SCARPERIA E SAN PIERO – Negli anni Settanta, i rifiuti di Firenze non finirono solo nella discarica di Palazzuolo sul Senio, franata nei giorni scorsi nel torrente Rovigo. Qualche anno fa, nel 2018, fu la Procura di Firenze ad occuparsi della discarica di Bosco ai Ronchi, nel Comune di San Piero a Sieve e a due passi da Cafaggiolo, e allora ne scrisse Gianni Frilli sul Filo (articolo qui). Secondo gli inquirenti, infatti, questa, che aveva ricevuto per anni i rifiuti fiorentini destando all’epoca i malumori della popolazione, non era stata adeguatamente messa in sicurezza e occorreva una bonifica dei terreni nei quali si era disperso il percolato. Di questa discarica parla anche il saggio “Firenze 1946-2005. Una storia urbana e ambientale”, di Federico Paolini, edito da Franco Angeli, già citato per la nascita della discarica palazzuolese (articolo qui). In questo caso si ricordano anche i problemi di allora, con le segnalazioni di odore nauseabondo, scarti in putrefazione mal interrati e, come detto, malcantento tra la popolazione. Fino alla cessazione degli scarichi, in seguito alla quale poi si cercarono situazioni di emergenza, come appunto quella del Rovigo.
La principale fonte di inquinamento dei terreni era rappresentata dai rifiuti. Un quadro parziale della situazione lo possiamo ricavare dalle risposte di sei comuni (Firenze, Prato, Scandicci, Sesto Fiorentino, Campi Bisenzio, Bagno a Ripoli) ad un questionario del ministero della Sanità riferito al 1967. Solamente le due città maggiori affidavano il servizio di raccolta della nettezza urbana ad un’azienda municipalizzata, mentre le restanti quattro lo gestivano direttamente. L’allontanamento dei rifiuti avveniva mediante «autocarri appositamente attrezzati», ma Campi Bisenzio e Bagno a Ripoli impiegavano anche «mezzi motorizzati comuni». Quanto allo smaltimento, Firenze utilizzava la «colmata sanitaria» in «località Bosco ai Ronchi di Bilancino», Prato la «colmata in depressioni di terreno (ex cave di argilla) di Scandicci l’ «interramento», Sesto Fiorentino la «lenta combustione naturale» e il «susseguente accatastamento in deposito», Campi Bisenzio il «riempimento di cave esistenti» e Bagno a Ripoli il deposito in «aree prese in affitto […] e lasciati lì per autoconsumazione, non escludendo un parziale interramento»¹¹². L’interramento dei rifiuti in discariche – prevalentemente non controllate, ovvero prive di caratteristiche costruttive volte a contenere il percolato e a ridurre l’accumulo di gas tossici (metano e acido solfidrico) e la generazione spontanea del calore prodotto dalla decomposizione – restava il sistema di smaltimento predominante ancora all’inizio degli anni ’70, nonostante la crescente insofferenza dei cittadini che vivevano nelle vicinanze degli scarichi. La situazione più complessa riguardava Firenze. L’approssimarsi della scadenza dell’accordo con il comune di San Piero a Sieve (30 settembre 1969) costringeva l’Asnu a ricercare spasmodicamente altri siti per il conferimento dei rifiuti. L’impresa non era agevole, sia per la difficoltà a reperire luoghi geologicamente idonei che per l’indisponibilità delle amministrazioni dei comuni interpellati ad accettare lo scarico di significative quantità di rifiuti a causa della crescente ostilità popolare verso le discariche. Inoltre, la Commissione amministratrice dell’Asnu e le autorità facevano pressioni affinché lo smaltimento in discarica fosse sostituito dall’ incenerimento. L’Asnu, fin dal 1964, si era espressa inequivocabilmente a favore dell’incenerimento giudicandolo una «suggestiva ed allettante soluzione»
Aggt, Carte dell’Ufficio del medico provinciale di Firenze, Classifica 15.28/12. Inconvenienti igienici, Anni 1970 (e altri), 9282/IB, Prefettura di Firenze. Prot. 2450 Div. II, 27 febbraio 1969, Oggetto: S. Piero a Sieve. Deposito di immondizie in loc. Bosco ai Ronchi. Malcontento fra la popolazione: «È stato segnalato che fra la popolazione del comune di S. Piero a Sieve serpeggia vivo malcontento, a causa dell’odore nauseabondo proveniente dalla località Bosco ai Ronchi, poco distante dal centro abitato, in cui l’azienda municipalizzata per i servizi di N.U. di Firenze scarica quotidianamente dal 1966 enormi quantità di rifiuti. Inoltre, anche il sindaco di S. Piero a Sieve, comunicava a sua volta che, essendo pervenuti reclami da parte dei cittadini, aveva compiuto, unitamente all’ufficiale sanitario comunale, un sopralluogo nella suddetta località, ove è stata rinvenuta una notevole quantità di rifiuti allo scoperto, nonché materiali in putrefazione […]».
