istanza perché in quel momento non si poteva fare il “fotosegnalamento”, proprio l’oggetto della convocazione. Nuovo appuntamento il prossimo 4 giugno. In modo sarcastico ho guardato Berardo, non ho potuto fare a meno di dirgli: benvenuto in Italia! Una giornata “sfortunata”, forse.
Gianni Frilli
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 10 maggio 2019




