KENYA – Ancora ci chiediamo come sia stato possibile incastrare quella manciata di giorni dal 30 gennaio al 11 febbraio scorso.
Ancor più surreale è stato partire, tornare ed essere immediatamente catapultati in una dimensione nuova, che da un giorno all’altro ha stravolto la vita di tutti.
Ho posticipato il racconto del viaggio perché ho pensato che in questo momento l’attenzione fosse rivolta ai grandissimi e ancora insormontabili problemi di “casa nostra”, ma il Covid-19 ci ha fatto prendere coscienza che non c’è più una “casa nostra”, perché il Virus non conosce confini: siamo tutti sulla stessa barca.
Oggi sento che è arrivato il momento giusto per raccontare che, sì, siamo sulla stessa barca, ma c’è chi non ha remi per mettersi in salvo.
In Kenya lo aspettavano ed è puntualmente arrivato come in tutta l’Africa. Anche lì sono già in atto le misure per la prevenzione (chiusura di tutte le scuole, divieto di assembramenti, di contatto e l’invito continuo a disinfettarsi).
Tuttavia, in seguito alla nostra recente esperienza, abbiamo maturato la consapevolezza che le disposizioni sanitarie internazionali sono impraticabili alle condizioni del contesto del Continente Nero, e a questa consapevolezza si accompagna il presagio di un dramma incommensurabile pronto ad annunciarsi.
Nella complessità di una città come Nairobi ad esempio, dove metà della popolazione vive negli slum senza luce, acqua corrente e fognature come si può restare a casa? Quale casa?
“In Africa non ci sono terapie intensive, né anestesisti rianimatori. I tamponi sono letteralmente inutili perché i laboratori sono pochissimi, solo uno per ogni singola capitale e alcune ne sono sprovviste: se il contagio da Coronavirus si diffonde, per questo continente è un’ecatombe”. A descrivere la fragilità e il rischio che sta correndo l’Africa è Don Dante Carraro, direttore di Cuamm Medici con l’Africa.
Il nostro viaggio è stato intensissimo ed è andato tutto bene, oltre ogni aspettativa. L’accoglienza di suor Alice alla missione di Embu e di padre Charles a Wamba è stata così bella che ha colmato il vuoto e le comprensibili preoccupazioni di tornare per la prima volta là senza padre Franco.
Con Carlotta, Elena, Fabrizia, Leonardo, Andrea l’empatia è stata nel gruppo fin dal primo giorno e quindi subito famiglia. E’ stato bello sentire da loro che quella vissuta è stata un’esperienza meravigliosa, così come che avevo ragione nel dire che è impossibile capire senza andare.
Il racconto è lungo ma comunque riduttivo: sono troppi gli aneddoti, gli incontri e le avventure africane, troppe le emozioni per ognuno di noi… quindi, ecco i fatti.
PRIMA TAPPA: Nairobi. Di passaggio per le formalità facciamo una sosta alla Consolata di Westland, dove godiamo della compagnia del caro padre Antonio Bianchi (98enne) che aiutiamo da sempre. In città visitiamo anche Deep See, il piccolo slum sulla scarpata di fronte alle ambasciate. L’impatto è immediato. Chi di noi non è mai stato in Kenya deve camminare dentro una baraccopoli per comprendere dove e come vivono migliaia di persone, nei bassifondi della storia. Qui, dove il provvisorio rappresenta il quotidiano, se la gente resta senza cibo e non può muoversi il rischio reale – oltre il virus – è l’innescarsi della violenza. Gli slum sono polveriere, dove sempre la Polizia agisce con la violenza per sedare la violenza.
SECONDA TAPPA: Missione “Carlo Liviero” di Embu (Kenya Centrale, a Nord di Nairobi) Ad attenderci suor Alice delle “Little Servants of the Sacred Heart”. La missione con la sua bellissima scuola è un’oasi dove quattro suore fanno un lavoro encomiabile. Vi restiamo tre giorni e conosciamo più da vicino queste donne straordinarie, che supportiamo da lontano per la scuola dei ragazzi di strada, la “Liviero Home”.
