
MUGELLO – Giovanni Berti, 27enne di San Piero a Sieve con la passione per i viaggi e la scrittura, ha iniziato il suo anno di “Servizio civile universale” nella Repubblica Dominicana, che racconterà nel suo diario online sul Filo del Mugello. Ecco la terza parte del suo racconto settimanale (qui la prima parte e qui la seconda parte):
La “mia” scuola, l’Escuela Parroquial Cristo Rey (che d’ora in poi chiamerò solo Cristo Rey), situata nell’omonimo barrio, è per metà un cantiere. Il cortile sembra un parco archeologico, con la polvere bianca dei lavori in corso che ha aderito ai colori del pavimento, spegnendoli. Uno scheletro di cemento grigio e pali di legno, al di là della rete metallica che spezza a metà il cortile, è la promessa della scuola che verrà fuori quando i lavori saranno terminati. Ospita 590 studenti. “Manca lo spazio per giocare”, penso la prima volta che ci metto piede per presentarmi alle classi. Il mio primo giorno passa fra gli occhi sgranati e le bocche spalancate di ragazzi e bambini: io e Francesca siamo come un’attrazione esotica, non sarà facile uscire dalla nostra teca da esposizione per incontrare davvero questi studenti e essere, per loro, educatori.
“Las chicas estàn locas por ti, rubio”, mi comunica uno studente alla fine della mia breve presentazione. No, non sarà affatto facile. Il secondo giorno è il più frustrante e complicato fra quelli vissuti fin qui. La prima volta che sono partito verso il “Sud del mondo” avevo diciannove anni. Su una delle tante strade sterrate della Repubblica Democratica del Congo ero stato ospite di una famiglia che per offrirmi la colazione aveva cacciato da tavola quattro bambini. Incitato dagli sguardi severi della mia guida avevo mangiato tutto e una volta in macchina avevo pianto grossi lacrimoni silenziosi. Qualche anno dopo, fra le valli e i vulcani dell’Ecuador, la nostra “mamma” ecuadoriana aveva detto alla mia ragazza, costretta a letto da qualche giorno dalla febbre e dal vomito, che si era ammalata perché non avevamo effettuato il rituale per chiedere il permesso al leccio millenario attorno a cui avevamo passeggiato. Questi sono i primi due esempi che mi vengono in mente per descrivere quello che gli antropologi chiamano “shock culturale”: la sensazione di smarrimento, ansia e confusione che si prova quando ci si trasferisce in un contesto culturale differente.

Shock culturale, in pratica, significa molte cose piccole che fanno un malessere generale: è l’ansia che si prova quando si cammina per una strada sconosciuta di una città che non offre i punti di riferimento a cui si è abituati; è non sapere come comportarsi con le persone dell’altro sesso; non comprendere le regole della cortesia o la gestione del tempo degli “altri”. La reazione più comune a questa sensazione è un misto di rifiuto e disprezzo nei confronti della nuova cultura, da cui si “guarisce”, a volte, attraverso il processo di adattamento.
Il mio adattamento, ancora in atto, è stato scandito da vari piccoli shock: essere convocato per una riunione di sabato sera ed essere lasciato a un tavolo per un’ora, prima di essere avvertito che la riunione è stata rimandata, sentire il cuore in gola ogni volta che il crepuscolo mi sorprende in una strada che percorro per la prima volta, non sapere come riuscire ad attraversare una strada con più di due corsie né come decifrare il codice stradale di Santo Domingo.

Ma l’esplosione più eclatante è stata il secondo giorno di lavoro a Cristo Rey. Arrivo a mezzogiorno e subito vengo accompagnato a pranzare in una stanza apparecchiata solo per me nella casa delle suore, interna ma separata rispetto alla scuola. Per me è pronto un piatto di mangù, un purè di platano verde cotto e schiacciato, con pollo marinato. Mangio in fretta, eccitato all’idea di sapere, finalmente, cosa andrò a fare. Mi viene però detto di mettermi comodo e riposarmi – non capisco bene cosa avrebbe dovuto stancarmi – mentre aspetto il coordinatore.
Josè Luis è uomo mingherlino e mulatto, con enormi occhiaie attorno agli occhi scuri e un sorriso simpatico. Il suo tono di voce pacato è in grado di ammutolire all’istante una classe di quarantadue studenti, vedere per credere. Arriva circa un’ora dopo la fine del mio pranzo, ora che io passo da solo a sentirmi inutile nella stanza apparecchiata al primo piano, mentre sotto di me ribolle la vita scolastica. Josè Luis mi spiega che, per adesso, la mia unica mansione è tenere un laboratorio di calcio: ogni professore è tenuto a offrire un laboratorio incentrato su un’attività extra-scolastica. Gli studenti possono scegliere liberamente, ogni anno, quale laboratorio frequentare. Ce n’è per ogni gusto. I laboratori occupano sei ore dell’orario settimanale; da contratto ne dovrei lavorare venticinque. Scelgo di non chiedere cosa farò nelle restanti ore.

