MUGELLO – Dopo la pubblicazione dell’editoriale del Filo sull’inutile ed esagerata privacy che cancella i volti dei nostri bambini (qui), pubblichiamo sul tema anche un’intervista al fotoreporter professionista Riccardo Germogli, fotografo, tra le altre cose, del quotidiano La Nazione. Secondo il quale togliere il volto di un bambino, rinunciare a raccontare il suo stupore o la sua meraviglia è come togliergli l’anima. Occorrono, precisa, attenzioni e professionalità, soprattutto in fase di pubblicazione; ma adesso le restrizioni sono esagerate, e siamo arrivati ad aver paura della propria ombra.
Così il fotoreporter sintetizza il suo punto di vista in merito all’annosa questione della pubblicazione delle foto dei bambini. Per la quale, come detto, si è ormai giunti al paradosso, con i giornali ingabbiati da un rigido sistema di regole, mentre sui social sono spesso gli stessi genitori a pubblicare senza nessuna attenzione immagini dei propri figli.
Qual è l’opinione in merito di un fotoreporter? Quali le tue esperienze?
“Che togliere il volto a un bambino in un’immagine di felicità o di entusiasmo, è come toglierli l’anima. Ricordo che qualche tempo fa ho il seguito il ritrovamento, da parte dei Carabinieri, di un bambino che si era perso. Quando abbracciò la sua mamma, il suo pianto ininterrotto diventò un sorriso. Un momento che non ho potuto documentare, in quanto ho dovuto oscurare i volti, e la fotografia ha perso tutta l’efficacia.
In un’altra occasione ero fuori da un asilo ad aspettare un giornalista; non stavo facendo niente, ma hanno visto la macchina fotografica e hanno chiamato i Carabinieri. Siamo alla follia e all’assurdo”
Cosa si dovrebbe fare allora?
“Ci vuole attenzione, certo, ma bisogna saper distinguere, e capire obiettivamente se c’è un pericolo o meno. Vi racconto un altro esempio: l’altro giorno ero con l’arma dei Carabinieri a documentare un’iniziativa con le scuole elementari, e ho dovuto fare tutte foto di spalle. Ecco, qualcuno mi dovrebbe spiegare il senso di questa cosa. Facciamo vedere invece lo stupore genuino del bambino, davanti a una divisa, oppure a un animale o ad una a una macchina particolare. Capisco stare attenti alle conseguenze della diffusione, ma non bisogna aver paura della propria ombra; bisogna invece saper distinguere e capire obiettivamente se c’è un pericolo o meno”.
Perché siamo arrivati a questo punto?
“Spesso dietro a tutto questo c’è una mancanza di professionalità, da parte di chi si è improvvisato fotografo; serve invece attenzione, specie nella diffusione, ad esempio scegliendo didascalie corrette. In certi casi la stessa foto, con una didascalia imprecisa, può creare problemi. Ma ce ne sono altri nei quali la fotografia parla da sola, senza bisogno di nessuna didascalia”.
Forse basterebbe allora, come dicevamo, non aver paura della propria ombra.
Nicola Di Renzone
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 17 Maggio 2026



