
La concezione e la prassi culturale da cui noi Sacerdoti deriviamo è di tipo autoritario, perciò paternalistica, statica, di osservanza dell’Ordine. Tutto questo porta i suoi segni anche nel mondo della Pastorale, dove il prete si ritrova ad essere sopra la comunità, in qualche modo, è più della comunità.
C’è diseguaglianza tra il Prete e il suo popolo e ciò riflette questo rapporto di potere. Il popolo non sa, non può, e perciò, non vuole. Quindi, in fondo, esso non ha sapere, potere e volere mentre il Prete sa, può e vuole.
Si è fatto del cammino, è vero, ma c’è ancora un diaframma, una difficoltà ad intendersi. Per linguaggio intendiamo i criteri con cui valutare la vita in tutti i suoi aspetti: vita, morte, lavoro, figli ecc., linguaggio come l’universo dei valori che si ordinano in una coscienza (visione della vita).
Spesso il Prete appare come una specie di “bagnino ecclesiastico”, che crea infrastrutture per il tempo libero, si occupa di una minima parte dei battezzati, spesso consumato attorno al rito ed alle sue cerimonie.
Don Angelo Vallesi
in “Molte cose ho ancora da dirvi”
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 21 febbraio 2024




1 commento
Se potessi direi a don Angelo.
Non conoscevo la sua riflessione che ha pubblicato Il filo.
Argomento molto interessante.
Siamo di fronte a una contraddizione non risolubile, almeno allo stato della condizione culturale odierna, anche la più evoluta.
Da un lato i vizi della “prassi culturale dei sacerdoti, di tipo autoritario, perciò paternalistica, statica, di osservanza dell’Ordine”.
Di contro la necessità della maggioranza delle persone di avere un riferimento paternalistico, dal quale si sentono protette, supportate.
Credo che questa contraddizione sia il maggior problema di Papa Francesco, che ha cercato di portare nella Chiesa l’umiltà francescana, obiettivo in sé, nella purezza, lodevole, ma di contro ha perduto molto dell’autorevolezza della Chiesa che (purtroppo, ma tant’è) gli derivava dall’autoritarismo.