
Sabato 12 Settembre a Firenzuola saranno presentati in un incontro pubblico i primi risultati di una ricerca promossa dall’Associazione “Cittadini per la difesa del Santerno” per ricostruire nella maniera piú organica possibile la storia del comune dell’Alto Mugello durante il passaggio del fronte nel 1944 (articolo qui).
L’occasione è il 71° anniversario del bombardamento e della distruzione del paese da parte dell’aviazione alleata. Esattamente un anno fa, in occasione del 70° anniversario, emerse l’esigenza di organizzare la documentazione esistente e di promuovere nuove ricerche.
Lo scopo è quello di fornire alla popolazione, e in particolare alle giovani generazioni, informazioni e strumenti per costruire una “memoria condivisa” di quanti vivono a Firenzuola al di là della storia culturale e personale di ciascuno. Molti avvenimenti infatti sono stati dimenticati anche da chi li ha vissuti direttamente o indirettamente attraverso il racconto dei genitori o dei nonni. Per altri fatti, invece, continuano a circolare “narrazioni mitiche” che si sono depositate con il tempo nella coscienza della gente.
La ricerca è partita dalla documentazione esistente, in parte ancora inedita, e dalla raccolta di nuove testimonianze dirette o indirette.
Dal lavoro sono emerse novità interessanti sul rapporto della popolazione con gli occupanti tedeschi e con il movimento partigiano: i tedeschi appaiono meno “buoni” e i partigiani meno “cattivi” di quanto si è detto e scritto. Molto importante appare anche il ruolo del fascismo locale che ha collaborato attivamente con gli occupanti, non soltanto nella lotta contro i partigiani ma anche nelle azioni contro i civili e, in qualche caso, anche contro esponenti del clero, come, ad esempio, in occasione dell’arresto del parroco di Bruscoli.
Molte informazioni, anche su storie personali pressoché sconosciute, sono contenute nell’importantissimo archivio di Pier Carlo Tagliaferri, lo storico per eccellenza delle vicende di Firenzuola, e nelle tesi di laurea di Laura Camprincoli ed Elena Ghetti, che dagli anni novanta giacciono in copia nella Biblioteca Comunale di Firenzuola. È stata trovata anche una importante documentazione sui firenzuolini deportati nei campi di concentramento tedeschi.

La ricchezza delle informazioni e dei materiali reperiti non ha consentito di realizzare la pubblicazione che avevamo previsto per questo 12 settembre, ma essa sarà disponibile entro breve tempo. Un aspetto positivo di questo lavoro è, infatti, proprio la disponibilità di molti cittadini a raccontare le loro storie e a metterci a disposizione il loro materiale documentario.
In una situazione come quella emersa a Firenzuola, che certamente è analoga a quella di migliaia di altre situazioni, non si tratta di “non dimenticare”, ma di “avere qualcosa da ricordare”. Non soltanto per le nuovissime generazioni, ma anche per i quarantenni e i cinquantenni, il racconto delle vicende della guerra è qualcosa di assolutamente nuovo, e quindi estraneo, come sono estranei i bellissimi servizi di Rai Storia: riguardano altro e altri rispetto alla vita reale di ciascuno di noi. La catena della memoria si è interrotta e non è possibile risaldarla, perché al di là dell’ultimo anello c’è, nel migliore dei casi, un mondo indifferenziato, confuso e nebuloso. Domenica scorsa, il 6 settembre, durante una visita guidata al Cimitero Militare Germanico del Passo della Futa (articolo qui) con settanta persone di Barberino, Simona Baldanzi ha detto che quasi tutti i ragazzi delle scuole medie del Mugello conoscono bene l’Outlet, ma che quasi nessuno conosce quel cimitero.
Questa condizione di vuoto alle spalle può trasformarsi in qualcosa di positivo. I giovani e i meno giovani che vivono qui – siano essi nati e cresciuti a Firenzuola o siano immigrati dal Veneto e dalla Sardegna quarant’anni fa, o siano di recente arrivati dalle città vicine o da altri continenti – attraverso la scoperta delle vicende della guerra sull’Appennino entrano in contatto con la storia del territorio e del paese in cui viviamo, che racconta a tutti noi le stesse vicende drammatiche della guerra e le racconta nella “sua” lingua, che è lingua del dolore, della sopraffazione, della distruzione e della morte, ma ciascuno di noi le ascolta nella “propria” lingua, nella lingua del proprio vissuto, e quindi può farle proprie.
Io sono convinto che quando San Francesco parlava al lupo di Gubbio o agli uccelli non usasse la lingua del lupo, del cardellino o del merlo, a seconda delle circostanze, ma parlasse la sua propria lingua e che, proprio per questo, tutti la intendessero.

Luciano Ardiccioni
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 11 settembre 2015





