MUGELLO – Torneremo a vivere come prima, come se niente fosse stato, come quando si guarisce da una malattia passeggera se pur grave?
Ci riverseremo nelle strade per festeggiare abbracciandoci finalmente l’un l’altro; ci butteremo vestiti nelle fontane; saremo animati da una febbre del fare e del desiderare; da una rinnovata, spensierata, trascinante e contagiosa alacrità? Rimetteremo i nostri debiti aspettandoci che i nostri creditori facciano altrettanto? Attueremo i nostri migliori propositi, diventeremo più generosi, operosi, responsabili, altruisti?
Le scene di gioia popolare più intense e entusiasmanti che ci sia dato di ricordare non appartengono alla nostra personale memoria ma a quella dei nostri padri e nonni. Sono le scene della Liberazione e della fine della seconda guerra mondiale nell’aprile del 1945. Assisteremo ancora a una simile catarsi collettiva? Dopo la guerra, nonostante l’immensità dei lutti e delle distruzioni materiali e morali, ci fu effettivamente una rinascita e l’Italia, insieme all’Occidente, entrò in quel trentennio di pace e prosperità che ormai indichiamo come i greci antichi chiamavano il loro mitico passato: l’Età dell’Oro. Dopo la pandemia rinasceremo più forti e ottimisti? Insomma, che cosa ci aspetta, dopo?
Il “noi” è generico e augurale, s’intende. Intanto, dalle prigioni dorate in cui siamo costretti (le nostre case) colme di cibo, elettrodomestici, libri, computer, telefonini, ci scambiamo mesti messaggi di resilienza. Ci stiamo comportando bene. Osserviamo le regole e le code ai supermercati, ci laviamo le mani, teniamo le distanze. Abbiamo fiducia (anche questa è un fare, il più importante di tutti) che tutta questa ubbidienza serva a superare la crisi mentre i social mantengono i contatti tra gli amici, si rispolvera la cyclette dimenticata in garage, sperimentiamo nuove ricette, leggiamo qualche libro e facciamo piccole scoperte. Venerdì scorso, dopo una temeraria incursione dal mio giornalaio, ho constatato che la Settimana Enigmistica era andata esaurita il giorno precedente, lo stesso del suo arrivo. Nel supermercato dove faccio la spesa ogni tre giorni, nel pomeriggio scarseggiano le tavolette di cioccolato, il caffè liofilizzato e gli spinaci surgelati. Mi chiedo se siano problemi distributivi o stiano maturando nuovi orientamenti di consumo tra i clienti.
Sperimentiamo anche qualcosa di molto, molto più importante: la messa in parentesi dell’individualismo e della crescita economica. L’individualismo e la crescita economica sono gli imperativi della nostra civiltà attuale, i nostri valori centrali di riferimento. Il primo ci guida nel ritenere la soddisfazione dei nostri desideri (identificata con il consumo di merci) come la metà più ambita e il senso stesso della vita, il fine ultimo delle scelte private. La seconda, governa imperativamente le nostre decisioni pubbliche (è la condizione di possibilità della prima). Ma la difesa della nuda vita, la priorità del sopravvivere, del non contagiarsi (e del non contagiare) hanno ristrutturato le nostre priorità. L’economia si è (quasi) fermata, i vincoli sul debito sono stati derogati, i nostri piaceri individuali hanno subito un drastico ridimensionamento. Altre zone della nostra esperienza hanno riacquistato centralità. Nello spazio pubblico, il sistema sanitario si è rivelato a tutti, di colpo, come il più grande asset sociale di cui disponiamo. In quello privato, per scacciare la noia del troppo tempo libero, riprendono campo il gioco, la meditazione e la conversazione. Non solo. Nonostante il fatto di vivere isolati gli uni dagli altri, si direbbe che stiamo sperimentando una ripresa di spirito collettivo e di comunitarismo, virtù civili che la piena libertà di consumo, la ricerca del piacere individuale e le necessità dispotiche della crescita economica hanno messo in ombra.
Del resto, fa parte della comune saggezza popolare l’assunto che le difficoltà e i pericoli riposizionano il valore dei beni di cui disponiamo. Qualcosa che anche il credente Tolstoj e l’agnostico Heidegger dovevano aver presente quando indicavano nella morte, nel pensiero della propria morte (indeterminata solo rispetto al ‘quando’ e al ‘come’ e non al ‘se’), un momento di verità esistenziale e di “autenticità”.
