
BARBERINO DI MUGELLO – Don Stefano Ulivi, pievano di Barberino di Mugello, si racconta e racconta la sua comunità. Un’intervista che tocca vari aspetti: a partire dai drammatici giorni del terremoto del 2019, al rapporto tra i giovani e la Chiesa, fino alla sua esperienza personale e al suo cammino di fede che lo ha portato alla scelta di farsi sacerdote.
Negli anni scorsi Barberino di Mugello è stata ferita dal terremoto, come la sua chiesa, ma ha trovato in lei un importante punto di riferimento. Cosa resta di quel periodo? “Quei momenti sono stati veramente difficili. Ma come ho sempre detto ci hanno uniti per affrontare insieme l’emergenza. Oggi rimane la memoria del disagio che abbiamo vissuto: ricordo che nel tendone, che la Protezione Civile ci mise a disposizione per l’emergenza, abbiamo avuto fino 48,8 gradi in Estate e fino a -6, o -7 gradi in Inverno. E ringraziamo di averlo avuto!
Insieme al pensiero delle difficoltà rimane un grande senso di ringraziamento a Dio per non aver avuto morti e neppure feriti. Come ricordo spirituale di quei momenti non dimentico la visita del Cardinale Arcivescovo che nella notte di Natale del 2019 non celebrò in Cattedrale ma celebrò la Messa nella palestra delle scuole medie a Barberino per rimanere vicino alla comunità. Un ricordo indelebile!
Come ricordo materiale abbiamo tutti davanti a noi la nostra Pieve di S. Silvestro tornata ancora più bella dopo il restauro della parte danneggiata ed il ripristino delle pitture murali del Chini”.
In un Mugello sempre più secolarizzato, come il resto dell’Occidente, qual è il rapporto dei giovani con la religione e con la Chiesa Cattolica? “La risposta sta nella domanda: è secolarizzato, cioè legato alla cultura di questo secolo. Sappiamo come è questo momento, pur oggettivamente difficile anche per quello che accade nel mondo e dopo l’esperienza dell’emergenza Covid: ognuno, se si reputa cristiano, crede “a modo suo” e non alla maniera di Gesù Cristo; ognuno aiuta il prossimo se ne ha voglia ed il rapporto con gli altri è vissuto spesso in maniera competitiva; e ognuno fa quello che si sente e non quello che è giusto. La forza della Fede cristiana non è però nel sentimento personale ma nella Fede in Gesù Cristo. La Fede, come stiamo vivendo nell’esperienza della Catechesi proposta dalla diocesi sulla lettera di Giacomo, deve essere una Fede che “mette in pratica” la Parola di Gesù e non una Fede simile a quella di un uomo “che guarda il proprio volto allo specchio: appena si è guardato, se ne va, e subito dimentica come era” (lettera di Giacomo capitolo 1, versetti 23-24) Proprio in questo è la difficoltà della nostra Fede: un Dio incarnato vuole una risposta nella “carne”, nei comportamenti, nel quotidiano e non soltanto nelle emozioni, nei sentimenti e nelle voglie. Credo che i nostri giovani vadano aiutati a rimettere al centro della loro vita una profonda Fede in Gesù, un costante impegno per l’aiuto del prossimo, magari attraverso le associazioni di volontariato, e una vera serietà nei comportamenti, pur senza rinunciare ad un sano ed educato divertimento”.
Può raccontarci un po’ della sua storia? Come è maturata nel suo caso la decisione di farsi sacerdote? “La mia storia è molto semplice. Sono cresciuto in una famiglia cristiana “vecchia maniera”. Una di quelle dove la Messa andava avanti al pranzo domenicale. O meglio: certamente mangiavamo insieme con i parenti molto spesso… ma prima c’era la Messa. E soprattutto in famiglia, nonostante questa attenzione alla Fede, non ho mai avuto la sensazione di “bigottismo”. La Fede era una realtà che faceva parte della vita di tutti i giorni: naturalmente e semplicemente. Non pregavamo insieme come famiglia, ma nel linguaggio e nei modi di dire e di fare in famiglia ho respirato la Fede concreta… non tanto la devozione!
In parrocchia ho poi maturato la scelta di iniziare il cammino verso il sacerdozio. Avevo uno zio sacerdote che è stato di grande esempio, don Piero Ulivi, e non mi ha assolutamente plagiato. Tutt’altro!
La musica, lo studio dell’organo, mi ha portato a passare tante ore in parrocchia e a suonare alle celebrazioni. Ricordo dei mesi di Maggio e Ottobre dove non ho saltato neppure una volta il Rosario, accompagnandolo all’organo”.