“Arriverà Felix”, dice il coordinatore, “il prof di educazione fisica, a farti vedere lo spazio e i materiali per le attività. Felix arriva dopo un’abbondante mezz’ora. È un ragazzone di un metro e ottanta per cento chili di muscoli che parla con una buffa lisca che mi rende molto complicato capire buona parte delle cose che dice. Il campo da calcio, esterno alla scuola, è in realtà un enorme e fatiscente campo da baseball, le cui pareti sono segnate dallo scontro a colpi di graffiti fra Cattolici e Testimoni di Geova.
Dallo sguardo sfuggente e dai modi timorosi di Felix capisco che non siamo esattamente i benvenuti. Entriamo da una porticina strettissima in un gabbiotto (in foto) dove un uomo gigantesco si sta grattando la pancia, mentre una mezza dozzina di ragazzetti lancia palle da baseball contro le pareti, scrostandone l’intonaco. Non sembra prestare la minima attenzione al nostro ingresso nello spazio angusto, non smette di toccarsi la pancia talmente grande e rotonda che devo sforzarmi per non guardarla.
Felix, la cui statura pare adesso molto ridimensionata, inizia a spiegare la situazione. Non lo guarda mai negli occhi e parla rapido. Capisco che stiamo parlando con l’allenatore di baseball (che qui è lo sport nazionale) e che non sapeva niente del nostro bisogno di uno spazio nel campo. Quando Felix smette di parlare, l’omone chiede con tono annoiato e falsamente premuroso perché vogliamo portare i bambini a giocare sotto questo “sol picante”, poi mi guarda in modo intenso mimandomi il gesto dei soldi. Non mi dice niente, ma tutto del suo corpo mi suggerisce che per lui non sono che un “gringo” rompicoglioni. Rispondo che sono un volontario e che non ho mai visto dei bambini rifiutarsi di giocare a pallone per il troppo sole. Felix mi guarda preoccupato mentre provo a sostenere lo sguardo del Golia dominicano. L’arrivo di un altro uomo spinge Felix a dirmi che è l’ora di andare. Ci guardano uscire con un sorriso beffardo. Non siamo arrivati a niente. Felix mi dice che ci penserà Josè Luis e aggiunge che questo è l’allenatore di quell’angolo: ce ne sono altri tre da convincere. Annamo bene, dico, senza curarmi di essere capito. Arrivati a scuola chiedo di vedere i materiali. “Non ci sono materiali” “Nemmeno i palloni?” “A volte li portano i bambini da casa, senno abbiamo quelli da basket”.

Suona la campanella e gli studenti corrono festanti all’uscita. Mi si avvicina una ragazza, si muove cauta e felpata , prediligendo gli angoli, come un grande felino timido, avrà undici o dodici anni e stringe in mano il pupazzetto sporco di un cane. Mi tocca i capelli con una mano timorosa e guardando da un’altra parte. “Che non sei di qui” dice, con una voce che è un sussurro “si capisce dai capelli. Sono soffici”. C’è una dolcezza nella sua marginalità e nel suo avvicinarsi silenzioso che vorrei tanto imparare. La sera a casa sfogo tutta la mia frustrazione sulle mie compagne che ascoltano pazienti. Sul mio diario scrivo: “Stare in mezzo ai giovani e amarli, per questo non servono ruoli, né campi, né palloni. Per sedersi accanto a un bambino cosa serve? Per chi sono qui? Il volontariato è egoismo utile, ok, ma finché non mi libererò dal mio voler essere un rivoluzionario dell’educazione non troverò niente se non le mie aspettative in frantumi”.
A una certa, le mie compagne mi strappano ai miei rimuginii e mi portano sul tetto dove Nunzia prova a spiegarci i passi base della bachata. Quando torno in camera, scopro da un messaggio di mio fratello che hanno sparato a Charlie Kirk. L’antropologo Peter Adler scrive che lo shock culturale “piuttosto che essere una malattia di cui l’adattamento è la cura, è un’esperienza nella comprensione e nel cambiamento di sé”. Questo è uno dei principali motivi per cui credo nel valore del Viaggio, anche quando fa male, anche quando ti fa sentire perso.

P.S. Scrivere questo articolo a un mese esatto di distanza dai fatti raccontati mi ha fatto molto sorridere. Le mie settimane a Cristo Rey corrono via veloci come nuvole leggere in giornate di vento fra le lezioni, le storie e i bisogni di studenti e colleghi. Persino il gigantesco allenatore di baseball, a volte, mi saluta con un pugnetto. Ho scoperto che, fuori dal gabbiotto, non è il gigante che mi era sembrato o che il disagio aveva dipinto nel mio ricordo. È comunque molto grande. Mentre la mia esperienza lavorativa e esistenziale scivola rapida, in questi diari ho ancora un piede fuori dalla scuola. Combatto con la frenesia di correre al presente e mi gusto questo ritornare sui miei passi: rivivo i miei timori esagerati e ne rido, rivivo le mie gioie idealizzate e ne rido, e poi cerco di custodire tutto: i timori, le gioie e il riso. Grazie a chi mi dà l’opportunità di scrivere e, soprattutto, a chi mi legge per darmi una scusa per viaggiarmi dentro. Articolo dopo articolo il mio passato s’ispessisce di significati.
I capitoli precedenti del diario di Giovanni:
Un Mugellano in Quisqueya – Diario di viaggio. Settimana “zero”
Un Mugellano in Quisqueya – Diario di viaggio. Prima settimana: la missione e la città
Giovanni Berti
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 17 Ottobre 2025