In realtà, la scelta a favore dell’incenerimento procedeva a rilento sia a causa dei costi (stimati in oltre un miliardo e duecento milioni per un impianto da 450 tonnellate senza recupero di energia elettrica), sia dei dubbi sulla pericolosità ambientale. L’amministrazione comunale fiorentina riuscì ad approvare la costruzione di un inceneritore solamente il 7 luglio 1969, mentre stava deflagrando il problema dello smaltimento: il tentativo di costituire un consorzio con i comuni contermini non aveva portato a risultati concreti; il comune di S. Piero a Sieve aveva invitato l’Asnu a cessare lo scarico entro la metà di ottobre; l’azienda municipalizzata faticava a reperire nuovi siti. In attesa di poter inaugurare l’inceneritore, l‘Asnu si trovava costretta a chiedere una proroga al comune di S. Piero a Sieve riuscendola ad ottenere fino al 31 gennaio 1971 grazie alle pressioni esercitate sul comune mugellano dalla prefettura di Firenze e dal medico provinciale nonché all’intervento di un privato che – a testimonianza di come le difficoltà di smaltimento stessero iniziando a trasformare la gestione dei rifiuti in un affare remunerativo – si assunse l’onere dell’affitto della discarica e del trasporto delle immondizie .
La situazione restava alquanto complessa a causa del continuo braccio di ferro fra l’Asnu e il comune di S. Piero che, per mantenere in attività la discarica, richiedeva condizioni sempre più onerose, tanto da indurre la dirigenza della municipalizzata a sollecitare l’intervento del medico provinciale La Commissione amministratrice dell’Azienda dovrà, entro il mese corrente, prendere una decisione sulla permanenza nello scarico rifiuti a Bosco ai Ronchi, non essendo probabile, a data odierna, qualche altra soluzione alternativa. D’altra parte, il Comune di S. Piero a Sieve anche nel caso di chiusura dello scarico di Bosco ai Ronchi – insiste perché sia assicurato il miglior livello igienico, in modo da evitare conseguenze dannose sia agli abitanti che al fiume Sieve. Più precisamente, l’Azienda dovrà assicurarne nel tempo la gestione sanitaria, sia per quanto riguarda il manto di copertura dei rifiuti, soggetto a dilavamenti e sprofondamenti, sia per quanto riguarda la depurazione delle acque di sgrondo, in dipendenza della infiltrazione nella massa dei rifiuti di acque piovane e di altra natura; in ogni caso, dette acque dovrebbero essere sempre rese sterili, onde non contaminare quelle del fiume Sieve, dove vanno naturalmente a confluire. Nel caso auspicato che l’Asnu possa ottenere dal Comune di S. Piero una proroga per ancora un biennio allo scarico a Bosco ai Ronchi, fino cioè all’entrata in esercizio dell’impianto inceneritore a S. Donnino, tutte le ragioni suesposte rimangono valide ed in maggior misura; occorre, cioè, confermare all’Amministrazione comunale di S. Piero tutte le possibili garanzie di ordine sanitario, ai fini della gestione più accurata, soprattutto sotto il profilo della depurazione dei liquami di sgrondo, onde evitare inquinamenti della Sieve. Poiché, come è ovvio, l’Asnu deve assicurare una conduzione altamente igienica del deposito, ma, d’altra parte, deve essere evitata da parte di un ente pubblico l’erogazione di somme non indispensabili, l’Azienda si rivolge alla Sua cortesia perché voglia suggerire, anche attraverso un sopralluogo, i lavori e gli accorgimenti necessari per garantire la massima tranquillità per tutti. La prego, inoltre, di esaminare l’opportunità di costruire, sullo scarico, un impianto depuratore dei liquami di sgrondo, impianto che dovrebbe essere fornito all’Azienda da Ditta specializzata e trattare tutta la massa liquida, proveniente dal bacino invaso dai rifiuti, di estate come di inverno.
