MUGELLO – Giovanni Berti, 27enne di San Piero a Sieve ha iniziato il suo anno di “Servizio civile universale” nella Repubblica Dominicana, un’esperienza particolare che sta raccontando nel suo diario online sul Filo. Ecco il suo nuovo resoconto settimanale.
La mia prima raccolta delle olive è stata nel novembre del 2020. Ricordo le giornate frizzanti, l’odore dei teli e che, occasionalmente, ero costretto a abbandonare gli alberi per frequentare le lezioni online del mio ultimo anno di triennale. Il martedì mi toccavano due ore di Pedagogia Sociale. Mi collegavo malvolentieri, fra le due e le quattro, pensando agli amici che lasciavo nei campi e al pomeriggio terso che chiudevo fuori dalla camera per ritrovarlo che imbruniva qualche ora dopo. È così che un martedì di novembre ho sentito parlare per la prima volta di Janusz Korczak, il pedagogista dell’orfanotrofio del ghetto ebraico di Varsavia. La sua storia è incredibile, vale la pena sapere come va a finire. Il giorno in cui arrivarono i nazisti per prendersi gli orfani, Janusz rifiutò l’offerta di separarsi da loro e scelse di condividere il loro destino. Fece indossare ad ognuno gli abiti migliori e li dispose in una fila ordinata, prima di apostrofare i militari: “Fate smettere di abbaiare i cani, mi spaventano i bambini”. Questa ultima frase mi aveva fatto piangere come un disperato davanti allo schermo, ritardando di una buona mezz’ora il mio ritorno alle olive. Una delle tesi centrali del pensiero di Korczak è il diritto del bambino alla morte, vale a dire il diritto a vivere la vita pienamente, accettandone i rischi e la prospettiva della finitudine, evitando la tentazione di un’eccessiva protezione adulta. Se un bambino vuole e può salire su un albero, deve poterlo fare. Può cadere, ma si può considerare piena la vita di un bambino a cui viene impedito di salire su un albero? Si può considerare integrale il suo sviluppo?
Le suore salesiane sono abbastanza radicali nel rispetto di questa idea.
Ogni anno, dal terzo al sesto anno di secondaria, agli studenti delle scuole salesiane è proposta una convivenza di tre giorni nel bellissimo centro educativo Pilar Quemado, circondato dalle splendide montagne di Jarabacoa. Ogni convivenza ruota attorno a un’esperienza: attraversare un fiume tenendosi a una fune, scalare una montagna, raggiungere un luogo perfetto per veder sorgere il sole e aspettare lì l’alba. Gli studenti partecipanti sono sempre oltre i quattrocento.
La scorsa settimana, in occasione della convivenza della quarta superiore, siamo saliti in cima al Mogote. Date le restrizioni imposte dal governo dopo che, qualche mese fa, una bambina è affogata durante una gita scolastica, gli studenti sono stati divisi in due turni da poco più di duecento partecipanti. In queste occasioni, lavoro come membro del team di logistica, un lavoro oscuro di cui sto scoprendo il valore noioso, fatto di fogli distribuiti nei gruppi di riflessione, matite contate, cartelloni affissi alle pareti e spazi decorati. Per lunghe ore il mio contatto coi ragazzi è quasi nullo: sono gli stessi professori che guidano i vari gruppi nelle attività e, sfortunatamente, la mia scuola si interrompe al secondo anno della secondaria.
Questa volta però è diverso. Sor Yaskalia, la giovanissima responsabile delle convivenze e delle attività della Pastorale Giovanile, mi ha detto che i professori che hanno dato la disponibilità per salire sul monte sono pochi e mi ha chiesto di accompagnare un gruppo di venti ragazzi. Ho accettato con entusiasmo: camminare in montagna mi manca poco più della pasta e poco meno dei ravioli. Mi sento tranquillo: sono abituato a queste esperienze. Alla riunione della sera, però, iniziano i primi dubbi.
