
BARBERINO DI MUGELLO – Gerarmando Randazzo, direttore della Rsa SS. Annunziata di Firenzuola, è stato molto colpito, come tanti altri, dall’angosciante vicenda che si è consumata sul viadotto dell’autostrada A1 a Barberino di Mugello. Fatti che lo hanno spinto a mettere le proprie emozioni nero su bianco. Ce le ha inviate e noi, molto volentieri, le pubblichiamo:
C’è un tratto dell’autostrada A1 che ormai, da più di cinque anni, percorro sistematicamente avanti e indietro e che, onestamente, conosco ormai più delle mie tasche: il tratto Scandicci / Firenzuola-Mugello (e viceversa) è ormai assolutamente familiare. Sin da piccolo, quando a guidare in autostrada era ovviamente mio padre, mi incuriosiva leggere la segnaletica stradale, ed in particolare i nomi dei viadotti e delle gallerie, ed ancora oggi, nei miei viaggi in solitaria, gioco, tra me e me, ad indovinarne l’ordine di apparizione: Goccioloni, Bue Morto, Torraccia, Vicchio, Marinella, Casaglia, Alteta. Da qualche giorno l’opinione pubblica è scossa dall’episodio di femminicidio che si verificato proprio in quel tratto di A1. Ieri sera, salendo da Scandicci a Firenzuola, non ho potuto fare a meno di pensare e di immaginare.
Nel buio della notte rischiarata dalle luci bianche e rosse della macchine, approfittando di una lunga coda che ci faceva camminare a passo d’uomo, con in sottofondo la canzone “Bugiardo ed incosciente” di Mina, ho immaginato, nella luce di quel pomeriggio, in quel tratto di autostrada, ho visto una macchina sfrecciare ad alta velocità: alla guida un giovane, Federico, non più il volto sorridente delle foto con cui aveva inondato i profili social ma un volto stravolto dalla follia, dall’angoscia, dalla tragedia imminente. Accanto a lui nessuno, ma in realtà una donna è presente nel veicolo, è nel bagagliaio, si tratta della sua ragazza, Lorena, la vittima dell’ennesimo atto di violenza ai danni di una persona a cui non si vuole consentire di dire “basta!”. La macchina sfreccia, veloce, senza una meta, senza un motivo, senza una fine, quante volte Lorena e Federico hanno attraversato, felici e sorridenti, quel tratto di autostrada, quante volte si saranno fermati all’outlet di Barberino o soffermatisi sulle meraviglie della natura che solo il Mugello sa offrire.
Stavolta no, non c’è nulla di quel passato che, nel loro immaginario, li aveva resi imbattibili ed eterni. Stavolta, tutto è miseramente crollato, sparito: la follia di Federico non lascia più spazio alla ragione ma neppure al cuore, dentro di lui non esistono più parole come perdono, misericordia, ripensamento, umanità. Esiste solo una folle corsa, verso l’ignoto, verso il vuoto, verso la fine.
Sto immaginando il tutto come se stessi guidando un drone che dall’alto riprende la scena: quasi come la ripresa di un film di azione, di una puntata di “Distretto di Polizia” dove il cattivo ha picchiato, stordito e sequestrato la sua lei, chiudendola nel bagaglio della vettura, dove però lei, riprendendosi, ha la forza e la lucidità di fare una chiamata al 112, e così, in quella folle corsa, avvisare la Polizia di cosa sta succedendo, consentire il rintraccio della vettura, del suo percorso, di provare a dare una via di uscita quell’incubo, perchè sì, forse, si tratta davvero di un brutto sogno, al termine del quale ti svegli sì spaventata ma alla fine c’è sempre l’abbraccio rincuorante della mamma. Ma sì, questa non è la realtà, questa è davvero una puntata di Distretto di Polizia dove tra poco giungerà l’eroe poliziotto che riuscirà ad arrivare in tempo, ad evitare che succeda il peggio, e a salvare lei, che è stata generosa nel non denunciare il cattivo quando avrebbe potuto e dovuto e che, quindi, per questo è stata premiata dal destino che le ha regalato la salvezza. E infatti, la macchina si ferma, al viadotto Alteta, Federico scende dalla macchina, il suo non è più quel corpo umano maestoso ed imperioso costruito, con fatica e sudore, con anni di palestra, ora è il corpo di un animale, disarticolato, furioso, in preda alla rabbia perchè ha capito che qualcosa sta mettendo a rischio il suo folle piano, apre il bagagliaio e Lorena è lì, e anche il suo corpo non è più quello splendido e florido di una giovane donna del sud, ma si è trasformato come in una marionetta, il volto tramortito, inerte, supplice.
Ma nel frattempo, eccola la pattuglia della Polizia, ci sono anche i Vigili del Fuoco, c’è anche un’ambulanza, ma sì, ormai non ci sono più dubbi: stanno girando la scena di un film, di una fiction, costruita apposta per tenere lo spettatore col fiato sospeso ma con la consapevolezza che, come sempre e spesso accade, ci sarà il lieto fine, con gli eroi che riusciranno ad arrivare in tempo, a tenere sotto controllo la situazione, se necessario esplodendo un colpo di pistola che, al massimo, ferirà il cattivo ma, comunque, riuscendo a salvare la ragazza. E invece, e invece, purtroppo, è la realtà, nella peggiore delle sue dimensioni, in cui la tragedia ha ucciso non solo la speranza che fosse solo un bruttissimo incubo ma, soprattutto, ha fermato i cuori di tutti i presenti su quel viadotto. Da quel viadotto volano via, come pesi leggeri come piume, prima Lorena, forse consapevole degli ultimi istanti della propria vita, e poi Federico, mentre le parole di chi ha tentato di farlo desistere e le urla di chi ha assistito alla tragedia si perdono nell’aria umida e rarefatta.
Da quando è successo questo sconvolgente fatto di cronaca, che mi ha profondamente colpito non solo per la sua contingenza a luoghi e posti familiari, solo stasera ho avuto modo di passare sul viadotto Alteta. ironia della sorte, tra tutti i nomi presenti nel percorso autostradale è quello che più mi ha colpito perchè mi ricorda, per assonanza, il cognome di un’OSS della RSA. Lo attraverso, recitando una preghiera per le loro anime. Da stasera, questo luogo conserverà per sempre la memoria di una tragedia che, probabilmente, poteva essere evitata. Questo luogo, però, mi conferma che solo la consapevolezza che un pugno ricevuto non può mai trasformarsi in carezza consentirà, probabilmente, di evitare l’ennesimo bagno di sangue sulla storia della nostra gioventù, e che adesso non basta più la presa d’atto di chi è vittima, adesso è necessario che anche chi sa e chi è vicino agisca, denunciando.
Gerarmando Randazzo
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 9 Settembre 2026




