
MUGELLO – Ieri 9 maggio si è festeggiato l’Europa. Si è ricordato quel giorno del 1950 in cui il ministro degli Esteri francese Robert Schuman propose un piano di cooperazione economica per la creazione di una comunità europea, che come primo importante risultato avrebbe portato una pace nei territori del vecchio continente che dura ancora oggi dopo settant’anni. Fosse l’unico, già bastevole per dire “più Europa”. Emmanuel Macron ha scelto l’Inno alla Gioia al Louvre per il suo primo discorso da presidente, e non la Marsigliese preferita per la chiusura, come per ribadire “prima l’Eu e poi i nazionalismi”. Ma le genti delle nazioni che ne fanno parte, si sentono europei? Il vicesindaco di Scarperia e San Piero Francesco Bacci, per altro laureato in Scienze Politiche indirizzo Storico Politico con tesi di storia politica militare, ha inviato al Filo – che pubblichiamo di seguito – una sua breve analisi sull’Europa e sulla necessità della consapevolezza di sentirsi europei.

“Quando nacque l’Italia? Amministrativamente, nella sua unificazione del 1861, ma alcuni teorizzano che il momento in cui si comprese l’identità nazionale fu nel triste convissuto delle trincee della Prima Guerra Mondiale, nel 1915, quando il toscano incontrò l’abruzzese, il campano il milanese, il siciliano il veneto. Allora per la popolazione, che era principalmente contadina, l’occasione di un servizio militare comune fu il primo e unico modo, a meno di possibilità economiche e sociali, per far comprendere che l’Italia andava oltre la propria zona.
Per volere oggi ‘più Europa’ non dico che si debba ripristinare una leva obbligatoria europea, ma sicuramente uno dei temi che si dovrà affrontare per sentirsene parte sarà quello di trovare un’esperienza che amalgami, crei rapporti e contatti, permetta di condividere esperienze. Qualcosa che vada oltre il pur valido Erasmus che riguarda una parte limitata di studenti universitari. Occorrono meccanismi estesi a tutti, che permettano ai giovani europei di conoscersi e che non siano solamente internet o i social. Ripristinare una leva obbligatoria e un servizio civile europeo potrebbe essere o anche non essere la risposta per oggi, oppure solamente una personale provocazione, però una riflessione sul fare in modo che la popolazione di ogni stato membro si impegni per un tot di tempo della sua vita per l’Unione Europea, entrando in contatto con altre zone, andrebbe fatta. Anche attraverso il tema della Difesa comune. Intesa a 360°, quella che partecipa alle missioni di pace, che salva vite, che per esempio soccorre i migranti mettendo in campo uomini e mezzi appartenenti a tutte le nazioni europee, non solo in questo caso, all’Italia. Pensare ad una politica di Difesa comune era un argomento già trattato con la Ced (Comunità europea di Difesa) promossa da De Gasperi, affondata dalla Francia, che oggi però dovrebbe tornare ed essere discussa a tutti i livelli, dai più alti sia a quelli locali. Parlare di Difesa comune vuol dire inserire nel dibattito europeo un caposaldo storico e politico delle sovranità nazionali e un tassello importante nella piena costruzione dell’Europa.
A prescindere dalla Difesa, l’Europa è a un bivio storico, se non viene rilanciata con politiche che vanno oltre le questioni economiche e finanziarie, verso più che altro quelle di identità, rischia l’esplosione.
Parlando dal punto di vista economico, ad oggi l’Italia spende sopra l’1% del Pil nazionale in Difesa, la Francia supera il 2%. Con una ridistribuzione su tutta Europa, razionalizzando mezzi, uomini e soprattutto comandi, il costo globale sarebbe minore. In maniera vera si potrebbe affrontare il grande e importante tema del disarmo globale, diminuendo e razionalizzando le industrie belliche, che in una logica comunitaria sarebbero in eccesso.
E a livello geopolitico saremmo al pari delle altre grandi forze mondiali come Stati Uniti, Cina, Russia. Questo, affiancato da una diplomazia europea forte, porterebbe un riequilibrio e un contributo anche verso la pacificazione globale.
A livello di gestione delle problematiche interne ci sarebbe una maggiore sicurezza: tutta l’intelligence messa in comune e condivisa, garantirebbe una maglia molto più fitta che renderebbe molto meno agili terrorismi, attentati, violenze, crimini, senza dover ricorrere alla costruzione di muri. Basterebbe ricordarsi che nella storia tutti i muri costruiti dall’uomo che volevano fermare altri stati o determinati fenomeni come quelli dell’immigrazione, sono durati qualche anno, ma poi sono stati sempre bucati. Il vallo d’Adriano fu abbandonato, il muro di Berlino è caduto, i mongoli e i barbari asiatici non sono stati sempre fermati dalla Grande Muraglia cinese. I muri danno una sicurezza temporanea, ma quella reale e duratura è data dall’essere parte di un mondo che va al di là di Scarpiera e San Piero, dal Mugello, da Firenze, dalla Toscana, ma che fa parte di un’Europa-comunità che si conosce, si comprende e si riconosce, al cui interno vengono condivise e mantenute delle politiche insieme”.
Francesco Bacci
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 10 maggio 2016

