BORGO SAN LORENZO – Una certezza da coltivare. Uno stile da assumere. Una virtù da rinverdire. Ecco i tre punti di questa omelia di fine anno, del pievano borghigiano Don Luciano Marchetti. Una riflessione molto bella e ricchissima di spunti. Per tutti.
La certezza da coltivare ce la regala la bellissima Prima Lettura, tratta dal Libro dei Numeri: “Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”. La certezza che in questa ultima sera dell’anno ci è consegnata è che Dio camminerà con te, con me, con ciascuno di noi; ci sarà vicino; sarà il tuo, il mio compagno di viaggio nel 2020. Qualcuno traduce in maniera ancora più bella, secondo me, questo “Faccia risplendere per te il suo volto”; traduce così: “Il Signore faccia brillare il suo volto su di te”.
Un volto che brilla è come gli occhi di certi bambini, di certe persone, che brillano. E’ uno spettacolo. Quando uno ha un volto che brilla, apre all’accoglienza, favorisce l’incontro, crea benevolenza. Se uno ha sempre un volto da Venerdì Santo, da Quaresima, non è che uno proprio si avvicina con facilità. Se uno, invece, sorride, ha un volto, appunto, brillante, che comunica qualcosa, che dice che ha qualcosa dentro, è più facile avvicinarsi. Ecco, stasera il Signore ci dice: “Guarda, anche per quest’anno, il mio volto è brillante; è per te; è un volto di benevolenza; ti voglio bene, cammino con te”. E questa certezza è declinata proprio con il tu: “Ti benedica il Signore… Ti protegga… Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio”. Cioè dice che il Signore Dio è la tua forza, è qualcuno che entra dentro di te, che vuole camminare con te; è una presenza, è un compagno di viaggio.
Il protagonista del romanzo di Bernanos, Diario in un curato di campagna, appunto un curato di campagna, scopre un medico per caso in un momento in cui si sta drogando, praticandosi un’iniezione di morfina. Il medico si giustifica dicendo: “In fondo io chiedo alla morfina quello che voi preti chiedete alla preghiera: l’oblio”. Il curato risponde: “Scusate, alla preghiera io non domando l’oblio ma la forza”. Siamo qui stasera per chiedere al Signore la forza per affrontare il nuovo anno perché vogliamo che Lui cammini con noi. E siamo certi che Lui è con noi perché il Natale ci ha fatto capire che il finito è mescolato coll’Infinito; che Dio si è fatto uomo ed è venuto ad abitare in mezzo a noi. E questa certezza della presenza di Dio nella mia vita, nella tua vita, è ribadita anche nel Vangelo attraverso il nome di Gesù: “Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù”. Il nome Gesù vuol dire Dio ti salva, Dio è il Salvatore, Lui è qui per la tua salvezza. E, quindi, proprio nel bambino Gesù del Natale e nell’uomo Gesù della Pasqua noi capiamo che Dio è totalmente e sempre da una parte precisa, dalla nostra parte.
Non è che Lui ci manda il male. Il male c’è. La vita è lotta tra il bene e il male, lo vediamo tutti i giorni, ma Lui non è di là, non ci manda il male, non ci manda il tumore, non ci manda la guerra, non ci manda le disgrazie. E’ un’idea sbagliata di Dio questa. Dio è con noi, è dentro di noi nella vita, qualunque cosa ci capiti e ci capitasse quest’anno.
Allora, come si fa a cominciare bene il 2020? Qual è il segreto per stare a galla quest’anno che sta per iniziare? E’ Dio, è la fede; è sapersi dentro una grande benedizione. Noi siamo dentro una grande benedizione. E’ fondamentale questa certezza di un Dio vicino, che cammina con noi, che ha premura per la nostra vita. E’ fondamentale sapere che noi siamo sotto lo sguardo di Dio, che è uno sguardo benevolo, di un Dio che si interessa di noi, che ci perdona, che, quando sbagliamo, Lui ci aspetta perché ci ama ancora, il suo amore è più forte, più tenace dei nostri smarrimenti e delle nostre infedeltà. E, poi, c’è la salvezza dalla morte. L’abbiamo dimenticato. Molte volte pensiamo di essere immortali noi, ma c’è la salvezza dalla morte. La certezza che la morte non sia il vuoto, non sia il nulla ma che la morte sia un passaggio, una porta e si entri nel cuore di Dio. Non è una cosa piccola anche se troppo spesso lo dimentichiamo. Questo era il primo punto: coltivare questa certezza che siamo dentro una grande benedizione, che Dio cammina con noi, che Dio è dentro di noi; questa certezza, se la coltiviamo giorno dopo giorno, può essere, se vogliamo, la nostra forza, il nostro segreto.
Secondo punto. Uno stile da assumere: lo stile è quello di Gesù.
