Quando una associazione, di puro “volontariato”, chiude i battenti dopo 30 anni di attività, è sempre un fatto che amareggia e che stringe il cuore, che ci rende più poveri di spirito. Parliamo del “Grappolo”, un’associazione nata nel 1984 in seno alla parrocchia di San Giovanni Maggiore, quando un piccolo ma volenteroso gruppo di uomini e donne decisero di dar vita ad una attività di volontariato, per accogliere, in determinati giorni, tutti coloro, fratelli e sorelle disabili, che sia in famiglia o all’interno di strutture pubbliche e private, sentivano il bisogno di stare un po’ insieme: per parlare, seguire la Santa Messa e le funzioni religiose, mangiare, giocare, divertirsi, insomma creare una parentesi dilettevole nella normalità della vita quotidiana. L’entusiasmo e la voglia di fare furono forti, e molte persone si sono impegnate in tutti questi anni con buona volontà e grande disponibilità -quanti bravi amici laici vicini al parroco don Paolo Ferrantini-, organizzando una infinità di attività culturali, ricreative, teatrali, musicali ed altro, insomma un movimento gioioso e vivace intorno a persone sfortunate che al Grappolo hanno trovato calore umano e cristiano. Domenica 16 ottobre scorso, in occasione appunto del trentesimo anniversario della fondazione, il parroco don Paolo e i suoi collaboratori, hanno consegnato ai presenti un documento dove si legge, che viene sì festeggiato l’anniversario, ma nello stesso momento “dopo aver constatato che è un po’ vecchio, tanto che coloro che lo hanno fondato, riunitisi insieme, hanno deciso di cessare l’attività”. In questo documento, si legge fra le righe la tristezza di questa decisione, ma nello stesso momento se ne spiegano le varie ragioni: la diminuzione della presenza degli ospiti per una evoluzione dell’attività sociale pubblica verso gli ammalati e i disabili, con altre realtà di accoglienza e di volontariato, e non per ultimo una diminuzione della presenza di volontari. Perciò con il mese di ottobre 2014, dopo i ringraziamenti per tutti coloro che si sono adoprati in tanti anni, il Grappolo di San Giovanni Maggiore, ha cessato l’attività. Con una lettera, Vanna Cavaciocchi, fondatrice e volontaria della prim’ora, si lamenta di questa decisione, ricorda i tanti bei momenti passati con gli ospiti sotto i secolari alberi del parco antistante la canonica, di riti ripetuti, di caffè offerti, di parole su parole, di carezze, di bischerate, di pianti, di risate, di chiacchiere, di confidenze, di mangiare a strippapelle, di…. di… di Grappolo che non c’è più. “Che Dio ponga la mano sulla spalla di chi, munito di buona volontà –scrive Vanna-, voglia accogliere il testimone dalla mani ormai stanche dei soci fondatori e porti avanti questo piccolo ma prezioso luogo d’incontro per noi poveri e bisognosi di tanto e tanto amore“. Che dire della chiusura del Grappolo in un lembo di terra, quello di San Giovanni Maggiore, con la sua splendida pieve romanica, fra i più belli del Mugello? Non siamo in grado di dare una risposta. Ci saranno state tante buone ragioni. Sicuramente non è stavo vano il trentennale operare di tanti volontari e di don Paolo, che hanno donato tempo ed energie, senza niente chiedere, ma in silenzio, come si conviene in un contesto di profonda fede, offrendo a tanti fratelli, per così lungo tempo, il calore della compagnia, dell’amicizia e della condivisione.
Aldo Giovannini
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – Gennaio 2015





1 commento
Non era poi così semplice il mio dire! Era un ricordare per far riflettere……. far riflettere sopratutto quelli che (6 + il Prete veramente stanco e malato) si sono arrogati il diritto senza indire un’assemblea generale di tutti i soci di spiaccicarci sui denti una decisione così drastica! Il caro amico (come suole dire Aldo che conosco sin da piccola) non ha estrapolato l’amarezza profonda che c’era nel mio sfogo, cioè l’ASSENZA che da quel momento in avanti si sarebbe venuta a creare nel corpo e nelle anime di quei ragazzi che, pur ben cibati e vicini alle famiglie o alle loro congreghe, non avrebbero più trovato quel senso di appartenenza che NOI, poveri in canna ma ricchi di amore eravamo in grado di spartire. Domandatelo se siete in grado di incontrarli ai vari MARINO, GUGLIELMO, PAOLA di San Carlo, BEPPINA che vive in corso Matteotti, MARIA ELENA di Razzuolo, RANIERO di Villore, e a tutti gli altri che vivono o si recano giornalmente all’Arca. Scusate la punteggiatura tirata a caso e lo sfogo……………ma!