Da tempo una domanda si pone. Ancor più con l’approssimarsi dei rinnovi dei consigli comunali e delle elezioni per i nuovi sindaci. Per bene amministrare i nostri paesi servono ancora i partiti?
Chiariamolo subito: ci sembra sbagliato e pericoloso negare alla radice l’importanza e la necessità dei partiti politici. Oggi, tutti, chi più chi meno, danno un pessimo spettacolo, tra personalismi esasperati, incapacità di obiettivi comuni, lontananza dai bisogni reali delle persone e della società. D’accordo, ne possiamo dire tutto il male possibile. Ma sono strumenti essenziali per il funzionamento della democrazia, luogo di mediazione degli interessi, ambito in cui definire programmi e progetti per il governo del Paese, strumento di controllo e di opposizione, e strumento di formazione e selezione della classe dirigente. Inveire contro i partiti può distendere i nervi, ma non basta. Occorrerebbe contribuire a renderli migliori.
Detto questo, l’ambito locale –lo diciamo come ipotesi sperimentale- potrebbe fare a meno dei partiti. Ma se a Palazzuolo, si fa per esemplificare, c’è un bravo sindaco, davvero è obbligatorio che debba essere “di parte” e debba fare la sua squadra di assessori e consiglieri scegliendo solo da una parte politica? Davvero a Firenzuola o a Scarperia ci si deve dividere e competere in base a schieramenti precostituiti? E a Borgo San Lorenzo una persona in gamba, che vuole dedicarsi al proprio comune, deve per forza essere targato pd? Forse, nelle nostre comunità locali, dovremmo imparare ad essere più flessibili, e ad abbattere qualche steccato. Difendere il proprio ospedale, formulare proposte per una migliore e più economica gestione dei servizi pubblici, o per la promozione del commercio, non è roba da destra o sinistra. Questo non significa che sulle questioni locali la si debba pensare allo stesso modo: ci sono idee e sensibilità diverse, e di questo occorre tener conto. Ma forse dovremmo smetterla, a livello locale, di pensare che solo i “nostri” sono bravi e degni di amministrare. Perché alla fine, a restringere la scelta sempre entro il solito, ristretto –sempre più ristretto- recinto di partito, non è detto che si peschino le carte migliori.
Andrebbe dunque ulteriormente ampliata l’idea che sta alla base delle liste civiche: una sorta di alleanza e di collaborazione fuori da schemi e schieramenti, che abbia come base un giudizio sulla situazione attuale, la necessità di introdurre elementi di miglioramento, la passione per il proprio paese, il confronto serio e concreto sulle cose da fare, sulle scelte da privilegiare. Ma senza chiedere all’altro se ha votato per Grillo o voterà per Renzi. Ha poco senso. L’importante è che sia bravo, impegnato, con il giusto spirito di servizio. In passato le ideologie erano più forti, nei consigli comunali si discuteva di guerra contro l’Iraq e i riferimenti alle posizioni politiche nazionali erano forti. Ora non più. Perché dunque rimanere dentro i recinti? Perché non cercare forme di collaborazione, di coinvolgimento e di partecipazione più ampie? A vantaggio di tutti. Perché far entrare idee e aria nuova non può che far bene.
Il filo