Ne accolgono quaranta ognuno con la propria, tristissima storia. Le suore ci introducono dentro quella di tre di loro, per farci capire il drammatico contesto da dove tutti i ragazzi provengono. Andiamo quindi con una scorta di cibo dalle famiglie di Albert, Moses e Joseph.
Albert è l’ultimo arrivato, la settimana precedente la madre è morta di Aids e nella sua baracca troviamo la nonna; Moses si assicura che abbia l’acqua e va prenderla nel fiume sottostante. Le suore ci dicono che ancora non parla: ha 14 anni ma ne dimostra la metà per ciò che ha sofferto. Moses incontra i nonni e la mamma che soffre di alcolismo con in braccio un neonato. Joseph invece non vuole che entriamo nella sua baracca. Probabilmente all’interno ha visto la madre incosciente perché ubriaca. Il suo fratellino lo abbraccia, i vicini accorrono a salutarlo. Sentiamo che uno di loro gli dice: – “Studia, tu che hai avuto questa opportunità”. Suor Giacinta e suor Alice ci dicono che sono poveri e disperati, ma che capiscono bene il valore dello studio nell’acquisire una dignità di vita. Gli ambienti dove vivono questi ragazzi sono indescrivibili in quanto a degrado.
Visitiamo anche l’orfanotrofio e al momento di partire lasciamo alle suore una bella donazione per far fronte alle spese dei prossimi mesi.
Oggi suor Alice ci comunica la sua grande preoccupazione. Da un giorno all’altro hanno dovuto chiudere la scuola, molti bambini piangevano e non volevano tornare a casa. Stanno tenendo con loro i ragazzi di strada ma dice che sarà difficilissimo attuare la prevenzione perché mancano disinfettanti e generi di prima necessità per prevenire i contagi.
TERZA TAPPA: Missione di Wamba (Nord Kenya, Samburu Land) Ci spostiamo a Nord e, dopo un lungo viaggio, raggiungiamo finalmente Wamba, la terra dei pastori Samburu e il luogo dove padre Franco Cellana ha voluto riposare per sempre, nella missione che ci ha affidato. E’ una forte emozione salutarlo lì, sotto lo sguardo della Madonna, nella sua aiuola fiorita.
Accanto, la chiesa distrutta dal recente incendio, le macerie e – nella missione – il crocifisso carbonizzato.
A Wamba abbiamo visitato sette dei ventisette villaggi che fanno parte della missione. Per raggiungere alcuni dei più lontani abbiamo percorso piste sterrate per quattro-cinque ore. Ad aspettarci le comunità alle quali abbiamo portato sacchi di cibo (fagioli, mais, farina, olio per cucinare) e vestiti che si sono spartiti tra le famiglie.
In ogni tappa padre Charles ha celebrato la Santa Messa.
Abbiamo sperimentato l’eroica vita dei missionari in queste terre, le difficoltà di arrivare alle genti, le distanze, i pericoli, la stanchezza quotidiana del loro ciclico peregrinare in ambienti così estremi. Abbiamo anche avuto l’opportunità rarissima di conoscere aspetti reconditi e atavici della cultura Samburu, come la pratica dell’infibulazione femminile, per poi incontrare alla missione un gruppo di donne che intende combattere questa terribile e radicata pratica tribale grazie a un progetto di educazione che andremo orgogliosamente a sostenere.
All’asilo della missione abbiamo acquistato materassini per far riposare duecento bambini sostituendo quelli sporchi e ormai a brandelli.
Nelle varie scuole dei villaggi visitate abbiamo distribuito materiale didattico.
La visita alla Huruma Childrens Home, dove ci aspettavano suor Lissy e suor Ann, è una tappa obbligatoria. Questa casa accoglienza per bambini disabili abbandonati è da sempre in cima alla lista del nostro operato.