Sor Yaskalia, minuscola e super carismatica, spiega con voce tranquilla alcuni dei dettagli: tre persone faranno da apripista, ispezionando la fattibilità del cammino: sono giorni che piove e non sappiamo le condizioni del sentiero. Saliremo, quindi, in dieci gruppi di venti, ogni gruppo partirà dieci minuti dopo il precedente, in modo da poter raccogliere il maggior numero possibile di studenti in difficoltà senza frenare tutto il gruppo. Infine, verrà lei con altre tre persone (fra cui Priscilla), ultimi a salire e ultimi a scendere. Chiede inoltre a coloro che non saliranno di accompagnarci comunque per un pezzo in modo da poter, eventualmente, tornare indietro coi rinunciatari. È a questo punto che scopro che lo scorso anno una ragazza si è rotta il ginocchio durante la discesa e per un’altra, che continuava a svenire, è stato necessario contattare il soccorso e trasportarla in spalla per un lungo pezzo dato che la maggior parte del cammino è dentro a un bosco. Fino a qualche anno fa avrei affrontato il tutto con grande leggerezza, non so se sia che sto definitivamente diventando grande o il peso della responsabilità o se diventare grande significa avvertire la responsabilità come un peso, fatto sta che vado a letto con un piccolo sasso nello stomaco.
La sveglia è alle sei. Dopo la preghiera, vengono distribuiti due panini a testa e bicchieri di cioccolata calda con uno strano retrogusto di cannella. Scopro che il tempo stimato è di circa dieci ore. Entro le otto, tutti i gruppi devono essere in cammino per evitare che, come lo scorso anno, gli ultimi vengano sorpresi dalla notte nel bosco. Capisco che i due panini sono tutte le nostre risorse e decido di rimandare la colazione a metà mattinata. Verso le sette io e il mio gruppo veniamo caricati su una specie di scuolabus versione safari che ci porta ai piedi del monte. Sento i ragazzi scherzare fra loro: “Come viaggiano gli haitiani”. Tutti ridono, mentre tremano per l’aria fredda. Metà di loro hanno le braccia scoperte, nessuno ha un paio di scarpe adatto alla montagna. “Almeno nessuno è venuto in crocs”, penso.
Dagli anni di studio della mitologia greca alle superiori porto avanti una tesi: se Dedalo non fosse volato davanti a Icaro ma dietro, avrebbe potuto impedire la tragedia della morte del figlio. Spedisco dunque in testa un ragazzo atletico coi pantaloni militari e mi posiziono in fondo al gruppo. Pronti… via: iniziano i primi rovinosi scivoloni. I ragazzi però sono meravigliosi nell’organizzarsi rapidamente per superare il primo tratto, abbastanza scosceso e pieno di fango. Quasi immediatamente, però, una ragazza si attarda, ha un colore verdognolo e mi chiede ogni trenta secondi di fare una pausa. Perdiamo poco a poco il grosso del gruppo, fino a quando lei non si accascia e inizia a vomitare.
Il protocollo concordato la sera prima prevederebbe di lasciarla seduta tranquilla in attesa del gruppo successivo. Ovviamente decido di fermarmi con lei e affido alla Provvidenza il resto del gruppo. Appena si riprende, scopro che stamattina si è fasciata la pancia con una stretta fascia contenitiva. Veniamo raggiunti dal gruppo successivo che però procede spedito. Alla fine veniamo raccolti dalla “rete” a cui, per fortuna, si è aggiunta una volontaria già desiderosa di tornare indietro. È lei a farsi carico della ragazza. Mi metto in marcia e in una buona mezz’ora riesco a raggiungere il mio gruppo. La salita prosegue fra molte lamentele, gatorade condivisi e pezzi di cioccolata regalati ai compagni. In poco più di quattro ore e mezzo, siamo sulla vetta. Una nebbia fitta impedisce di godere del panorama ma la nostra gioia è comunque tanta e celebriamo con grandi abbracci a strette di mano. Mi rendo conto di non aver ancora mangiato, ma mi sento in forma come non mai. Mentre addento il primo panino rifletto su questo fatto: fossi salito da solo non avrei mai ritardato così tanto la colazione (è quasi mezzogiorno e camminiamo da circa cinque ore): quello che succede alle mie priorità quando sto attento a prendermi davvero cura degli altri è meraviglioso: è come se tutto ciò che mi angustia e riempie si rimpicciolissero e, all’improvviso, niente mancasse. Osservo i ragazzi che dividono i panini e regalano i succhi e so che anche loro stanno sperimentando la gioia della logica del dono che spinge a dare “prima il superfluo, poi l’essenziale, poi tutto” senza sentirsi mai vuoti.