Il nostro Dio può dire: “Io sono qui per te, con te”, anche attraverso ciascuno di noi. Noi possiamo far sentire la presenza, la tenerezza, la vicinanza di Dio alle altre persone con la nostra presenza, la nostra tenerezza, la nostra vicinanza. Dobbiamo avere lo stesso stile di Gesù verso tutti vincendo l’indifferenza. Oggi siamo bene informati, ascoltiamo la radio, leggiamo i giornali, assistiamo a programmi televisivi, ma lo si fa in maniera tiepida, quasi in una condizione di assuefazione. Oggi si conoscono i drammi che affliggono l’umanità ma non ci sentiamo coinvolti, non viviamo la compassione. Questo è l’atteggiamento di chi sa ma tiene lo sguardo, il pensiero e l’azione rivolti a sé, guardando sempre se stesso. Dobbiamo passare dall’indifferenza alla misericordia.
Dobbiamo scegliere ora che siamo di fronte ad un nuovo anno. Un eremita venne interrogato dal giovane discepolo sul perché l’umanità riesca ad essere in alcuni casi tanto perversa ed in altri tanto buona e generosa. Ce lo chiediamo anche noi. C’è gente feroce, ci sono certe barbarie che fanno paura e gesti di gratuità e di generosità che ci fanno impazzire. “Abitano in noi”, rispose l’eremita, “due bestie affamate: una feroce e l’altra mansueta”. Domandò il discepolo: “Quale delle due prevarrà in me?”. Rispose l’eremita: “Quella che più da te verrà nutrita”. C’è un anno davanti a noi, abbiamo queste due bestie affamate – immagine potente che ci resta in mente – dipende da noi, da che cibo diamo a queste due bestie. E, allora, forse val la pena ricapire ciò che sempre dico riguardo alla carità e, cioè, che occorre con il cuore salire un po’ di più all’altezza degli occhi e vedere cogli occhi del cuore; occorre vedere la vita cogli occhi del cuore come ci mostra continuamente il Papa.
Ultima riflessione. Una virtù da rinverdire: la speranza.
Secondo me è più difficile sperare che credere. Quando parlo con le persone, in questi ultimi anni in modo particolare, mi sento dire: “Sì, prego… Credo in Dio, magari non nei preti”. Uno viene fuori con queste frasi in cui dice: “Io credo”. Però sperare è più difficile. Forse occorre superare una prospettiva sbagliata che ci è propinata tutti i giorni: la prospettiva dell’albero che cade. Mi spiego. C’è un detto famosissimo: “Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce”.
Ecco, secondo me, siamo abituati alle notizie negative e ci dimentichiamo, invece, che la foresta cresce; il mondo di oggi è una meraviglia, ci sono cose bellissime, ci siete voi, la gente normale che fa una vita normale, che vuol bene alla sua famiglia, che lavora, che sa perdonare, che sa aiutare ma noi guardiamo sempre all’albero che cade, mai al bene che c’è nel mondo. Dobbiamo non essere schiavi di questa mentalità che vede solo il male. Dobbiamo imparare a cantare un Te Deum ogni giorno. Nel suo libro “I segreti della luce“, il cantautore Francesco Lorenzi scrive: “Prima di dormire ripensa alla tua giornata, a tutto, da quando ti sei alzato a quest’istante, riguardala e stila un piccolo podio personale, una top tre di quello che hai vissuto oggi. Può sembrare banale ma fare l’elenco del bello che c’è in noi e per noi non è un invito ad accontentarci ma una possibilità in più di essere contenti di ciò che già abbiamo. E vi assicuro che farete fatica a scegliere solo tre cose da mettere sul podio”.
Noi siamo dentro, come dicevo all’inizio, a questa grande benedizione. Noi siamo dentro questo mondo di Dio e sappiamo che nel mondo c’è più bene che male, solo che continuamente ci fanno vedere soltanto il male. Parlavo con una persona molto anziana per fargli gli auguri e mi diceva: “Mi dispiace andarmene da questo mondo. E’ un mondo così bello!”. Abbracciamo il futuro con speranza.
Conclusione.
Entriamo nel 2020 come inguaribili sognatori. Il poeta Nazim Hikmet l’ha detto in maniera molto bella: “Il più bello dei nostri mari è quello che non navigammo. I più belli dei nostri giorni non li abbiamo ancora vissuti. E quello che vorrei dirti di più bello non te l’ho ancora detto”. Questa voglia di cominciare l’anno con parole nuove, con gesti nuovi, guardando le persone con occhi nuovi, con lo sguardo veramente di benedizione verso gli altri. E, poi, l’impegno ad avere alla fine del 2020 una ruga in più sulla fronte – ci capiterà inevitabilmente – ma una ruga in meno sul cuore. Questa è la grande battaglia da fare. Diventeremo più vecchi però una ruga in meno sul cuore.
Diceva Martin Luther King: “Anche se sapessi che il mondo finisse domani, oggi pianterei lo stesso nel mio giardino un albero di mele”. Questo per dire com’è importante l’oggi. Ieri non c’è più, domani non c’è ancora, c’è l’oggi. Viviamo il quotidiano con gioia. Viviamo il presente con passione.
Domattina alziamoci con gioia sapendo che Dio si alzerà prima di noi e che la nostra vita è dentro questa grande benedizione, benevola e misericordiosa, di Dio, un Dio dalle grandi braccia e dal cuore di luce.
Buon anno dal cuore.
Don Luciano Marchetti
Pievano di Borgo San Lorenzo


