MUGELLO – È il parroco di Scarperia, Fagna e Sant’Agata, don Antonio Cigna, a proporre una riflessione tratta dal Vangelo della Domenica.
Gv 2,13-22
Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete.
Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: “Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!”.
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: “Quale segno ci mostri per fare queste cose?”. Rispose loro Gesù: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”… Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
Meditazione
Tante volte nei lunghi anni del mio sacerdozio, al termine della Messa in cui veniva proclamato questo brano evangelico, sono stato avvicinato da persone, piuttosto soddisfatte, che sottolineavano come anche il Signore, a volte, perdesse le staffe. Come se per questo passo del Vangelo ci si potesse sentire giustificati nelle nostre intemperanze e nei nostri sbalzi d’umore…
Il gesto che Gesù compie all’ingresso del tempio va ascritto alla categoria dei “gesti profetici”, gesti compiuti per dare un messaggio o in insegnamento. Senza dubbio pochi minuti dopo il gesto del Signore, tutto sarà tornato al proprio posto: venditori, animali, bancarelle e denari. Tuttavia il gesto di Gesù è stato uno spartiacque nella coscienza sia di chi è stato coinvolto, sia dei capi del tempio e anche di chi ha assistito, da quel momento tutti hanno saputo di non avere giustificazioni per la trasformazione del tempio in mercato; chi ha continuato i suoi commerci lo ha fatto sapendo in cuor suo di essere in errore, perché il tempio era il luogo della presenza di Dio e non poteva essere svilito a luogo di mercato.
Consideriamo adesso ciò che per noi è il tempio della presenza di Dio: i nostri corpi. Anche questi “luoghi” devono essere tutelati; pensando al nostro corpo, alla luce del Vangelo, capiamo come esso vada protetto dalla tentazione mercantile, quella in cui si compra e si vende il nostro aspetto e si cura la nostra apparenza con inconsapevole idolatria. Vendiamo e compriamo la nostra immagine nel tentativo di essere apprezzati e considerati rischiando di identificarci con la nostra apparenza esteriore o con il nostro outfit, cercando nell’apprezzamento altrui la nostra soddisfazione. Ma in un tempio ciò che conta non è la facciata, il valore risiede il quello che avviene dentro, nella preghiera, nella celebrazione del sacramento del perdono, nella liturgia e soprattutto nella presenza di Dio, cui il luogo è dedicato.
Anche il nostro corpo è un tempio dove ciò che sta all’interno conta molto di più della facciata. Indipendentemente dal trucco e dalla pettinatura o dalla nostra naturale bellezza il nostro valore consiste nel bene che proviamo e che facciamo illuminati dalla presenza del Signore. Essere “tempio” ci fa sentire liberi dalla servitù dell’apparire e ci rende consapevoli di essere amati dal Padre, amati non perché esteriormente belli ma perché figli. Ecco è questa consapevolezza di essere amati che viene custodita nel tempio del tuo corpo.
Liberi dall’esigenza “commerciale” di piacere, usiamo la bellezza donata da Dio ai nostri corpi per riversare l’amore di Dio su chi ci è vicino. Ognuno di noi è chiamato a diventare “luogo d’incontro con Dio e di Dio” per sé e per gli altri. La presenza di Dio in noi non è solo per noi e ancora oggi il Suo Corpo ci parla e ci parla dalla sua carne: i fratelli più deboli, fragili, poveri, o quella parte di noi che è più debole, fragile, povera.
Il tempio del suo Corpo, il Corpo del Risorto, è il nuovo tempio e in Lui ogni “carne umana” diventa dimora di Dio tra gli uomini. Il volto umano di Gesù è il luogo in cui ogni uomo può incontrare lo sguardo del Padre, contemplare il Suo volto e ascoltare la Sua parola.
Non possiamo dunque ridurre a mercato ciò che è fatto per essere tempio.
Don Antonio Cigna
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 9 novembre 2025


