
VICCHIO – Forse non tutti sanno che , parroco di Vicchio, prima di indossare i paramenti portava il camice da infermiere. Perché in passato il don lavorava nella sanità come infermiere professionale ed ora, nel pieno di una pandemia mai vista, ha deciso di indossare nuovamente i panni dell’infermiere per dare una mano. Quindi, alle 7.30 di lunedì 17 maggio don Maurizio ha iniziato il suo primo turno da vaccinatore nell’hub di Dicomano (articolo qui).
Negli scorsi mesi, infatti, era stato lanciato un appello per reperire personale qualificato da destinare alla vaccinazione e don Pieri ha subito dato la sua disponibilità, visto il suo passato da infermiere professionale. “La Regione Toscana – spiega con umiltà il parroco – sta aprendo dei punti vaccinali, di cui due in Mugello. E lo studio Auxilium, che ha in gestione i centri vaccinali, ha fatto richiesta di personale, sia medico/infermieristico che di ausilio. Siamo in emergenza sanitaria, è bene ricordarlo e ricordarci che ancora non ne siamo fuori e, di conseguenza, tutti abbiamo delle responsabilità”.
È stata proprio la professione sanitaria a portare don Maurizio alla professione ecclesiastica, come racconta lui stesso:” Ho fatto l’infermiere per vent’anni nell’ospedale di Borgo San Lorenzo. Lavoravo nei reparti di rianimazione e oncologia, oltre che in Pronto Soccorso. Ed è lì, in quei reparti, che è nata la mia vocazione al sacerdozio. Per quanto mi riguarda non è la fede che mi ha aiutato nel lavoro, ma viceversa lavorando come infermiere ho avuto una consapevolezza. Si tratta di due ambiti simili in qualche modo, perché entrambi pongono l’umano al centro, basti pensare al fatto che la mia fede è incarnata in un uomo, che è Gesù”.
Ma, nonostante il cambio radicale di professione, don Pieri non ha mai smesso di aiutare il prossimo con quell’attenzione in più che solo un infermiere conosce. “I miei parrocchiani – racconta – mi chiedono spesso consigli quindi si può dire che non ho mai abbandonato la mia prima professione. Ho una vocazione per aiutare chi è più fragile: i malati, gli anziani, chi è solo…sapete, il confine tra il sociale ed il ed il sanitario è labile e in questo è compresa anche la cura dello spirito”.
E con la Pandemia non ha pensato neanche un secondo di tirarsi indietro:”Quando è cominciato tutto, eravamo spiazzati, anche i medici, anche coloro che ogni giorno lavorano nell’ambito sanitario, erano tutti in difficoltà. Nessuno aveva mai vissuto una pandemia di queste proporzioni e non conoscevamo niente del virus. Lo scorso anni io ero viceparroco a Montespertoli e subito mi sono rimboccato le maniche per aiutare chi era in difficoltà, portando la spesa ed aiutando come potevo chi aveva bisogno, in quel momento, con la Caritas, era l’unico ambito in cui potevo far qualcosa. E così oggi, non possiamo chiuderci totalmente in noi stessi, ma dobbiamo aiutarci a vicenda, ognuno secondo le proprie capacità e rispettando, mi raccomando, le direttive sanitarie: il distanziamento, la sanificazione….”.
Irene De Vito
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 18 Maggio 2021

