MUGELLO – Giovanni Berti, 27enne di San Piero a Sieve ha iniziato il suo anno di “Servizio civile universale” nella Repubblica Dominicana, un’esperienza particolare che sta raccontando nel suo diario online sul Filo. Ecco il suo nuovo resoconto settimanale.
Ancora un po’ infreddoliti dal risveglio all’aria aperta – l’alba che avevo pregustato è stata in realtà un bagno di nebbia che ha inzuppato i materassi e per di più è da quando siamo arrivati che il mio sacco a pelo è sparito – aspettiamo il bus che ci porterà al punto colazione. Sento lo stomaco pesante. Non ho ancora digerito il dieci a zero del giorno prima e temo che anche la giornata di oggi possa mutarsi da festa in una nuova mortificazione. Ovviamente, cerco di non far percepire il mio stato d’animo ai ragazzi: rido, scherzo, incoraggio, eppure le emozioni trovano sempre il modo di manifestarsi. La prima manifestazione è un senso di spossatezza: una volta sceso dal bus, sento una grande stanchezza che non sono così bravo a nascondere: Sor Matilde mi guarda e mi chiede se mi sento bene. Il panino con prosciutto e salsa rosa accompagnato dalla cioccolata calda che i volontari
del punto colazione mi offrono, aiuta fino a un certo punto. La seconda manifestazione è la rigidità: invece di godermi la bella giornata coi miei calciatori, la mia testa inizia a scandagliare le strategie per limitare i danni e aumentare le possibilità di vittoria. Elimino buona parte degli abbracci e dei discorsi motivazionali del giorno prima. Eppure lo so benissimo, ci sono passato: per un ragazzo di tredici anni, un complimento del mister al momento giusto, e la tensione pre-partita è il momento giusto, è come un tatuaggio sull’anima. La terza manifestazione è l’ironia. In Lettere a un giovane poeta, Rilke dice che i luoghi della poesia stanno nelle profondità dell’animo, spingersi fino a là, significa spingersi dove l’ironia non riesce ad arrivare. Probabilmente ci arrivano gli abbracci e i discorsi motivazionali, su questo Rilke non si esprime.
Vedo la situazione in tutto il suo squallore: il campetto misero, l’organizzazione disastrosa e dentro di me ne rido, per proteggermi mi racconto che non è poi così importante e per un attimo persino ci credo che i ragazzi stiano vedendo le cose come le vedono i miei occhi foderati di disincanto. Sto per ricevere una bella lezione. Dopo la classica ora e mezza di attesa degli arbitri e dell’acqua, tanto per scongiurare il rischio di giocare con un po’ di ombra e di fresco, iniziamo. Il piano prevede di giocare le semifinali della Categoria A (10-12 anni) che conta solo quattro squadre iscritte. Nella prima partita prendiamo una sonora lezione di calcio dalla squadra di Priscilla (che vincerà il torneo). Due a zero e il dominio totale di un campo che, per i miei ragazzi, abituati al nostro quadratino di cemento e vetri, è una prateria. Sono pochissime le volte in cui qualche coraggioso si avventura nella metà campo avversaria. La sconfitta non giova al mio umore e tanto meno a quello dei ragazzi e, anche se mi sforzo di non lasciar trasparire niente, è chiaro che c’è della tensione. A questo punto arriva la prima salvezza.
Felix, il gigantesco professore di educazione fisica che i fedelissimi di questi diari ricorderanno per essere stato mio compagno nella disavventura del gabbiotto del baseball, arriva in solitaria e carico a mille. La sua energia si trasmette subito a tutto l’ambiente. Uno per uno, scuote fisicamente i miei giocatori, li raduna in un cerchio serrato e chiede a uno di loro di pregare per le finali che stiamo per affrontare. Il discorso di Jeremy è mozzafiato, tanto che qualcuno lo guarda sorpreso. Il finale è accolto da un applauso fragoroso. Guardo Felix con molto amore e nessuna invidia. Ci abbracciamo. Una volta, alla riunione di conclusione di un campo estivo a Figliano, una meravigliosa educatrice disse: “Poi oh ragazzi, non li posso mica salvare tutti io. Se qualcuno non lo salvo io, lo salverà la Giovanna”. Questa lezione di umiltà e speranza mi è rimasta attaccata addosso: quanto è più bello e facile educare pensando che non tutto dipende da me, che non sono solo, che per educare un ragazzo serve innanzitutto il ragazzo e poi un villaggio intero. Oggi il mio villaggio è Felix che, in una specie di trance agonistica, vorrebbe persino scegliere la formazione, ma dato che non ha mai visto i bambini allenarsi, e forse neppure una partita di calcio, lo blocco con affetto.
Nella finale terzo e quarto posto della Categoria B (13-15 anni) siamo chiamati a riscattare il pesante dieci a zero. I ragazzi, sin dal primo secondo, sono incredibili: si lanciano in un pressing degno dell’Olanda di Cruijff tutte le volte che perdiamo la palla e fanno le solite cose strane ma entusiaste quando la conquistiamo. Vinciamo 3 a 0, tutti partecipano alla festa e sprecano almeno un’occasione per segnare, assicurandosi il racconto della ricreazione per le settimane future. Al triplice fischio, Rafael e Angel mi saltano addosso e quasi mi ribaltano (entrambi superano il metro e settanta). Le esultanze e le grida di vittoria sono così entusiaste che mi chiedo se abbiano capito che si trattava di una finale per il terzo posto. Non svelo il segreto ma sicuramente, vedendo i verdi del giorno prima battere uno a zero la squadra dei giganti bianchi, qualche dubbio lo avranno avuto. L’esultanza dei vincitori è comunque più contenuta della nostra.