E se Spinoza avrebbe replicato a entrambi che l’uomo saggio non pensa alla propria morte ma alla propria vita perché la vera saggezza consiste nel saper vivere quanto e più che nel saper morire, possiamo far tesoro delle due opposte posizioni con un facile compromesso: la convivenza con la pandemia ci dispone alla saggezza di un vivere che sappia (ri)dare il giusto valore alle cose.
Così, (anche senza i consigli di Spinoza o Heidegger) la pandemia favorisce bilanci, ripensamenti, ricollocazioni. Rovistiamo tra le vecchie fotografie, i diari, le lettere che ricevevamo un tempo; rispolveriamo libri. Può persino capitare per le mani la copia del primo libro de “Il Capitale” di Marx e può venir voglia di rileggere quella folgorante analisi del “carattere di feticcio della merce” che ne è il suo cuore insuperato. La società industriale moderna ha un che di “spettrale”, niente ci impedisce di fare certe cose (per esempio pensare di più agli altri, devolvere una parte cospicua del nostro reddito a favore dei poveri del mondo o rallentare il riscaldamento globale) ma non lo facciamo. E non solo perché siamo “cattivi” o “egoisti” (certo che lo siamo) ma perché il “meccanismo del mondo” funziona in un certo modo indipendente dalla volontà umana e non risponde ai nostri comandi. E perché mai l’uomo ha costruito qualcosa che non risponde alla sua volontà? Come e perché è potuto accadere? Duecento anni di “libero” mercato ci hanno abituati a ritenere la libertà individuale di consumo come la più preziosa delle libertà. E la libertà consistente nell’avere una maggiore libertà per tutti? Ci voleva la caduta in uno stato di emergenza (come questa pandemia) per mostrarci quanto saremmo in grado di fare se solo lo decidessimo, se solo fossimo veramente “liberi”. Questa pandemia non ci sta forse dimostrando che il dovere, le limitazioni e l’esercizio di un pensiero responsabile sono altrettanto parte della nostra “libertà” quanto il consumo di merci e la ricerca del piacere (alla quale, nessuno, beninteso, vuole rinunciare)? Non c’è, nelle limitazioni alle quali ci stiamo sottoponendo, l’esercizio di un grande potere umano? Non sentiamo come una rivincita sugli imperativi del “meccanismo sociale”? Insomma, potremmo cambiare il nostro mondo se lo volessimo?
Ok, può essere. E allora? Ma cosa succederà dopo?
Nessuno può leggere il futuro ma dubito che la gioia ‘esploderà’. Non sarà come quando la nazionale di calcio vince la finale della coppa Rimet. Non ci sarà un fischio finale. Questa pandemia non finirà di colpo, come fanno le guerre, con la resa del nemico. Il nemico arretrerà lentamente, rimarrà in agguato, lascerà cecchini appostati, mine vaganti, bombe inesplose, conflitti localizzati. Sarà una lenta fuoriuscita, un lento ritorno a una normalità ‘minacciata’.
Perché una cosa sembra che l’abbiamo capita. Nonostante la potenza della nostra ‘tecnica’, dei nostri apparati produttivi, nonostante il denaro che ci consente (qui in Occidente) lunghi periodi di agiata astinenza e prigionie dorate (durante le quali scrivere oziose riflessioni come queste), abbiamo capito che viviamo in un mondo fragile. Il “meccanismo mondiale” delle transazioni e degli scambi è rischioso e molto complicato da gestire a fronte della delicatezza di manovra richiesta dal mantenimento degli equilibri ecosanitari di un piccolo, piccolissimo pianeta. Tanto piccolo da essere messo sotto assedio da un invisibile microorganismo.
Ma l’avremo veramente capito?
Paolo Cocchi
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 26 Marzo 2020




2 commenti
Una bellissima astrazione per il nostro spirito in questo momento di “incertezza globale”. Si credo proprio che la prima precauzione da prendere in questo momento sia quella di preservare la nostra integrità mentale, appunto anche attraverso la ricerca dei nostri valori ideali.
Ciò non mi assolve però da più pragmatiche e preoccupanti riflessioni sul nostro quadro politico, organizzativo e sociale difronte alla pandemia.
Riflessione interessante e condivisibile. Il cambiamento sicuramente ci sarà, difficile prevedere se riusciremo a migliorare noi stessi e la società. Intanto è utile ragionare su quanto abbiamo normalmente e non sempre apprezziamo, banalmente la salute e la libertà, ma anche i rapporti con gli altri e i nostri progetti. Speriamo di poter presto riprendere la vita ‘normale’ ma un po’ più consapevoli.