
BORGO SAN LORENZO – È la festa di San Lorenzo, patrono di Borgo San Lorenzo (ma anche di Pietramala, Marradi, e altre località). Il pievano di Borgo San Lorenzo Don Luciano Marchetti scrive al santo, col cuore, una lettera-riflessione molto bella. Da leggere:
Caro San Lorenzo,
io non so bene come funzionino le cose lassù da voi, ma mi piace immaginare che ci debba pur essere da qualche parte nella Gerusalemme celeste un ampio, comodo balcone dal quale – non saprei dire se a turno o tutti insieme – voi santi e sante, vi potete affacciare per scrutare dall’alto l’intero panorama del nostro minuscolo globo terrestre. Del resto noi ti vediamo sempre affacciato nella volta dell’abside di questa Pieve a te dedicata.
Nella Divina Commedia c’è un verso in cui il sommo poeta descrive la terra, inquadrata in lontananza dal cielo, come “l’aiuola che ci fa tanto feroci”. Penso che, se si trovasse a scrivere oggi il suo poema, Dante userebbe senz’altro la stessa espressione, ma sarebbe costretto a cambiare la metafora dell’aiuola. Infatti, il villaggio globale del terzo millennio non solo non rassomiglia più a un incantevole giardino, ma semmai fa venire alla mente una giungla feroce. Altro che aiuola fiorita e verdeggiante! Oggi la violenza è globale.
Guardiamo il mondo, come te dall’alto, e non possiamo fingere di non vedere il grido che sale dal Medio Oriente, dal Golfo, dalle ferite aperte dell’Ucraina, dai conflitti dimenticati che non fanno notizia ma continuano a divorare vite, sogni e futuro. È come se l’umanità fosse partita verso la pace e poi si fosse fermata, smarrendo la strada, perdendo il coraggio, abituandosi alla guerra.
Allora ti domando: “Che cosa significa per noi cristiani del terzo millennio far risuonare il Vangelo dove è detto – e dobbiamo avere il coraggio di crederci – che la pace non si costruisce accumulando difese, non si custodisce con la minaccia, non si garantisce alimentando la paura?”. La tua risposta è chiara: “La pace nasce quando qualcuno ha il coraggio di disarmarsi”. Ma disarmarsi fa paura, molto più che armarsi, perché è facile armarsi, anche solo di parole dure, di giudizi, di sospetti; è facile costruire muri e chiamarli sicurezza; mentre disarmarsi significa esporsi, fidarsi, rischiare di essere feriti, amare quando non conviene.
Tu, caro San Lorenzo, hai seguito Gesù che ha detto: “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore”. Al suo tempo la Palestina era percorsa da fremiti di violenza zelota verso i dominatori romani. Gesù però rifiutò decisamente ogni sollecitazione in questo senso: fuggì quando vennero per farlo re, per metterlo a capo di un movimento di resistenza armata. A Pietro, nel Getsemani, disse: “Rimetti la spada nel fodero, perché chi di spada ferisce, di spada perisce”, rinunciando così a opporre qualsiasi resistenza alla sua cattura. Alla violenza non oppose violenza; contrappose il martirio, cioè la testimonianza: “Sono venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità”.
Tuttavia dobbiamo stare attenti a non strumentalizzare la Parola di Gesù, il quale ha rifiutato, sì, la violenza in tutte le sue forme: non soltanto la violenza nella reazione della vittima che la subisce, ma anche e prima ancora del responsabile che la provoca. Ha pronunciato un no alla vendetta da parte di chi viene colpito sulla guancia, ma prima ancora ha gridato un no molto più tremendo alla violenza di chi colpisce sulla guancia. Non solo, “nessuno tocchi Caino” ma, ancor prima, “nessuno tocchi Abele” .
E allora questa tua festa, caro martire Lorenzo, diventa scomoda, perché non ci permette di restare in superficie ma ci costringe a guardarci dentro, perché la guerra non è solo nei telegiornali, la guerra abita i nostri cuori, si nasconde nelle parole che non diciamo ma pensiamo, si infiltra nei rapporti feriti, cresce nei rancori che custodiamo. Quante volte siamo in guerra senza sparare un colpo, quante volte distruggiamo senza alzare la voce, quante volte feriamo senza sporcarci le mani. Tu ci offri la testimonianza di una pace che attraversa la violenza restando fedele all’amore.
Parlare di martirio oggi sembra lontano e invece ci riguarda profondamente, perché la pace ha un prezzo alto: nasce dalla fatica quotidiana, umile e instancabile, che cerca di superare l’egoismo. È l’egoismo che spezza la trama delle relazioni e coltiva i segni di ogni possibile guerra. Volere la pace significa essere disposti a tutto, anche a “spezzare” sé stessi, perché ciò che è giusto avvenga, ciò che è bene si compia, dentro e fuori di noi. Questa è la pace che non ci lascia mai in pace.
La logica è quella del seme. Se il seme lo tieni dentro un barattolo non serve a nulla, è sprecato. Certo, si conserva ma alla lunga si secca e non ha dato vita a nulla. Soltanto se viene gettato nella terra il seme raggiunge il suo obiettivo: si perde, certo, ma il suo dono è fonte di vita.
E allora la domanda diventa personale: “Dove sono chiamato io a disarmarmi?”. Nelle mie parole, nei miei giudizi, nelle mie relazioni più difficili, proprio lì dove fa male, dove mi sento ferito, dove vorrei chiudere, è lì che il Vangelo mi raggiunge e mi chiede se voglio essere parte della pace. La pace comincia sempre così: piccola, fragile, quasi invisibile come un seme. Comincia da una parola trattenuta, da un ascolto vero, da un passo verso chi mi ha ferito. E questi piccoli gesti sono più forti delle armi, perché sono disarmati e proprio per questo disarmanti. Camminiamo lasciandoci provocare dal tuo martirio, San Lorenzo, perché questa festa non sia un evento ma un passaggio, non un rito ma una conversione, non un ricordo ma un inizio.
Caro San Lorenzo, permettimi un’ultima raccomandazione: abbi un occhio di riguardo per i nostri giovani. Aiutali a crescere vigorosi senza mai diventare violenti, benevoli senza mai diventare arrendevoli, pazienti senza mai diventare né indignati né rassegnati. Chiedi al tuo e nostro onnipotente, amabilissimo Gesù, di ottenere per tutti e ognuno di loro la grazia di una mite fortezza e di una forte mitezza. Ti abbraccio.
Tuo, di cuore, insieme a questo popolo del Borgo che è orgoglioso di portare il tuo nome.
Don Luciano Marchetti
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 10 agosto 2026

