
BORGO SAN LORENZO – Matteo Stelloni, quasi un anno fa, era, insieme a Niccolò Lapi (articolo qui), a Katmandu, in Nepal, quando la zona fu colpita da un terribile terremoto. Tornati sani e salvi dal Nepal, ma portando nel cuore la tragedia della popolazione e di un paese distrutto, i due giovani borghigiani organizzarono un’iniziativa di solidarietà per raccogliere fondi per i terremotati. E presto, a un anno di distanza dal terremoto, che raggiunse il 7,8 della scala Richter, saranno di nuovo a Katmandu. Per riprendere la visita che avevano interrotto, ed anche per portare nuovi aiuti. Per questo, per sabato 9 aprile, hanno promosso a Borgo San Lorenzo un’altra cena di solidarietà, alla quale contribuiranno organizzativamente varie realtà borghigiane, dalla ProLoco al “Filo”, dal PD alla sezione soci Coop di Borgo.
L’evento si terrà nella sala del circolo PD borghigiano (g.c.) in via Sacco e Vanzetti, a cominciare dalle 20.00. Per prenotare chiamare Niccolò 3281761401 o Matteo 3496813421
Stelloni ha scritto per “Il Filo” un articolo. Dedicato al Nepal. Dedicato a quello che accade il 25 aprile di un anno fa. Dedicato a tutti coloro che, partecipando sabato alla cena, daranno un contributo concreto, di vicinanza e di solidarietà.
“6678”
di Matteo Stelloni
Le immagini, le fotografie, subiscono un processo di deterioramento chimico-fisico naturale.
Da prima sbiadiscono i colori, poi se ne vanno i contorni.
E’ la fotografia dei tuoi nonni, che si sposarono in un giorno d’estate di quasi un secolo fa.
Adesso che torni in quella che fu la loro casa, sul muro altro non resta che una cornice.
Non c’è il viso buono di tua nonna, le mani forti che la stringono; delle colline che incorniciavano la scena neanche un vago tratto.
Nel tragitto che ti riporta al tuo appartamento, pensi a quello che i tuoi occhi non hanno potuto vedere e per un attimo, ti dispiace.
Cammini sul vialetto in uno stato di inconsapevole alterazione, tanto che non realizzi neanche di aver messo la mano sulla maniglia della porta.
– Spagna, tragedia Erasmus: 13 vittime, 7 italiane.
Questa la prima frase che il televisore della cucina ti riserva.
Guardi lo schermo: le immagini sono vivide, ti incolli a meno di un metro dall’apparecchio e non riesci a distogliere la tua attenzione da tutti quei pezzi di lamiera, dai sorrisi nelle foto di quelle povere ragazze che una dopo l’altra vengono mostrate ed esibite in sequenza.
Ti assale una rabbia improvvisa, qualcosa di incontenibile:
“Perché tanto dolore?”
Non esiste risposta.
Le cose accadono e tu non puoi proprio farci niente, le cose accadono e non ci sono spiegazioni universali. Le cose accadono, accadono e basta.
Il ticchettio dei secondi del vecchio orologio sulla parete ti riporta alla realtà e realizzi che devi preparare la cena e metterti a letto ad un’ora decente: perché come si dice, la vita non aspetta.
Spegni la luce quando sarà più o meno mezzanotte.
Nel caldo del tuo letto, tenti invano di dormire.
Ti giri e ti rigiri, senza sosta. Lotti con le coperte e come in un mare di stoffa ti trovi presto alla deriva, senza neanche un lembo di pelle che sia vagamente coperto.
Quelle immagini ti tormentano, quelle domande si annodano alla gola senza far uscire una sillaba.
Resistenza: è la parola che più ti rimbalza nella testa, da uno spigolo all’altro diventa un proiettile e si conficca nel tuo petto sotto una forma diversa, sotto una definizione vicina, ma ancor più decisiva: ricordare.
Il ricordo vale più di una pellicola, vale più di un fotogramma e dell’incedere del tempo. Giorno dopo giorno quelle immagini si sbiadiranno, è successo ai tuoi nonni, succederà a loro.
Tu sai però di avere un fortino, una scatola di cartone come quando eri piccolo, in cui costruire un rifugio delle immagini, in cui allestire la tua personale mostra fotografica.
Ci metterai tutto quello che vuoi e nessuno potrà portartelo via: il buono e il poco buono, il bello ed il brutto.
Alle immagini potrai aggiungere le emozioni, alle emozioni potrai aggiungere le azioni, in una sorta di magia dalle infinite declinazioni e possibilità.
Capisci che se sei quel che sei un po’ lo devi anche a questo, alle parole ed ai pensieri che si celano dietro alle immagini. Le risposte, forse non ce le avrai mai, forse non esistono, ma potrai agire per far conoscere cosa c’è sotto le immagini, potrai condividere le tue esperienze per far sì che il tempo non uccida, che non sia affatto un nemico, ma solo un compagno silenzioso.
Finito il dolore, tutti ricorderanno quelle ragazze per quello che hanno condiviso con loro, per quello che la loro presenza ed il loro essere hanno lasciato dentro gli altri. I loro amici parleranno di quando quella sera si sono trovati a tornare a casa a piedi, i suoi genitori di come erano dolci o di come erano scontrose, i compagni di università di come erano tese prima dell’ultimo esame.
Tu dal canto tuo, potrai parlare di te, delle tue immagini, di quello che hai dentro per dare libero accesso alla tua galleria.

Potrai parlare della signora londinese che in preda al panico in piazza Dambar durante il terremoto in Nepal cercavi di rassicurare, di quelle bambine australiane che per lo spavento hanno vomitato anche l’anima, di quella ragazza svedese che piangeva e non smetteva mai e di te che avevi una paura che non riuscivi a respirare.
Di quel signore inglese che aveva una mappa mentale su come fuggire, del padre delle due bambine che voleva fuggiste fra la folla come proiettili.
Potrai dire di tutte quelle persone che hai lasciato lì, che ti hanno aiutato e non hanno chiesto niente in cambio.
Racconterai dei bambini che piangevano e le mamme che pregavano.
Dirai di quel signore che negli occhi aveva la fame e la paura.
Potrai dire dello sguardo dei ragazzini che giocavano come se niente fosse successo, delle persone che scavavano fra le macerie, della polvere che non ti faceva vedere niente, del boato che accompagnava le scosse e che ti uccideva le orecchie, delle cornacchie che volavano via.
Di come l’istinto ti ha fatto fare cose che neanche immaginavi, di come non parlavi per la paura.
Potrai sentirti fortunato perché non hai perso niente.
Dirai di mattoni, crepe, deserti istantanei, cavi penzoloni e puzza di gas.
Ti ricorderai ogni piccolo gesto, ogni gentilezza e ogni stretta di mano.
Proverai a far sì che chi legge tutto questo un po’ ti capisca o almeno che cerchi di farlo. Proverai a far sì che quello che è successo sia una partenza e non un arrivo, che sia la possibilità di fare qualcosa di buono.
Spererai che le prossime immagini che vedrai di quel paese possano essere immagini migliori.
Forse avrai fatto sì che realtà a 6678 chilometri di distanza adesso siano un po’ più vicine.
Matteo Stelloni
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – Marzo 2016





