
FIRENZUOLA – Firenzuola ha un nuovo studio fotografico con camera oscura. Non solo un romantico ritorno alle tecniche di fine secolo scorso. Ma una iniziativa che promuove cultura. Questa intesa nel suo senso pieno: ricerca, approfondimento, studio, diffusione di conoscenza e, conseguentemente, produzione artistica. E’ in una delle stanze in Porta Fiorentina all’interno della sede dell’Associazione Pier Giuseppe Sozzi – Per lo studio dei movimenti politici e culturali.
Franco Guardascione, noto fotografo e fotoreporter italiano che da qualche anno è tornato a vivere a Firenzuola, ne ha curato l’allestimento. “Sono socio e collaboro con la Pier Giuseppe Sozzi dalla sua costituzione”, dice Franco. “Da tempo – prosegue – sentivo l’esigenza di avere un luogo, vicino casa, dove poter sperimentare e lavorare. Con Marco Sozzi abbiamo pensato che un laboratorio di questo tipo potesse essere interessante anche per future iniziative, da corsi specifici fino ad una vera e propria scuola di fotografia analogica. Lo sottolineo: niente digitale. Chi viene qui, se lo deve dimenticare. Si parte da zero, da come è composta la fotocamera fino alla stampa finale”.
“Questo studio – aggiunge Marco Sozzi – è parte integrante della collaborazione con Franco, perché lui lo è della nostra associazione. Tra noi c’è di base una forte sintonia da un punto di vista culturale. E quindi abbiamo pensato di creare all’interno della nostra struttura uno spazio dedicato proprio alla produzione fotografica. Con i materiali che abbiamo realizzato e che produrremo avremo modo di trasformarli in strumenti di conoscenza, di comunicazione e di studio”.
La camera oscura oggi potrebbe essere vista come un ritorno al passato? Dopotutto un oggetto digitale ti dà delle foto ottime, anche se il livello tecnico non te lo potrebbe permettere. Ha senso riscoprire l’analogico? “Quando nell’Ottocento nacque la fotografia – risponde Franco – ci fu una grossa diatriba. Alcuni sostenevano che questa non poteva essere considerata arte perché l’immagine era ottenuta con un macchinario. I pittori temevano che venisse rimpiazzato il loro lavoro. Poi le due cose si sono incanalate in due strade diverse, liberando il vero spirito creativo della pittura. Anzi si può dire che, grazie alla fotografia, la pittura si sia liberata dall’obbligo di dover rappresentare la realtà. Tanto è vero che nel ‘900 sono nate poi tutte le avanguardie, dal Cubismo, al Surrealismo, all’Espressionismo astratto, all’Astrattismo”.
“Con la nascita della fotografia semplificata con il digitale – prosegue Guardascione – punti e clicchi. Il software ti restituisce una ottimale attraverso i suoi processori. Quindi tutti possono fare fotografie. Tornare all’analogico è restituire vita ad un concetto di arte. Nel senso che devi avere un pensiero ed un procedimento manuale con una tecnica non alla portata di tutti. Ci vuole tenacia mentale nel perseguire un proprio obiettivo. Quando ci riesci, al netto di errori che superi solo con l’esperienza, hai soddisfazione massima. Non ottieni un file. Dalla camera oscura infatti esce un oggetto tangibile. E’ come allora se tu ritagliassi un piccolo pezzetto di realtà e te ne appropriassi. E’ in due dimensioni, ma è alla stregua di una opera d’arte fisica. E poi c’è uno studio ed un pensiero profondo. Io per il progetto Manifatture Archivio Appenninico, per avere l’ispirazione su come raccontare la filiera della Pietra Serena, ho letto quanto ha scritto il filosofo francese Maurice Merleau-Ponty sulla percezione. Ed io, in quella occasione, ho lavorato seguendo proprio le sue teorie”.
Franco Guardascione ha cominciato da giovanissimo. Già in prima media era capace di sviluppare foto. Fino a tredici anni ha abitato a Scarperia, perché il padre era maresciallo dei Carabinieri. Poi la famiglia si è trasferita a Napoli. A 15 anni lavorava già nell’agenzia Controluce con il direttore Mario La Porta. Ha fatto cronaca in una Napoli degli anni ’80, difficilissima per il problema della Camorra. “C’erano faide e regolamenti di conti tutti i giorni, continuamente – ricorda Guardascione – la mia prima fotografia, pubblicata su Il Mattino, fu quella di un morto ammazzato per strada”. Ha frequentato il liceo artistico. Tra i docenti, ebbe Libero De Cunzo, allievo diretto di Mimmo Iodice, uno dei nomi del pantheon della fotografia mondiale.
“Un aneddoto – racconta Guardascione – sono stato tante ore in camera oscura con Mimmo. L’ingranditore che è qui nello studio fotografico di Firenzuola è il suo, utilizzato da lui per tanti anni”.
Guardascione ha lavorato per la Soprintendenza dei Beni Ambientali e Culturali di Napoli. Ha fotografato la Reggia di Caserta, tutte le chiese ed i paramenti sacri di valore artistico della Costiera Amalfitana. Come reporter ha seguito la Serie A di calcio tra il 1986 ed il 1994.
A 30 anni ha deciso di tornare in Mugello, scegliendo Firenzuola. Qui ha iniziato a collaborare da subito con gli Archivio Z e con la Natska Pictures, una agenzia fotogiornalistica di Firenze di rilievo, pubblicando sulle maggiori testate nazionali internazionali.
Uno dei reportage è stato sui manicomi criminali in Italia che gli ha permesso di ottenere riconoscimenti internazionali: la proiezione del suo lavoro al Visa pour l’image di Perpignan, l’evento di fotogiornalismo più importante al mondo e primo posto assoluto al Festival d’Ange.
Nel 2007 ha iniziato a lavorare “per costrizione” con il digitale, ma negli ultimi anni è tornato alla camera oscura. “Nell’ultimo periodo – racconta – ho cominciato a sperimentare tecniche di stampa antichissime, tra cui quella al carbone, fatta anche a colori. Ha un procedimento lentissimo, di giorni, ma il risultato è pazzesco. Una qualsiasi tecnica odierna non è paragonabile. Viene in rilievo, è leggermente spessa, ha colori fantastici, sembra un dipinto”.
Fabrizio Nazio
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 18 Giugno 2025




