MUGELLO – Giovanni Berti, 27enne di San Piero a Sieve con la passione per i viaggi e la scrittura, ha iniziato il suo anno di “Servizio civile universale” nella Repubblica Dominicana, che racconterà nel suo diario online sul Filo del Mugello. Un racconto che questa settimana sarà diviso in due parti: ecco la prima.
Il primo giorno della seconda settimana arriva il tanto desiderato momento di conoscere le nostre scuole: l’ Escuela Madre Mazzarello, dove lavoreranno Nunzia e Priscilla e l’ Escuela Parroquial Cristo Rey, dove lavoreremo io e Francesca.
Il bello è che non ci si abitua mai. Ho iniziato a lavorare fra scuole e asili nel 2021, alleno squadre di calcio di bambini da circa dieci anni, eppure, il momento di entrare in un nuova scuola, in una nuova classe, mi coglie sempre impreparato e mi trovo col cuore che batte in gola e le domande che sfrecciano nella testa. Sarò all’altezza? Piacerò a questi bambini? Riuscirò a insegnar loro qualcosa?
Riuscirò a instaurare delle relazioni vere con loro? E ancora: capirò il loro spagnolo smangiucchiato, cosa li ferisce e cosa li stimola?
I bambini ci studiano con curiosità seria, sono molti, diverse centinaia e ci fissano mentre bisbigliano all’orecchio del compagno. Come ogni mattina sono disposti per classe, in fila ordinata, per l’alzata della bandiera e l’inno nazionale. In diversi ci hanno ripetuto che l’inno dominicano è il secondo più bello al mondo, il che mi ha fatto sorridere: se uno si deve inventare una classifica degli inni, tanto vale mettersi al primo posto. Eppure ne sono certi: c’è stata una competizione e Quisqueyanos valientes è arrivato dietro alla sola Marsigliese. Non sono riuscito a trovare conferme ufficiali, ma un po’ mi piace crederci mentre ascolto questo coro di centinaia di voci.
Madre Mazzarello sembra nuova di pacca, come avessero appena finito di dipingerla, il patio enorme ospita due campi da basket e la scuola si sviluppa su due piani in una struttura a chiostro.
Sembra di essere dentro a un quadro di bambini immobili con la mano sul cuore e colori sgargianti.
Poi, la staticità si spezza, una bambina rompe le fila per correre ad abbracciare Nunzia: è il segnale che rompe l’argine. In pochi secondi, ci diluviano addosso decine di bambini e siamo sommersi fino al bacino da ricciolini, trecce, fiocchi e perline che saltellano cercando una qualsiasi forma di contatto. Sto nell’abbraccio, attento a non schiacciare nessun piedino e penso a quanto rapidi e dolci sono le sentenze dei bambini, gli stessi giudici che stamattina tanto temevo. Al suono della campanella tutti sciamano nelle classi; noi seguiamo i più piccoli nel salone della preghiera. Qui vedo per la prima volta suor Indiana. Sta passando, minuscola, in mezzo agli studenti ma a me sembra che occupi tutto il salone. C’è qualcosa di lei che mi attrae in modo tale che non riesco a distogliere lo sguardo. I suoi lineamenti e le rughe del volto sembrano essere stati modellati dalla pace, i suoi occhi sono tutti per i bambini, li guarda e li vede, mi pare, con l’innamoramento e l’attenzione con cui li guarda e li vede Dio, quando Dio guarda i bambini. I bambini la ricambiano e si abbandonano alle carezze delle sue mani e dei suoi occhi, quasi che in quello sguardo riuscissero a scorgere il valore della loro vita. Scopro poi che ha le tasche piene di caramelle per tutti quelli che non sanno leggere ma dovrebbero. Per loro, lei ha tutto il tempo e lo zucchero del mondo.
Finita la preghiera, torniamo nel patio vuoto con suor Elizabeth. “La mattina questo patio accoglie le bambine come un abbraccio”, dice. Parla della piazzetta della scuola come le guide parlano del colonnato del Bernini ma sa bene che certe cose dirle non basta, bisogna darle. Ci chiede di seguirla “dove tornano le bambine dopo scuola e da dova partono la mattina”. È così che conosciamo la Ciénaga.
Suor Elizabeth ha sviluppato, in anni di lavoro coi volontari, una chiarissima tipologia del pericolo.
Per lei, i luoghi si dividono in quattro gruppi: tranquilos, aquì pueden ir, bastante peligrosos e sumamente peligrosos. Il luogo sumamente peligroso per eccellenza è il callejon (il vicolo). Il barrio della Ciénaga è enorme e molto presenta al suo interno situazioni molto diverse. La zona dove veniamo portati è un labirinto di vicoli con pareti di zinco a cui si accede scendendo diverse rampe di scale ripide e diroccate. Le case si addossano l’una sull’altra come squame di pesce e la loro proliferazione è interrotta solo dall’inquinatissimo fiume Azama che taglia la città come un coltello.
“C’è differenza fra sapere una cosa e vederla”, sintetizza perfettamente Nunzia il giorno dopo, mentre condividiamo i nostri stati d’animo ancora scossi. C’è differenza fra sapere una cosa e respirarla. “La speranza è già l’aria che si respira”. Respirare la Ciénaga significa annusare quel misto di acqua stagnante, spazzatura cotta al sole e acido che è l’odore della povertà, un odore che non si può raccontare ma se lo attraversi si fa patina e ti si incolla sulla pelle e, se non ci sei cresciuto, anche nella memoria. Siamo a otto minuti di macchina dal Centro Coloniale. La città che imputridisce in questi vicoli è la stessa che brilla in quelle piazze. Ho trovato la periferia che cercavo e mi vergogno molto di averla desiderata.
I capitoli precedenti del diario di Giovanni:
Un Mugellano in Quisqueya – Diario di viaggio. Settimana “zero”
Un Mugellano in Quisqueya – Diario di viaggio. Prima settimana: la missione e la città
Giovanni Berti
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 5 ottobre 2025