Il 4 gennaio 1971 il sindaco di S. Piero, nonostante il miglioramento dei trattamenti igienici, dispose nuovamente la chiusura della discarica. La sospensione dello scarico causò una vera e propria emergenza, la cui gravità richiamò anche l’attenzione del ministero della Sanità:
Per opportuna notizia di codesto on.le ministero, si riferisce in merito alla attuale situazione del servizio di smaltimento dei rifiuti solidi urbani del comune di Firenze. In attesa della costruzione di un impianto di incenerimento, di cui ora è stato approvato il progetto e sono in corso le pratiche di finanziamento, il predetto comune ha provveduto finora al trasferimento ed allo smaltimento mediante interramento dei rifiuti solidi urbani in località Bilancino ubicata in territorio del comune di S. Piero a Sieve, a circa 28 km di distanza da Firenze capoluogo. Il predetto smaltimento è stato eseguito con l’osservanza delle cautele igieniche indicate da una commissione tecnico-sanitaria provinciale in occasione del sopralluogo a suo tempo effettuato per accertare l’idoneità dell’area. Da circa 15 giorni la utilizzazione della predetta località è stata sospesa, in dipendenza di cessazione della convenzione esistente fra i due comuni ed a nuove condizioni poste dall’amministrazione del comune di [S. Piero a Sieve], che non sono state ritenute accettabili dal comune di Firenze. Intanto la difficoltà di reperire nuove aree idonee, ha co- stretto l’amministrazione di Firenze e la azienda municipalizzata dei servizi di nettezza urbana del comune stesso (Asnu) a depositare i rifiuti in parola in un vasto piazzale di detta Azienda, in Via Baccio da Montelupo. In considerazione della ubicazione di detto piazzale, che è nella immediata periferia della città e circondato da edifici industriali ed anche di civile abitazione, e degli inconvenienti e pericoli igienico-sanitari ravvisabili nell’ammassamento di rifiuti putrescibili e fermentabili, lo scrivente ha vivamente e ripetutamente sollecitato il sindaco di Firenze, per una urgente e tempestiva risoluzione del problema con la nota ed il telegramma che si allegano in copia e sia con contatti telefonici diretti. Viene fatto presente che sarebbe stata reperita un’area in territorio del comune di Firenzuola, ancora più distante dalla precedente area in comune di S. Piero a Sieve. Tuttavia la soluzione non sembra ancora definita, in dipendenza di obbiezioni sollevate da gruppi consigliari della amministrazione comunale di Firenzuola. La situazione viene seguita attentamente da questo Ufficio che continua a sollecitare il comune, richiamando anche l’attenzione sulle precise responsabilità […]122. La chiusura della discarica di Bosco ai Ronchi costrinse l’Asnu a scari- care, fra le crescenti proteste di quanti vivevano nelle vicinanze, una parte consistente delle immondizie presso la sede di via Baccio da Montelupo e in siti di fortuna. Nonostante l’intervento del prefetto presso il comune di S. Piero ed altre amministrazioni della provincia di Firenze 124, l’Asnu continuava a dover ricorrere a scarichi provvisori. Uno di questi, situato entro i confini di Palazzuolo sul Senio (un comune della provincia di Firenze, ma appartenente al versante romagnolo dell’Appennino), generò un aspro conflitto con i comuni bolognesi della valle del Santerno e con Imola. L’oggetto del contendere era l’accordo stipulato tra Firenze e Palazzuolo sul Senio per la realizzazione di un «deposito di riserva» in attesa che potessero essere avviati i forni dell’inceneritore in costruzione. Il comune di Palazzuolo era decisamente favorevole alla discarica provvisoria in quanto avrebbe potuto mettere a bilancio i quasi cinque milioni appositamente stanziati dall’Asnu. L’accordo era stato supervisionato dalla prefettura di Firenze e dall’ufficio del medico provinciale che aveva predisposto un’apposita commissione. Ciononostante, l’opposizione dei comuni bolognesi ostacolava la realizzazione della discarica danneggiando tanto Firenze (che non sapeva più dove collocare i propri rifiuti) quanto Palazzuolo sul Senio, la cui amministrazione era assai interessata a incassare la somma promessa dall’Asnu. Per questo motivo il sindaco di Palazzuolo protestò inviando una lettera alle amministrazioni di Castel del Rio, Borgo Tossignano, Fontanelice, Ravenna e Imola.
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