DICOMANO – Sono passati quaranta anni, ma il ricordo di quel gesto di solidarietà è ancora vivo. E di nuovo Dicomano e Urbignacco di Buja presto si incontreranno, per condividere la gioia e la gratitudine di allora.
Perché nell’estate del 1977 le due parrocchie, quella di Santa Maria a Dicomano, col pievano don Lino Checchi, e la parrocchia di Cristo Re di Urbignacco di Buja – era parroco don Raffaele Zanin -, frazione friulana semidistrutta dal terribile terremoto che nel maggio 1976 colpì il Friuli, si misero in contatto.

La molla, nell’attivissima parrocchia dicomanese, era la voglia di rimboccarsi le maniche per dare una mano. Perché proprio Urbignacco? “Pare che la Diocesi – racconta Luca Bontempi, uno dei partecipanti alla ‘spedizione’ – avesse riscontrato una certa somiglianza tra le facciate delle due chiese. Quella di Urbignacco era semidistrutta. E ricordo – interviene Gianluca Santini, anche lui giovane volontario in terra friulana – che venne coinvolto l’architetto Serse Santoni, che buttò giù uno schizzo, un progettino per una struttura di forma piramidale che sostituisse temporaneamente l’edificio di culto crollato. Ma i responsabili della parrocchia dettero una diversa indicazione: ‘Non vogliamo strutture provvisorie. Aiutateci a ricostruire la nostra chiesa’”.
Così Dicomano si mobilitò, e tutte le iniziative parrocchiali, adulti e giovani, le commedie della Filodrammatica, tutto venne mirato a finanziare la ricostruzione della chiesa.

E il primo agosto 1977 partì un gruppo formato da una venticinquina di dicomanesi, capitanato da don Lino, qualche adulto e diversi giovani, che erano alla loro prima uscita, alcun da poco maggiorenni, altri ragazzini di 12 anni. “Noi non eravamo niente, non sapevano far niente – nota Santini – ma intorno a don Lino c’era questa abitudine al lavoro manuale, per i campi estivi, per il carnevale, andavamo a rifar le finestre a San Carlo. Così, andare in Friuli rimboccandosi le maniche fu uno sbocco naturale. Ma certo non eravamo gente di mestiere, anche se con noi qualche adulto più abile c’era”. “Là – racconta Enrico Picchiotti – spostavamo le macerie, si raccoglievano e suddividevano tegole e pietre, si tagliava la legna per gli anziani che da soli non erano in grado di farlo. Questo è un ricordo che ho ancora vivo: nel paese non c’erano più giovani, ma quasi tutti erano anziani. Un altro compito che ci dettero fu quello di costruire un palco, presto sarebbe stata la festa del paese e loro, pur in mezzo alle macerie, volevano che la festa si facesse, per dare un messaggio di ripartenza, attraverso un’occasione per stare insieme. E ho potato siepi, bruciato cataste di legna, e ho lavorato in un’enorme cantina, piena di botti e bottiglie: il nostro compito, soprattutto era ci fare la cernita delle tante bottiglie rotte.”

Il gruppo rimase a Urbignacco per 15 giorni. Poi vi furono altre spedizioni: “Nel 1978 – racconta ancora Santini – ci tornammo per altre due settimane, mentre nel 1982 ci invitarono per l’inaugurazione della loro chiesta ricostruita, e andammo su in autobus con tanti altri dicomanesi. Poi non vi furono altri contatti”.
Di recente, però, per caso, Picchiotti ristabilisce un legame: un incontro durante le vacanze in Calabria, il racconto di essere stati lassù, “e l’estate scorsa – dice – mi sento telefonare, al telefono c’è Sandro Baldassi della parrocchia di Buja, che ci invita a tornare da loro, a trovarli: ‘Noi vi ospitiamo’”.
E così insieme hanno organizzato un viaggio. Un viaggio dove il ricordo della solidarietà, l’affetto per chi ha aiutato, saranno alla base. Sarà un ritorno, “Dicomano – Urbignacco di Buja 1977 -2017”: da Dicomano partiranno in tanti, sabato 3 giugno. E parteciperanno alla festa paesana, proprio quella festa per la quale, 40 anni fa, ricostruirono il palco. E poi, il giorno dopo, la Messa nella chiesa che hanno contribuito a ricostruire. Poi il pranzo tutti insieme. Nelle parole dei “giovani” dicomanesi si avverte un filo di commozione: “Spero di incontrare i figli o i nipoti di Carino Tondolo, dal quale andavo a lavorare nella sua cantina”, dice Picchiotti. E affiorano i ricordi: “Le sorelle Savonitto -riflette ad alta voce Santini – ci regalarono una medaglietta, e un mattone ciascuno. ‘Ci rialzeremo’, era lo scritto in friulano. Sì, ognuno di noi ha messo un piccolo mattone nella loro ricostruzione. E questa attestazione l’ho portata a casa con grande orgoglio. Credo sia stato importante far sentir loro, subito dopo la distruzione del terremoto, che non erano soli. Dopo un anno vedersi arrivare 25 ragazzi vivaci ed allegri, che nella loro spontanea generosità si tirarono su le maniche e dettero una mano fu per loro una cosa rilevante. Lo apprezzarono molto. Sì, il nostro piccolo mattone lo abbiamo portato. E dopo 40 anni si ricordano ancora di noi… E’ davvero una grande emozione”.

Bontempi riflette sulle ragioni e lo spirito di questa iniziativa: “Siamo un gruppo che è rimasto unito. Adesso ci stiamo ritrovando anche per questo evento, e siamo quelli di allora. Indubbiamente i campi di lavoro che don Checchi ci proponeva quando eravamo ragazzi hanno avuto il ruolo di cementare un’amicizia, che è nata in ambito parrocchiale. Non tutti continuiamo a frequentare la parrocchia, ma c’è ancora una grande unità. Don Checchi dava una grande importanza alla dimensione operativa: si prega, ma anche si lavora, è un modo per dimostrare e concretizzare la fede. Lui ci dava l’esempio: sapeva tradurre in atti concreti questa sua fede, e noi lo abbiamo seguito…”
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 25 maggio 2017







