BORGO SAN LORENZO – Domenica 8 aprile si è svolta la Maratona di Roma. Un percorso molto impegnativo. 42 kilometri, di cui più di 7 in sampietrini e 77 cambi di direzione. Insomma, una vera e propria prova di resistenza per gli appassionati della corsa, come il vicesindaco di Borgo San Lorenzo Enrico Paoli che ha partecipato ed in seguito raccontato la sua esperienza “dolorosa”.
“Il dolore è inevitabile; la sofferenza è opzionale” dice Murakami nel suo “L’ arte di correre”. Questa frase me la sono ripetuta tante volte nel corso degli ultimi 5, devastanti km della Maratona di Roma. Così come mi sono detto “adesso basta”, “accidenti a me e quando son venuto”, “mi fermo”.
Facciamo un passo indietro.
Otto e trenta del mattino. Fiumana di gente, 14.000 persone, pronte a partire. Sulla nostra sinistra il Colosseo, immenso e minaccioso. Mette effettivamente soggezione. Sono insieme a Veronica, al solito si scherza e si cazzeggia. Lei è tranquilla, io no. Sono tesissimo, dal giorno prima.
A Roma fa già caldo, si preannuncia una giornata da temperature alte.
I primi venti km scorrono via bene, tengo il passo che mi ero prefissato, senza particolari problemi. Sudo molto e bevo molto. Il sole alle 10,30 picchia sulla testa e si fa già sentire. Ma vado spedito. Fino al 25esimo tutto regolare. Bene le gambe e bene il cuore.
Poi iniziano le prime avvisaglie, qualcosa inizia a incepparsi: gambe leggermente pese, e inizio a durare fatica a tenere il passo. Lo tengo, ma a stento. E bevo come un alpino.
Siamo al 32esimo, arranco, i pacers coi palloncini delle 4 ore, che non avevo mai visto durante tutta la gara, prima mi affiancano e poi mi vanno via. E con loro se ne va pure la mia speranza di fare una prestazione migliore di Firenze. Non faccio in tempo a realizzare ciò, che le gambe, diventate via via un pò più rigide, vengono prese a morsi. Crampi. No i crampi, no! Sono leggeri, per ora, ma li sento, li riconosco, sono loro. Abbasso il ritmo della falcata, non per calcolo – perchè il cervello mi era andato in tilt – ma per necessità. Smetto di guardare l’ orologio. Mi concentro ad arrivare al 35esimo, perchè sono ad aspettarmi la Franci coi bambini e anche Marco ed Elena, due nostri amici. Li vedo tutti, in lontananza, alla fine di una salita, una delle tante. Li raggiungo, li bacio sorridente, ma dentro sono disperato. Loro mi incitano, sono venuti apposta per quello, e io sono in crisi totale. Non ho più gambe e la testa è andata a farsi fottere. Riparto e non so come fare: il cuore mi dice di correre, ma le gambe non vogliono saperne, sempre più dure, sempre più rigide; il cervello invece era andato. Vado avanti così, con questa dicotomia tra cuore e gambe, per altri due lunghissimi km. Un inferno. Corro sempre più piano, coi crampi sempre lì, alle calcagna, come cani rabbiosi, appena provo minimamente a cambiare passo. Mi ripeto di continuo che è ora di ritirarsi. Vedo gente che cammina, gente a terra coi paramedici chinati su di loro, ogni tanto un’ ambulanza. Il caldo ha fatto tante “vittime”.
Mi fermo, esausto, appoggiato a una transenna, con la testa china. Passano 10/20 secondi credo. Riallineo i pensieri, cosa che non avevo fatto fin qui, richiamo il cervello dall’Aventino dove si era ritirato. Facciamo una riunione io, la testa, il cuore e le gambe, e troviamo un accordo. Facciamola finita con questa storia del tempo, del record personale, tutte stronzate. L’ obiettivo ora è uno solo, finire la Maratona, siamo venuti qui per questo. Provo a fare un po’ di streatching e salto sù LETTERALMENTE dal dolore. Calma e gesso. LA sofferenza è opzionale, la sofferenza è opzionale, la sofferenza è opzionale… Riparto, CAMMINANDO. Piano piano. Poi ricomincio a correre, e appena riparte il dolore, mi rimetto a camminare. Andrò avanti così fino al 41esimo km, nel dolore, nella fatica, a volte piangendo. Ma ogni passo in più che facevo, ogni metro in meno che mettevo tra me e il traguardo cresceva la consapevolezza che ce l’ avrei fatta.
Gli ultimi 500 metri li faccio correndo, il cuore, l’ orgoglio, hanno voluto comunque avere l’ ultima parola, brutti stronzi.
Taglio il traguardo incredulo, esulto, a braccia basse, gonfiando i muscoli come Cristiano Ronaldo. Ce l’ ho fatta. In 4 ore e 21 minuti. 22 minuti più di quanto volessi, ma chi se ne frega.
La morale è che sono contento. Sono andato in crisi, sono stato male, fisicamente e di conseguenza mentalmente, ma sono andato oltre, ho superato tutto, contando solo sulle mie forze. E va molto bene così.
Enrico Paoli
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 10 aprile 2018






