MUGELLO – Si muore nel silenzio sovrano, in perfetta solitudine, nel deserto di sentimenti , di abbracci, di pianti. Radici strappate, divelte dal Covid, come in un gulag. La febbre, il tampone, il ricovero, il bocchettone d’ossigeno poi, troppo spesso, l’addio alla vita. Da soli. Un telefono che squilla nella casa dove hai vissuto, quando va bene un video col cellulare, ed è tutto quel che ti resta di una vita intera.Il protocollo, ti dicono. Evidenti ragioni di sicurezza per contenere la diffusione dei focolai vietano il saluto più estremo. Non basta. Meglio non vedere quel corpo tumefatto, gonfio, il volto irriconoscibile di chi si è profondamente amato, anche questo ti dicono. Già, tutto vero, tuttavia.
Sta a me, solo a me, decidere cosa voglia ricordare di un amore, di un affetto, di un’amicizia, se negli occhi della memoria voglio conservare l’immagine di quand’era piccolo, di quando si è laureata, di quando ha partorito il primo figlio, oppure di quando si è vestito da Arlecchino per un carnevale. Se non me la sento, se voglio conservare il ricordo della bellezza, della salute, non vado. Ma devo avere l’opportunità di decidere.
E poi c’è il canone medico-amministrativo: vietato entrare in ospedale per un saluto a un parente che sta morendo di Covid. Motivo: tutela della salute.
Ora che conosciamo meglio il virus, ora che gli ospedali sono dotati di protezioni adeguate, si faccia entrare almeno una persona nella stanza dov’è ricoverato un parente. Vestita con gli stessi indumenti del medico, dopo aver fatto il tampone, anche solo per un momento. Seppur da astronauti di faccia a un padre, a una madre morente.
Non c’è ragione per non umanizzare la morte. Non coi mezzi che la scienza medica oggi ti offre.
Si rediga allora un nuovo protocollo che cancelli una crudeltà inaudita e un trauma quanto mai doloroso.
Un’ultima volta.
Riccardo Nencini