La serenità delle suore, la pace che nonostante tutto si respira in questo luogo, la condizione dei bambini nei loro letti: l’impatto emotivo non può che sconvolgere sempre profondamente. Coloro tra noi che vi sono entrati per la prima volta non hanno potuto trattenere le lacrime.
Alle suore abbiamo lasciato una donazione per i bisogni della struttura che vive di carità. Oggi suor Lissy è estremamente preoccupata per l’emergenza del Virus, pregano che rimanga lontano dalla loro casa perché dice, i loro bambini morirebbero tutti.
Infine Remot, dove Leonardo aveva lavorato col gruppo trentino che aveva gettato le basi della struttura, successivamente da noi terminata come richiesto da padre Franco e inaugurata dopo la sua morte. La gente è venuta a salutarci offrendoci il prezioso dono di una capra in segno di gratitudine.
Siamo poi andati da Grace che autogestisce a Wamba il piccolo centro di accoglienza “Feeding and guiding them” accudendo durante la settimana bambini che vivono situazioni familiari di grande indigenza abbandonati a loro stessi. Anche lei è da tempo nella lista dei beneficiari del nostro aiuto. La aiuteremo a realizzare il micro progetto per l’irrigazione di un orto che le permetterà di avere il necessario per i pasti.
A Wamba, Padre Charles, su nostra richiesta, ci ha poi condotto a visitare alcune persone che versano nelle condizioni più misere avendo l’intenzione di intervenire subito per dare loro ciò di cui avevano bisogno. In una baracca una donna molto anziana dormiva in un angolo buio sulla terra; in un’altra una donna con due figli grandi, giaciglio di stracci, qualche pentola senza niente da mangiare; un vecchio ha chiesto dei vestiti, una donna con il marito cieco ha chiesto timidamente di poter avere un materasso per il letto, dormivano sulle assi. Abbiamo provveduto a tutto.
A chiusura della nostra permanenza a Wamba abbiamo voluto fare una grande festa in memoria di padre Franco. Dopo una s. messa solenne, che è stata dedicata anche al nostro amato Mauro, la festa davanti alla tomba di p. Franco con distribuzione di cibo a tutti è stata il commovente saluto a sigillo di giorni indimenticabili e il modo più bello per ricordarlo tra la sua gente. Abbiamo tutti sentito la presenza viva di padre Franco e Mauro nella gioia della gente, nei sorrisi dei bambini con un piatto stracolmo di cibo, nella luce negli occhi di Carlotta ed Elena…
Abbiamo lasciato a padre Charles una donazione per coprire l’intera spesa dell’acquisto di cibo da distribuire a tutti i quaranta villaggi (ventisette out-station e tredici nei dintorni di Wamba), cosa che ha fatto fino a pochi giorni fa, mentre ora sono arrivate anche per lui l’emergenza e la preoccupazione di come affrontarla. Torniamo come messaggeri del ringraziamento di ogni comunità, di ogni persona che ne fa parte, di padre Charles, di suor Alice e consorelle, di suor Lissy, di padre Bianchi, delle maestre. Sentitevi partecipi di tutto questo, perché ogni vostro dono, poco o tanto, ha contribuito a distribuire a piene mani e a consolare tante persone.
In questo momento epocale che ci ha messo di fronte alla nostra fragilità imponendoci di rivedere le priorità, penso che sia necessario porsi in modo nuovo di fronte alla Famiglia Umanità e trarre da questa terribile prova insegnamenti che ci educhino a comportamenti più consapevoli. Come ora ci viene chiesto di essere responsabili gli uni per gli altri, così dovremmo imparare a farlo poi. A livello globale e in ogni ambito del nostro agire. In questo modo potremo perseguire una giustizia e un bene superiori, che ci conducano a un’esistenza più equilibrata, con gli uomini e col creato. Perché possiamo e dobbiamo salvarci tutti insieme. Vogliamo sperare che continuerete a sostenerci in un futuro che nessuno può prevedere, arriveranno tempi nuovi ma sapranno trovarci al nostro posto, a fianco dei più bisognosi.




