
Don Maurizio Tagliaferri, pievano di Borgo San Lorenzo, oggi, giovedì 14 settembre, lascerà la parrocchia -alle 18 la Messa, poi un momento conviviale al Centro Giovanile- , a causa del suo trasferimento in una parrocchia fiorentina. Era arrivato a Borgo nel 2009. Sono stati otto anni significativi, e prima di partire gli abbiamo chiesto cosa prova alla vigilia della partenza.
Con quali sentimenti ti appresti al tuo cambio di parrocchia?
Sono sentimenti di ringraziamento: debbo esser grato al Signore per l’esperienza che mi ha fatto fare, per gli incontri che mi ha consentito di avere. Magari quando arrivi ti aspetti certi cose, poi ne fai altre, ma questo sta nelle cose, è normale. Sì, sono grato di questa esperienza, che sicuramente mi ha arricchito. E spero di aver dato qualcosa di positivo ai miei parrocchiani.
Cosa metti in valigia?
In valigia porto certamente la vicinanza e l’affetto di tante persone, il loro sostegno, quello che ho visto fare di bello a tante persone che si sono adoperate a favore della parrocchia e del Signore. L’attenzione e la dedizione, in tanti impegni, caritativi, pastorali, catechetici non è certo mancata.
Ci sono state anche amarezze?
Ci sono anche quelle, è inevitabile, ma credo si debbano incalanare in un atteggiamento comunque di gratitudine. Magari vi sono state alcune cose che avrei desiderato portare a compimento, e invece non ci sono riuscito. Penso alla questione dei lavori al Centro Giovanile, penso all’organo, penso al tetto della chiesa di Polcanto. E poi magari mi sarebbe piaciuto fare cose più significative con alcune categorie di parrocchiani, le famiglie, gli anziani. Del resto il prete non è qui per fare i lavori, ma per conoscere e incontrare le persone. E sicuramente le relazioni belle e significative non sono mancate.
Se il nuovo pievano ti chiederà un consiglio, cosa gli dirai?
Gli direi che per approcciare i borghigiani occorre un po’ di tempo. Vi è la necessità che la gente ti abbia un po’ conosciuto, prima di poer stabilire relazioni più profonde. Poi bisogna metta in conto che i borghigiani sono un po’ criticoni. Criticare sta nell’ordine delle cose, è cosa normale, ma qualcuno questa caratteristica ce l’ha troppo spiccata, e non nascondo che qualche critica mi ha ferito. A star dietro a tutte le critiche alla fine non si farebbe nulla, e questo non l’ho capito subito. Certe cose le avrei fatte prima e meglio andando a diritto subito, senza tener conto delle critiche.
Qualche esempio di critica un po’ ‘fastidiosa’?
Quelle sulla chiesa di Sagginale: abbiamo fatto una chiesa bella, soprattutto all’interno -la parte esterna a diversi non piace, io non sono di questo parere-. Ma comunque è venuta un’opera non di poco conto, tra le più significative realizzate in Italia negli ultimi anni, ma si critica lo stesso. Magari perché non si conoscono invece le brutture che ci sono in giro, come il “cubo” di Fuksas a Foligno. Uno si dà da fare, si impegna, e vede che poi ci sono due pesi e due misure.

Che rapporti ci sono stati con le istituzioni comunali?
I rapporti ci sono stati, com’è giusto e naturale che sia. E ci sono state iniziative che abbiamo condiviso, altre sulle quali siamo stati distanti. Per le prime penso alla recente scelta di venire incontro alle necessità delle famiglie, mettendo a disposizione i locali per il doposcuola; o alla collaborazione costante tra la Caritas parrocchiale e le assistenti sociali, per dare una mano in situazioni di difficoltà di persone e famiglie.
Su altre questioni, è ovvio che non abbiamo potuto condividere neppure un po’ la scelta e l’enfasi sulle unioni civili. Così come, nel 2010, quando il Comune di Borgo, per far cassa, scelse di interpretare in modo restrittivo e arbitrario la legge Bucalossi, ebbi da ridire, apertamente. Più di recente non ho capito, a proposito di TARI, come si sia potuto considerare agriturismo, residence e affittacamere un luogo come la canonica di Olmi, dove offriamo i servizi della Caritas. E non ci è piaciuto e non ci piace il regolamento per l’accesso ai contributi e ai servizi messi a disposizione dal comune al fine di fare feste, sagre e iniziative. Si è messo in difficoltà non solo noi, ma tutto il volontariato e l’associazionismo, dando più importanza alle procedure che alla sostanza e alla realizzazione di un evento.
Sul piano personale dico che sono rimasto sorpreso dal cambio di casacca da parte del sindaco: se mi presento e vengo eletto dai cittadini con una certa posizione, non posso poi cambiarla in corso s’opera.
Comunque sia sul piano istituzionale, complessivamente, i rapporti sono stati cordiali e di collaborazione.

Il trasferimento a Firenze, per molti, è stato un fulmine a ciel sereno: questo cambio repentino ha avuto ragioni particolari?
Don Maurizio è arrivato a Borgo nel 2009 e se ne va nel 2017: Don Giuliano arrivò a Vicchio nel 1991 e se ne va nel 2017. Don Francesco Chilleri è venuto a Scarperia nel 2012 e va via nel 2017, Don Luciano Marchetti arrivò nella sua parrocchia fiorentina nel 2015, e se ne parte nel 2017, per venire a Borgo. Non credo proprio che il mio possa essere considerato un cambiamento repentino!
Diciamo che nel pensiero dell’arcivescovo c’è un format che prevede più o meno tre trienni. Personalmente non mi aspettavo lo spostamento quest’anno, anche perché avevo avuto dall’Arcivescovo delle rassicurazioni circa un anno fa. Ma non mi sarei aspettato di rimanere tanto di più, un altro anno, forse due. Ma cambiare, non sentirsi inamovibili, è un bene per tutti: un bene per la parrocchia, un bene per il sacerdote.
Occorre poi ricordare che il Vescovo ha delle necessità, ha situazioni nelle parrocchie da risolvere; non mi ritengo né peggiore né migliore di altri, ma forse la parrocchia dove vado aveva bisogno di un parroco sicuramente più presente. Non si tratta né di una promozione né di una retrocessione, ma piuttosto di necessità e di opportunità legate alla situazione diocesana dei preti e delle parrocchie.
Per quanto mi riguarda sono abbastanza tranquillo: non ho chiesto di andare via, e prima che il vescovo mi dicesse la destinazione, io ho accettato senza riserve, gli ho detto “va bene, comunque Lei decida”. Prima ho accettato, poi mi ha detto dove dovevo andare.
Si diceva delle cose belle “borghigiane” da portare a Firenze…
Le cose belle che porto con me sono tante: la possibilità di avere vissuto insieme ad altri preti, faticoso ma positivo; l’aver vissuto in un contesto “familiare”: qui non siamo in città, qui esci, incontri e conosci tutti; la possibilità di aver vissuto tanti campi scuola, di aver conosciuto tanti ragazzi e animatori; e non dimentico anche gli eventi legati alla musica, di cose belle ne abbiamo proposte parecchie per il nostro paese; le gite con i parrocchiani, il pellegrinaggio in Terrasanta. Nel rimettere documenti e libri nelle scatole ho ritrovato ricordi che magari non avevo più presente; sì ci sono tante cose belle che mi porterò nel cuore.

© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 14 settembre 2017