La finalina della Categoria A (10-12 anni) è una roba da film. Ancora una volta non riusciamo a superare la metà campo più di due volte e buona parte dei miei giocatori pascolano confusi o passeggiano per il campo. Subiamo non meno di trenta tiri. Qui arriva la seconda salvezza. Sebastian, il portiere dei piccoli, è in stato di grazia: para anche le mosche al punto che, al decimo salvataggio incredibile, noi smettiamo di sorprenderci e gli avversari smettono di crederci: senza aver tirato una volta in porta, andiamo ai calci di rigore. Dei cinque rigori tirati ne sbagliamo quattro. Il tiro di Reymi, angolato ma lentissimo, entra con la complicità del portiere avversario. Incredibilmente, Sebastian para uno dopo l’altro i primi quattro rigori degli avversari. Per ultimo, si presenta sul dischetto il numero 10. Il tiro è potente e angolato, indirizzato verso il sette. Sebastian, già in ginocchio, con un portentoso colpo di reni, vola a deviare la palla contro il palo. Io sono sbalordito. L’arbitro fischia tre volte. I bambini, i ragazzi della categoria B e persino qualche avversario corrono a sommergere l’eroe della partita al grido di “MVP! MVP! MVP!”. Nel bel mezzo della festa, in modo molto poco empatico, l’autista del pulmino incaricato di portarci a pranzo strombazza come un ossesso: “MVP, estoy esperando desde una hora!”.
Sul pulmino la festa prosegue. Fioccano gli urrà e gli applausi. I ragazzi continuano a battermi il cinque chiamandomi “the best manager” e gridano: “Ioba, ganaaamos!!!”. Molti piangono, sfogando fra singhiozzi incontenibili le emozioni della giornata. Li guardo e li amo molto. Sono loro la mia terza salvezza. Le loro emozioni così intense che stamani non ho saputo curare a dovere sono al tempo stesso una ricompensa e una lezione. Ripagano e suggellano il tempo trascorso insieme dai nubifragi di settembre alle convocazioni di maggio e mi ricordano di stare attento a non farmi crescere troppi calli sull’anima a forza di ironia e serietà, che la parte più vera e più bella che ho è quella che piange per un rigore parato su un campetto di cemento, sentendosi a Wembley.
Nel tardo pomeriggio torniamo a casa, dopo le docce e la cena, accompagno un gruppetto di ragazzi a fare un giro per la città. Le strade sono deserte, ripercorro le emozioni provate del giorno e mi gusto il suono di venti ciabatte sull’asfalto che mi riporta mille ricordi di estati. Vedendoci avvicinare in branco al santuario, il guardiano si affretta a chiudere il cancello: ripieghiamo su un colmado poco distante. Qualcuno compra delle patatine, qualcuno una bottiglia di Coca. Fermo in tempo due ragazzi che stavano comprando quattro tubetti di dentifricio. Quando rientriamo, scopro con un misto di piacere e fastidio che il successo della prima notte in terrazza ha fatto proseliti: i materassi fuori sono quasi quaranta e il professor Carlos è beatamente sdraiato con sei ragazzi in una stanza deserta. Ci sorridiamo. Alle dieci spengo le luci: la mattina dopo i ragazzi del basket hanno la finalissima. Ovviamente il mio appello a lasciarli riposare cade nel vuoto e sono costretto a passare alle minacce. Trasporto di peso tre ragazzi coi rispettivi materassi nella stanza di Carlos prima di ottenere un po’ di silenzio. Quando torno uno dei maggiori casinisti è sdraiato sul mio letto: “Puedo dormir contigo, profe?”. Sistemo il suo materasso accanto al mio, nella notte mi cerca il braccio per tranquillizzarsi. Mentre mi rigiro, penso a tutti gli abbracci, il toccarsi, gli sguardi e la complicità di questi giorni e vorrei che la scuola assomigliasse di più a questa Coppa: che facesse sentire i bambini visti e accarezzati con la naturalezza con cui ci si tocca e ci si guarda in una giornata di sport. Al mattino, mentre rimettiamo a posto (con la roba lasciata fuori dalle valigie, riempiamo tre sacchi grandi) vedo due ragazzi che giocano a pallavolo col mio sacco a pelo. “Aah! Eso serìa un sleeping bag, profe…”. Risparmio a entrambi il nocchino che avrebbero meritato.
Il giorno dopo i piccoli del basket trionfano 43 a 7. Il loro oro si aggiunge ai nostri due bronzi, all’argento delle ragazze della pallavolo, a un oro in atletica e due in scacchi. Un risultato straordinario per Cristo Rey. Sor Miledy, la direttrice, è raggiante al punto che, pur essendo a venti metri da me, mi manda un audio entusiasta dove mi grida la sua felicità e il suo orgoglio. La premiazione, lunga oltre ogni tollerabilità, ci regala il momento più bello. All’annuncio del nostro nome, esplodiamo in un boato di gioia, salti, abbracci, altre lacrime fra gli applausi dei compagni e le pacche dei professori. Siamo così felici che il presentatore ci richiama perché siamo entrati a rovinare la foto di quelli che stavano premiando. A causa dell’ennesimo errore di organizzazione, veniamo premiati come secondi classificati nella Categoria B. Dopo qualche secondo di perplessità, scattiamo a prendere il trofeo e le medaglie di argento. L’errore viene risolto in tempi relativamente rapidi ma per tutto il palazzetto e nelle nostre foto ricordo saremo, per sempre, secondi. Non che cambi molto, del resto: è passata una settimana e ancora i ragazzi quando mi incrociano nel corridoio, stringono il pugno e mi gridano: “Ganaamos, profe”. In realtà, siamo arrivati terzi, penso, ma non lo dico… forse fra poco me ne scorderò pure io.
Giovanni Berti
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 17 Maggio 2026