Poco prima della ripartenza, un forte vento ci concede qualche minuto di contemplazione del panorama. La corrente che spazza la nebbia, però, è la stessa che trasporta grandi nuvoli. Abbiamo appena iniziato a scendere quando iniziano a cadere grosse gocce. Non smetterà più. Le faticose salite dell’andata diventano scivoli su cui è quasi impossibile stare in piedi, formiamo catene di mani per sostenerci, il fango è ovunque e sembra ribollire, copre le scarpe fino alle caviglie. Una ragazza perde una scarpa in una pozza densa e non riusciamo più a trovarla: arriverà a valle camminando con un piede scalzo. La prima ora passa nel divertimento generale, ridiamo degli scivoloni e scherziamo guardando i nostri corpi coperti di fango. Le successive quattro, invece, sono piuttosto pesanti. Gli abiti zuppi e pesanti ci gelano le ossa, cadere smette di essere un piacere e, nei tratti in cui non è pericoloso, è comunque frustrante. Qualcuno inizia a piangere ma non esiste alternativa che non sia proseguire. Avverto nella paura, nella fatica e nell’esasperazione dei miei ragazzi tutto il coraggio della scommessa di chi ha proposto questa sfida. La divisione in gruppi si scioglie: chi è in grado accelera il passo con il gruppo di testa mentre, assieme alla “rete” e a una ventina di ragazze particolarmente lente e provate, formiamo una carovana di chiusura. A una prima fase di silenzio, segue quella simpatica e delirante fase di vagheggiamenti, risate isteriche e piagnistei che sempre accompagna questo tipo di stanchezza. Una ragazza mi si aggrappa alla mano come a una scialuppa: ha delle vertigini inspiegabili, le tremano le gambe anche quando il sentiero è in piano. L’unica che continua a brillare è sor Yaskalia, cammina come una ragazzina, ride come una matta, scherza, incoraggia e prende in giro con delicatezza. Il viaggio accanto a lei è più leggero. Quando finalmente arriviamo, dopo cinque ore di discesa, il camion-safari che ci aspetta assomiglia a un miraggio. La bottiglietta di coca-cola e i biscotti che ci offrono una volta sistemati sono la manna dal cielo. Una volta seduto, inizio a capire quanto ho freddo: tanto che quando arrivo a Pilar Quemado e, all’aperto, inizio a ripulirmi dal fango con la canna dell’acqua, mi sembra di star facendo una piacevolissima doccia tiepida.
Dopo esserci ripuliti e asciugati, prima di cena, ci abbracciamo come dei sopravvissuti. Dieci ore di cammino ci hanno unito più di settimane di aula. Mangiamo con gioia animale e il tè caldo della buonanotte è una felicità che davvero non riesco a spiegare. Alle dieci tutti stanno dormendo, mi verso un’altra tazza nel silenzio del Centro e penso alla magia di questa giornata. La magia che stasera ha reso il cibo più saporito, il tè più dolce, i conoscenti più amici, gli amici più fratelli, il materasso più comodo e il silenzio più complice e pieno di memorie. Ringrazio silenziosamente chi riconosce il valore e ha ancora il coraggio di portare 200 adolescenti in vetta a una montagna, accettandone rischi e responsabilità. Sento che facciamo parte della stessa tribù.
La mattina dopo, sor Yaskalia zoppica come una nonna, la guardo divertito mentre prepariamo l’altare per la messa. “Eppure ieri sembravi la più giovane di tutti”, le dico con tutto l’amore di cui sono capace. “Lo so, Ioba”, mi risponde, con questa buffa maniera di pronunciare il mio nome, “ma ieri tutta quella energia non ero io”.
Giovanni Berti
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 23 marzo 2026





