
SCARPERIA E SAN PIERO – Dopo aver scritto una sentita e personale cronaca della giornata di venerdì 14 Marzo, quando il “villaggio” di Campomigliaio venne inondato dalla piena del Carza (articolo qui) la lettrice Caterina Borchi torna a riflettere su quanto accaduto in Mugello, con un nuovo contributo dedicato alla situazione a tre settimane da quel giorno, che significativamente intitola “Cosa rimane”:
Sono passate tre settimane dal giorno dell’alluvione, e le cose hanno ripreso il loro corso, non ci sono più i volontari a spalare il fango, né le persone per strada a parlare e scambiarsi preoccupazioni. Sono stati giorni frenetici e, nonostante tutto, qualcosa di bello è emerso. Fin da subito, si è attivata una rete di persone disposta a dare una mano, e ognuno ha offerto quello che poteva: chi si è preoccupato di cucinare il pranzo per i volontari, chi di creare gruppi WhatsApp per la raccolta di mobili usati, chi semplicemente è accorso per offrire le proprie braccia nella rimozione del fango dai garage e dalle strade. La partecipazione è stata unanime da parte della comunità e appassionata, ha avuto l’effetto di un grande abbraccio caldo attorno alle persone colpite.
Adesso che però sono passati i giorni e anche la frenesia e il calore sono scemati, mi chiedo: cosa rimane? Sicuramente, nel piccolo parcheggio dell’area residenziale di Campomigliaio e lungo le strade di San Piero a Sieve, rimangono i cumuli di rifiuti accatastati dai volontari e dai proprietari delle case alluvionate. C’è un po’ di tutto: armadi, letti, cassetti, sedie, libri, lavatrici, dischi, biciclette, lampade, motorini, play-station, giocattoli…oggetti di ogni forma e dimensione, intrisi di fango come spugne e ormai inutilizzabili. A guardare quelle montagne di oggetti viene la tristezza, sono il simbolo di quanto le nostre vite siano fragili di fronte alla forza distruttiva di un fiume in piena.
Oltre ai cumuli infangati di oggetti, rimangono i rifiuti nella Carza e nella Sieve, quelli invisibili perché scorrono dentro ai fiumi stessi insieme alle acque, e quelli tristemente visibili perché il ritiro della piena li ha depositati sugli argini, come memento doloroso della verità più dolorosa di tutte: è colpa nostra. Negli argini della Carza ho visto di tutto: macchine, tetti di lamiera, reti, telai di plastica, vasi, scarti tessili e plastici di ogni forma, colore e dimensione. Una buona parte di questi materiali sono stati strappati dal torrente alle piccole rimesse (a volte abusive) dei contadini, che contro il buonsenso erano state costruite in prossimità del letto fluviale. Un’altra buona parte dei rifiuti viene direttamente dai garage dei miei vicini, e l’acqua e la furia del torrente se li sono portati con sé senza autorizzazione.

Un’altra cosa che rimane sicuramente sono le strade franate, crollate sotto il peso dell’acqua che le aveva rigonfiate fino alla saturazione e anche sotto al peso (forse) di una scarsa manutenzione. La rete stradale del Mugello è tuttora impraticabile e inaccessibile in molte zone in cui la frana ha tagliato di netto la via come fosse un pezzo di pane, mentre è accessibile ma con molte difficoltà in altri punti in cui il crollo è stato parziale, e la viabilità è ripresa con senso unico alternato. In altre parole, sia il reticolo fluviale che quello stradale del Mugello somigliano al reticolo arterioso di un soggetto malato, inquinato e cosparso di intasamenti.
Altre cose che non so se sono rimaste ma che spero che rimangano, e che anzi si rinnovino continuamente, alimentandosi della vista di questo scempio che è stato fatto (da noi, non dai fiumi) al paesaggio, sono la rabbia e la consapevolezza che c’è qualcosa di profondamente sbagliato in tutto questo. Forse, queste due cose insieme, potranno essere la spinta ad un cambiamento, e condurre la comunità verso un nuovo modo di vivere in cui la natura e le sue esigenze non vengono ignorate ma rispettate.

Caterina
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 10 Aprile 2025






