
DICOMANO – Il giorno dopo la notizia del rigetto da parte del giudice del Tribale di Genova delle richieste di risarcimento per una minore che fu collocata al Forteto e per i suoi genitori (articolo qui) nei confronti del Comune di Dicomano e di Asl Toscana Centro, l’esito della causa continua a far parlare.
Si tratta di una sentenza che ricostruisce, citando le parti offese, l’ambiente nel quale si viveva al Forteto; ad esempio in questo passo:
“Gli atti di citazione riferiscono poi che, durante la permanenza delle minori nel Forteto, si sarebbero sviluppate dinamiche manipolative interne alla comunità tali da condurre la minore (omissis), all’epoca adolescente, a formulare accuse di abuso sessuale nei confronti della madre. Secondo gli attori, tali accuse furono il risultato di un clima relazionale suggestivo nel gruppo di donne della comunità, che avrebbero indotto la minore a dubitare della madre e a ritenerla complice di presunti episodi di violenza”.
Per queste accuse, lo sa bene chi ha seguito la vicenda e lo ricostruisce anche la sentenza, la madre biologica fu poi condannata, “con detenzione dal 2001 al 2006 e successiva perdita della potestà genitoriale”. Questi ad altri episodi, pur essendo attribuiti al racconto di una delle parti in causa, non vengono contestati dalla sentenza, che analizza anche le perizie sugli effetti psicologici e afferma che “Il Tribunale ritiene la Ctu valida e attendibile”, ma spiega di ritenere che “il perno della controversia resta la riferibilità causale dei danni agli enti”.
E conclude infatti: “Per configurare responsabilità da omissione occorrono prova di uno specifico obbligo giuridico di attivazione in capo all’ente, di una condotta omissiva rimproverabile e del nesso eziologico tra omissione e danno. Per il Comune di Dicomano gli atti documentano un ruolo esclusivamente esecutivo e temporalmente delimitato alla vigilanza sugli incontri protetti nel periodo 1996-1997, alle condizioni imposte dal giudice minorile; non emergono poteri di scelta della struttura, di gestione della permanenza, di sorveglianza interna sul Forteto né omissioni specifiche degli operatori durante gli incontri che abbiano concorso causalmente ai pregiudizi lamentati”. Arrivando ad una conclusione simile, anche se per altre motivazioni tecniche, per Asl Toscana Centro e rigettando quindi i risarcimenti.
La notizia è stata data ieri dal sindaco di Dicomano Massimiliano Amato, che ha sottolineato il coinvolgimento solo “marginale” dei servizi sociali, e il fatto che il Comune di Dicomano “Non ha alcuna responsabilità nei fatti contestati” (qui l’intervento di Amato). Lo studio legale però commenta con amarezza le dichiarazioni del sindaco:
Risposta più emotiva che nel merito:
Le parole del Sindaco di Dicomano fanno male.
Non perché sorprendano, ma perché arrivano in un momento in cui chi ha vissuto il Forteto sta ancora cercando, con fatica, di dare un senso a ciò che ha subito.Dire oggi che “il Comune non dovrà pagare” rischia di trasformarsi, per chi ha sofferto, in qualcosa di molto più duro:
l’idea che nessuno debba davvero rispondere.Ma questa non è la verità.
Questa sentenza non cancella nulla.
Non cancella gli anni trascorsi dentro il Forteto.
Non cancella le relazioni spezzate, le accuse indotte, le famiglie distrutte.
Non cancella il dolore di chi è stato allontanato, manipolato, privato di riferimenti affettivi fondamentali.E soprattutto, non cancella ciò che è già stato accertato:
che al Forteto sono avvenuti fatti gravissimi, riconosciuti anche dalla giustizia.Ridurre tutto questo a una “vittoria” dell’ente pubblico significa non comprendere — o peggio, non voler vedere — cosa c’è davvero dietro queste cause: persone, storie, vite segnate.
Chi ha vissuto il Forteto non sta cercando rivincite.
Sta cercando riconoscimento.
Sta cercando responsabilità.
Sta cercando di chiudere una ferita che, ancora oggi, non è mai stata davvero sanata.Le istituzioni dovrebbero essere le prime a comprendere questo.
Non a difendersi dietro una sentenza, ma a interrogarsi su ciò che è accaduto e su ciò che, forse, avrebbe potuto essere evitato.Il percorso giudiziario non è finito.
E non lo è nemmeno quello umano.Per questo continueremo ad andare avanti.
Con rispetto per il diritto, ma soprattutto con rispetto per chi ha vissuto tutto questo sulla propria pelle.Studio CNTTV insieme all’ Avv. Marchese
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 19 Marzo 2026



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