
VICCHIO – I sacerdoti del Vicariato del Mugello, a turno, propongono una riflessione tratta dalle letture della Messa domenicale. Oggi è la volta di don Maurizio Pieri, parroco di Vicchio.
La Parola di Dio che ci viene donata questa domenica mette al centro ancora una volta, la modalità con cui Gesù ci invita a collaborare alla edificazione del Regno di Dio e a diventare suoi discepoli.
I modelli che la Sacra Scrittura ci offre sono queste due vedove che incontriamo nella prima lettura e nel vangelo.
La vedova rappresentava una delle categorie preferite dai testi sacri, per rappresentare i più poveri, le persone più fragili e ai margini della società, insieme agli orfani e ai forestieri.
Quindi il modello parte da immedesimarsi, in questa condizione di povertà e bisogno.
La prima vedova la incontriamo nel Ciclo di Elia, dal Primo Libro dei Re. Il profeta Elia è inviato ad Israele in contrasto al re Acab, che sta dimenticando l’Alleanza al Dio di Israele, e in particolare Elia si trova in forte contrasto con la moglie del re, Gezabele, che era di origine fenicia, quindi pagana, che vuole immettere il culto degli dei pagani in Israele. Elia fa esperienze di successi, ma anche di insuccessi, è stanco, e dopo aver annunciato la carestia, come punizione di Dio per l’infedeltà di Israele, si ritira, arreso, in solitudine, vuol farla finita. Si vuole lasciar morire, ma Dio ha progetti diversi su Elia, ha ancora bisogno di lui e manda i corvi a nutrirlo, questi portano pane e carne ad Elia, come era stato nutrito il popolo d’Israele nel deserto al tempo dell’Esodo. È quasi una ripartenza, un nuovo inizio, e Dio invita Elia a rivolgersi ad una vedova, nella città di Serepta. Elia riprenderà il suo cammino, affidandosi ad una donna povera, una donna che ormai è alla fine, non ha più niente, le rimane un pugnello di farina e un po’ di olio, per l’ultima focaccia, e poi lei e suo figlio moriranno. Elia chiede a lei da mangiare, si affida a lei, al suo cuore, ad una donna che sembra abbia perso tutte le speranze. E questa donna risponde affermativamente. Malgrado la grave povertà, accoglie e ospita il profeta. La donna apre il suo cuore al bisogno di Elia, si fida delle parole del profeta, riprende un bagliore di luce e di speranza. Ci troviamo di fronte al compito dell’accoglienza, un elemento fondamentale che la comunità cristiana, fin dall’inizio, ha sempre praticato. L’ospitalità, gradita a Dio, offre sempre una riconoscenza da parte di Dio, l’ospitalità genera speranza e vita. Una bellissima riflessione del teologo Danielou ci fa ricordare che l’ospitalità si contrappone alla guerra: “L’umanità ha compiuto un passo decisivo, e forse il passo decisivo, il giorno in cui lo straniero da nemico, è divenuto ospite”. Se accolgo un povero, l’altro mi considererà sempre un amico e avrà riconoscenza. La guerra nasce sempre da chi ti odia, da chi si sente rifiutato, non da chi ti offre ospitalità. L’ospitalità, in tutte le sue forme, contiene e mantiene la vita.
Questo mi fa riflettere molto sul nostro cammino di discepoli di Gesù e annunciatori del Vangelo: in questo nostro tempo storico, il cammino della Chiesa oggi credo debba ripartire proprio dal diventare come questa vedova, ospitare e farsi ospitare da Dio nella povertà. Farsi come questa umile vedova che accoglie Elia, ma anche essere disponibili noi a farsi ospitare dalla povertà dei nostri fratelli, dalla fragilità, dal dolore, dalle fatiche dell’umanità.
La seconda vedova che incontriamo è presentata nel Vangelo di Marco, è l’ultimo incontro che Gesù ha prima della sua Passione. Gesù è seduto davanti al tesoro del Tempio. I pellegrini e i fedeli gettavano nelle bocche delle casse del tesoro le loro offerte, Gesù osserva. Vede prima i capi religiosi, i ricchi, che gettano, donano grandi cifre, ma queste rappresentano il loro superfluo. Gesù non cerca e non vuole la quantità dell’offerta, non è interessato alla ricchezza, ma ricerca il dono di sé, la disponibilità del cuore umano a donarsi a Dio e ai fratelli. Comprende come questi personaggi sono piegati su se stessi, valorizzano l’esteriore, la ricchezza, la posizione sociale, il potere, e non il dono. Li accusa di essere ipocriti, fingono di fare le donazioni per Dio, ma invece lo fanno per farsi vedere, per ricevere elogi, complimenti, per distinguersi dagli altri, per apparire migliori. Sono guidati da orgoglio e superbia. Gesù contrappone a loro il gesto di una povera vedova, che getta nel tesoro, con la sua speranza e la sua fiducia, due spiccioli, che Marco valuta come essere “tutta la sua vita” , perché letteralmente questo è scritto nel Vangelo. Il dono totale è ciò che il Signore ci ha insegnato e ci chiede di compiere, fiduciosi che Dio gradisce e ricompensa. Addirittura Gesù insegna che anche un solo bicchiere d’acqua dato ad un povero che ha sete, sarà ricompensato. Fede significa fidarsi e affidarsi ad un Dio amore. È valorizzare il cuore e l’essere dell’uomo, che porta in sé l’immagine di Dio, non affidarsi ad altri idoli, non progettare la propria vita sul denaro e le ricchezze o sul potere, ma sulla fraternità e la comunione.
Allora credo che la strada della Chiesa sia da sempre illuminata, anche ai giorni nostri, dalla luce del Vangelo. Non saranno strategie, politiche, programmi, a far rinascere la fede ai nostri fratelli, ma saranno le nostre opere, i nostri piccoli, apparenti gesti insignificanti, ma portatori di grande amore, a far crescere la fiducia e la speranza in Dio.
Lasciarsi ospitare dalle situazioni difficili e di povertà e imparare a donarsi e spendersi totalmente per Gesù e per i fratelli è la strada maestra del Vangelo e della salvezza. Buona domenica.
Don Maurizio Pieri
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 10 Novembre 2024


