Son tornati a casa. Dopo cinque giorni vissuti in mezzo a uno dei terremoti più distruttivi degli ultimi anni, in Nepal, Matteo Stelloni e Niccolò Lapi hanno riabbracciato le loro famiglie e i loro amici.
A Niccolò Lapi abbiamo fatto alcune domande.

Come vi sentite? Sfortunati, per quello che vi è successo, o per certi aspetti miracolati?
Per noi è stata un’esperienza che non auguro a nessuno, un terremoto è drammatico, ma un terremoto distruttivo come questo lo è molto di più. E ci si sente fortunati rispetto a tanti altri. Non so quanti morti ci sono stati in quella piazza dove eravamo, e nella quale abbiamo visto crollare il 40% degli edifici. Tanta gente è rimasta sotto le macerie di un tempio dal quale eravamo passati due minuti e mezzo prima. Abbiamo visto delle signore di Trento che si sono aggrappate alle colonne di un palazzo che crollava e fortunatamente hanno retto.
E poi siamo stati fortunati per l’albergo dove eravamo. Tanti hanno chiuso, mandavano via i turisti, per paura di crolli. La nostra “guest house” è rimasta aperta, sapevano dove trovare cibo e acqua –per cinque giorni abbiamo mangiato riso e verdura, ma abbiamo mangiato. E abbiamo potuto dormire, per tre notti, nel giardino dell’albergo, mentre tanti altri erano nei campi da cricket, senza acqua e senza bagni.
Scossa a parte, qual è stato il momento più duro?
Quando ti vedi crollar davanti un palazzo ti tremano le gambe, ma il momento più duro, per me è stato quando siamo usciti dalla piazza. Allora mi sono reso conto di quello che stava succedendo. Il mio amico Matteo invece è entrato in crisi due giorni dopo, quando c’è stata un’altra scossa molto forte, 6,7 gradi. Erano sedici ore che non sentivamento scosse, pensavamo non ci fossero più problemi, stavamo facendo progetti, e invece… Matteo è stato in silenzio per otto ore….
Cosa vi ha colpito di più della gente?
E’ un popolo che con noi si è comportato benissimo. Venendo via ci siamo incontrati e confrontati con una trentina di Italiani: molti lo dicevano, c’era gente nepalese con la casa distrutta ma che come prima preoccupazione aveva avuto quella di portarti in salvo. E anche in piazza Durbar, al momento del terremoto, hanno reagito benissimo. Eravamo duemila, sommersi dalla polvere, c’era chi piangeva e gridava, chi pregava, e pensavo “Se parte il panico, qualcuno resta calpestato”. Ma nessuno spingeva, ti facevano posto per stare a sedere. E quando siamo venuti via dalla piazza il nostro autista era ad aspettarci ancora nel posto dove avevamo fissato, dopo un’ora e mezzo.
E i soccorsi?
Lo hanno raccontato i giornali. I servizi non sono stati eccezionali. Immediati sì, ma un po’ arruffati, e in alc une zone forse poco efficaci. E c’erano gruppi che autonomamente facevano raccolta di medicinali, vestiti, da portare anche nei villaggi.
Il nostro Ministero degli Esteri?
Che dobbiamo dire? Alla fine ci hanno riportato a casa, ed è quello che conta. E’ vero, alcuni Paesi hanno dimostrato un’efficienza migliore della nostra, siamo stati due giorni confinati in albergo, ma certo la situazione non era facile.

Cosa hai ancora negli occhi?
La piazza con quella polvere, quella gente impaurita, e quella bambina che ha vomitato tutto, immagini di panico puro. E sono stato a fare un giro in Durbar square e vedi la gente accampata, che cucina in strada, sotto coperture di fortuna, di plastica, e bambine che stavano bruciando le travi dei palazzi. Nella tendopoli non ci siamo stati. Il centro è stato stato disabitato per tre giorni, la popolazione era tutta evacuata, scappavano con carretti e borse di plastica per uscire dalla città. Questo ho negli occhi. E nel naso, per due giorni, ho avuto la polvere respirata dopo il crollo dell’antica piazza.
Per il prossimo viaggio controllerete se è zona sismica?
Come?? Noi l’anno prossimo, nello stesso periodo saremo là, non molliamo. Perché dovremmo avere paura? E’ un evento che può succedere ovunque. Lì non accadeva da ottant’anni. E non è che la gente non va a Messina perché un secolo fa c’è stato un terremoto. Sono eventi che possono capitare. Il sogno rimane, e così l’anno prossimo abbiamo già dato appuntamento all’hotel. Del resto quella del Nepal è una popolazione che vive di turismo. Già perdere questa stagione primaverile del trekking per loro sarà molto dura. Se non va più nessuno li metti ancor più in crisi”.
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – Aprile 2015






