Storie leggendarie e curiose tradizioni rappresentano da sempre l’anima e l’identità culturale della nostra terra. Un ricco patrimonio di narrativa popolare, spesso legato alle vicende ambientali, alle rivalità paesane, o ad arcaiche pratiche religiose e propiziatorie fra uomo e natura.
Un’identità di costume che però sembra aver ceduto il campo alle lusinghe del progresso, abbandonando di fatto, quegli attributi così radicati e immutabili che sembravano sostenere l’essenza del folklore e delle abitudini locali.
In Mugello come nel resto della Toscana, sono bastati pochi decenni per alterare un mondo radicato a tradizioni popolari antichissime, a secolari relazioni sociali cementate da usanze tipiche del mondo rurale o da eventi epocali come la mezzadria. Anche il fascino dei tanto attesi rituali pagani che scandivano il ripetersi ciclico dei periodi e dei momenti religiosi più importanti dell’anno, sembra ormai stemperarsi in un’unica banale forma di consumismo quotidiano, che rende insipido e impalpabile ogni valore e ogni simbolo della festa. Eppure è proprio nella celebrazione delle festività più solenni come il Natale che si rintracciano valori e tradizioni comuni in ogni epoca a molti popoli del mondo.
Fin dal primo Medioevo, nel Mugello come in altre parti d’Italia e d’Europa, durante la vigilia della nascita di Gesù Cristo, era diffusa l’usanza di ardere nei focolari di campagna, un grosso “Ceppo” benedetto di olivo o di quercia. Era un segno di profondo rispetto e di augurio per quella data di estremo valore cristiano che si celebrava bruciando quella parte del tronco appena emergente dal suolo, punto di collegamento fra due mondi naturali diversi ed ugualmente fondamentali per la vita dell’uomo.
Un gesto antico, inizialmente adottato come rito sacro durante il solstizio d’inverno dai popoli pagani dediti al culto del sole, poi conservato nei secoli come simbolo natalizio di unione fra il soprannaturale e la realtà terrena. Un rito divenuto popolarissimo anche nella nostra era, tanto che le generazioni più mature di qualche tempo fa, avevano adottato letteralmente il termine “Ceppo” per indicare il giorno di Natale.
Di norma era compito del capoccia individuare durante l’anno nei campi e nei boschi, il ceppo più adatto da conservare per il Natale, ed era lui stesso a cospargerlo di vino e di lardo prima di accenderlo davanti alla famiglia riunita nella veglia la notte della vigilia. Dalla natura e dalla quantità di faville percosse e sprigionate da quel “fuoco sacro”, si leggevano presagi e auguri per il novo anno.
Era di buon auspicio che il Ceppo continuasse ad ardere per l’intero giorno di Natale, anche se in altre parti della Toscana, il rito doveva protrarsi almeno fino a Capodanno e in certi luoghi addirittura fino alla Befana.
Una volta spento, la cenere raccolta veniva sparsa nei campi come protezione e augurio di un raccolto proficuo.
Riunita attorno al fuoco, la famiglia viveva il momento di unione più atteso dell’anno; un’attesa magica che culminava alla mezzanotte della vigilia con lo scambio degli auguri e la consegna dei doni ai bambini che in trepida attesa recitavano eterne cantilene e semplici preghiere alla Madonna, nella speranza dei regali più desiderati. Doni semplici come la frutta fresca o secca, pochi dolciumi e piccoli giocattoli.
Il rito dell’attesa si ripeteva anche in città, con la stessa intensità emotiva ma con forme e metodi differenti, spesso dovuti alla diversa struttura abitativa e all’assenza del camino come simbolo di ritrovo familiare, tipico delle case di campagna.
Nelle abitazioni cittadine infatti, il Ceppo prese presto forme nuove, simili a una piramide allungata, costruito con piccole assi di legno e munito di cornicette orizzontali che seguivano il profilo sulle facce del prisma ed erano usate come appoggio dei doni e dei dolciumi per i bambini.
La semplice struttura era esposta nella sala principale della casa e addobbata riccamente con stoffe colorate, festoni, fiocchi e ciondoli, corone di pigne argentate, sormontata spesso da un pupazzo di stoffa o da un simboletto di legno intagliato; la figura del Bambinello occupava lo spazio centrale sulle cornicette inferiori.
Per molti, da questa forma che poteva ricordare vagamente una casetta o un alberello, sembra abbiano preso vita le prime Capannucce e l’Albero di Natale, quelle icone natalizie tanto care ai bambini del nostro tempo. Figure moderne che hanno rapidamente sostituito l’entità informe e primordiale del Ceppo, quel simbolo così semplice ed antico, forse poco adatto alla tecnologia del nostro tempo ma carico di una magia universale, che
aveva unito per secoli sotto un’unica tradizione il giorno più atteso dell’anno, rendendolo unico per significati anche fra paesi lontani e diversi.
Massimo Certini
© il filo, Idee e notizie dal Mugello, fascicolo 256 febbraio 2014