Come ne ha parlato con i suoi familiari e con i suoi amici? Quali sono state le prime reazioni a questa scelta di vita? “Quando ne ho parlato con i genitori, la reazione è stata di grande sconforto e di paura, vista anche la vita che faceva lo zio don Piero, fratello del babbo. Con gli amici ne ho parlato dopo l’ingresso in seminario e vennero a trovarmi pensando che “avessi perso il cervello”. Anche perché a scuola ero, diciamo così, fra gli “animatori” dell’allegria. In sostanza: prime reazioni di meraviglia e stupore che poi sono cambiate vedendo la mia serenità”.
Ci parli un po’ di lei. Oltre alla sua dimensione ‘pubblica’ e al suo ruolo nella Chiesa quali le sue passioni al di fuori del ministero? Quali sono i suoi interessi? “Come ho detto prima, la mia grande passione è l’organo a canne. Strumento per il quale ho investito tanto tempo e fatto notevoli sacrifici studiando anche la notte soprattutto quando ero in seminario. Adesso ho poco tempo per studiare ma mi interesso sempre di Musica Sacra. A questo proposito colgo l’occasione per promuovere l’esecuzione della Passione secondo Giovanni di J. S. Bach, che stiamo realizzando come Capitolo della Basilica di S. Lorenzo a Firenze, del quale faccio parte. Nel 2024 si celebreranno i 300 anni dalla prima esecuzione dell’opera bachiana, e allora proponiamo l’esecuzione dell’opera sacra come momento di meditazione sulla Passione del Signore Gesù, prima della Settimana Santa da offrire a tutta la diocesi. La Passione è programmata nella basilica di S. Lorenzo per Giovedí 21 Marzo, Giovedí prima della Domenica delle Palme.
Per tornare alle mie passioni, col tempo, ho aggiunto la passione della moto. Soprattutto dei viaggi in moto. Passione che mi ha permesso di vivere importanti esperienze e stringere belle amicizie; penso in particolare ai viaggi a Capo Nord, in Irlanda, in Grecia, a Međugorje, a Lourdes e Santiago di Compostela e verso le capitali dell’Est europeo. Oltretutto la moto, nella vita di tutti i giorni, mi permette di scendere più facilmente a Firenze (vista anche la situazione del traffico coi lavori per la tramvia e altro!) per poter prendere parte alla preghiera del Capitolo di S. Lorenzo. Lasciamo perdere la passione per la Fiorentina… quest’anno mi sembra di essere in una “doccia scozzese”: in una settimana siamo stati capaci di battere i campioni d’Italia a Napoli e perdere in casa con una fra le ultime in classifica! Roba da pazzi!
Spesso il sacramento della Cresima è vissuto dai giovani, per chi ci arriva, un po’ come il congedo dalla Fede. Quando invece sarebbe la “Confermazione”, e il momento per intraprendere un cammino di adulti nella chiesa. Cosa dice lei solitamente a questi giovani che arrivano a questa importante tappa? “Di fatto la situazione è quella bene delineata nella domanda. Con la Cresima si sparisce dalla pratica religiosa. È inutile negarlo! Dico sempre ai ragazzi che con la Cresima si assumono in prima persona la responsabilità di continuare la loro formazione cristiana oppure no, perchè quando vogliono sanno decidere da soli… e sanno pure impuntarsi! Ma mi rendo conto che la loro consapevolezza è molto bassa, ovviamente, e spesso le famiglie non collaborano a questo cammino.
D’altro canto, se dovessimo scegliere di dare loro la Cresima dopo una scelta matura, seguendo uno studio che fu fatto in America circa 20 anni fa, dovremmo amministrarla dopo i 28 anni! Età nella quale, diceva lo studio, si esce dall’adolescenza per entrare nella maturità. Chissà se oggi, dopo vent’anni, la soglia della maturità è ulteriormente aumentata! Come parrocchia cerchiamo di favorire anche con la festa, la ricreazione e lo svago la permanenza dei ragazzi in parrocchia per i primi tempi del dopo – Cresima. Poi però devono imparare a scegliere. Non vogliamo che rimangano in parrocchia solo per il divertimento, sperando che in qualche modo “miracoloso” inizino una vita matura nella Fede.
Proponiamo di iniziare un cammino col gruppo dei Giovanissimi per crescere nella comprensione della vita cristiana e vivere conseguentemente dei momenti di divertimento e amicizia. Diciamo che abbiamo scelto di chiarirci gli obbiettivi come comunità cristiana: usare la ricreazione e lo svago come momento di crescita e non la ricreazione e lo svago come attrazione con la speranza che rimangano in parrocchia… senza coltivare mai la convinzione di farne parte in maniera adulta. Da veri cristiani in cammino. Nel ricordo della mia giovinezza ho frequentato la parrocchia anche per stare con gli amici e poter studiare l’organo, ma in parrocchia avevamo tanti momenti formativi e di impegno verso il prossimo. Eccome!”
Nicola Di Renzone
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 29 Ottobre 2023




