MUGELLO – Il parroco dell’Unità pastorale di Scarperia, Fagna e Sant’Agata don Antonio Cigna ha percorso, per la decima volta, una parte della via Francigena. E ha voluto condividere con noi alcune sue riflessioni.
Eccomi a casa, sono tornato per la decima volta da una settimana di cammino sulla Via Francigena, e la decima volta è stata la più bella… ma la prima non si scorda mai. Quest’anno abbiamo attraversato la Toscana Meridionale, con gli scenari sconfinati e struggenti della Val d’Orcia, e la Tuscia Laziale con i suoi laghi vulcanici e le sue colline. Si tratta di alcuni dei panorami più conosciuti e fotografati del mondo, che ci hanno riempito gli occhi di bellezza e colmato l’intimo di un senso di meraviglia per l’armonia del creato. Eppure se tento un bilancio i ricordi più vividi son quelli di dieci anni fa, quelli della mia prima volta sulle tracce di Sigerico*, in questi ricordi infatti alla meraviglia estetica si aggiunge il valore delle emozioni di chi si era messo in cammino per la prima volta. C’era la titubanza per una esperienza mai fatta prima, la curiosità per la novità, la sorpresa per paesaggi mai visti prima…
In dieci anni di partenze e di ritorni posso dire che… si parte per tornare. Ogni partenza è stata oggetto di desiderio e di attesa sempre più sentita quanto più se ne avvicinava la data, ogni ritorno è stato accompagnato da una certezza interiore, la consapevolezza di essere cresciuto e di essermi arricchito. Camminare è un’attività meditativa che attiva il pensiero inconsapevole, quel tipo di pensiero che fa comprendere la verità su noi stessi, si tratta di tutt’altra attività rispetto allo sforzo della mente di possedere un concetto o di comprendere una informazione, è un pensiero che non coinvolge solo la mente ma che mette le radici direttamente nell’anima e che fa venire a galla la verità su chi siamo e sui nostri desideri profondi i quali, diversamente dai desideri indotti, sono decisivi per la nostra realizzazione personale come esseri umani. Son partito per poter tornare e sono tornato più consapevole dei miei limiti e del fatto che il Signore, per motivi che solo lui conosce, mi ha scelto per lavorare nella sua vigna. Ciò di cui sto parlando si chiama fede e consiste nell’esperienza di essere amato sapendo di non meritarlo.
Chi ama camminare sa bene quel che dico: il vero viaggio è interiore, un viaggio alla conoscenza di sé stessi e io, piccolo come sono, sul fondo della mia anima ho trovate le tracce del Signore. Queste impronte sono il primo, ma non unico, fattore che mi fa ripetere che da questi dieci anni ho ricavato un grande arricchimento.
Cerco di dare un nome a questa ricchezza interiore che non mi abbandona: un universale senso di gratitudine. Dico grazie ai fiori, al vento e ai ciliegi carichi di frutti; grazie anche al sole, ai prati e all’acqua che ci disseta. Grazie a me stesso, ai miei compagni di cammino e al Signore che non si dimentica di me. Questo senso di gratitudine permea le mie giornate e fa da anticamera della felicità.
Scrivevo sopra che son tornato più consapevole dei miei limiti e questo riguarda anche i primi leggeri segni di un decadimento fisico che sono scontati in un uomo di mezza età. Questa consapevolezza del limite mi ha tanto aiutato a lanciare uno sguardo onesto sugli anni che verranno iniziando a pensare anche alla destinazione del percorso della vita. In merito al viaggiare c’è un luogo comune usato e abusato che recita “in un viaggio quello che conta non è la meta ma il viaggio stesso”. Io non sono completamente d’accordo perché pur godendo di ogni tappa e di ogni incontro nei miei cammini, non vorrei mai togliere la meta. E penso allo scopo del percorrere quel cammino che è la vita. La destinazione conta perché dona senso al viaggio dell’esistenza, e io penso che la destinazione sia la cosa più bella dell’intero viaggio in questa vita. Belli i panorami, le ginestre e i tramonti, ancor più belle le persone ma la vera bellezza è in Dio. Per spiegarmi mi faccio aiutare da Sant’Agostino che nelle Confessioni scrisse:
“Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai.
Tu eri dentro di me ed io ero fuori. Lì ti cercavo.
Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature.
Tu eri con me, ma io non ero con te.
Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te.
Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità;
diffondesti la tua fragranza, e respirai e anelo verso di te, gustai e ho fame e sete; mi toccasti, e arsi di desiderio della tua pace”.
In questi dieci anni abbiamo percorso la Via da Pontremoli (sotto il passo della Cisa) fino a Roma ripetendo più volte alcuni itinerari, quest’anno siamo tornati per l’ultima volta sulla Francigena scegliendo di ripercorrere quelle tappe che ricordavamo come le più belle. Siamo partiti alla ricerca della bellezza e l’abbiamo incontrata nella gloriosa esplosione delle fioriture primaverili, nei paesaggi commoventi e nei borghi fuori dal tempo, l’abbiamo incontrata anche nelle battute, nelle risate e negli scherzi tra compagni di strada, e ancora negli incontri inaspettati, nella confidenza del dialogo e, tanto, nei silenzi, quei lunghi silenzi in cui sprofondavo in me stesso. Ma come ho cercato di scrivere sopra, facendomi aiutare da Sant’Agostino, mentre io cercavo la bellezza nell’armonia del creato affascinato dalle creature… il Signore era dentro di me, e lì mi aspettava.
È Lui la “bellezza” antica e sempre nuova che io continuamente cerco nel mondo, ma da quando Lui, la bellezza, si è fatto sentire dentro di me io non cerco altro che la sua pace.
Pace a tutti voi, buon Cammino e…
Arrivederci sul Camino di Sant’Iago!
don Antonio Cigna
* Dobbiamo a Sigerico arcivescovo di Canterbury la descrizione del percorso e dei punti tappa (mansiones o submansiones) della Via Francigena, essendosi egli recato a piedi a Roma a ricevere il pallio dal Papa negli ultimi anni del primo millennio dell’era cristiana.
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 15 giugno 2025
























