MUGELLO – Festeggiamo il primo maggio con una riflessione che prendiamo dall’editoriale di “Avvenire” di oggi, firmato dall’economista Luigino Bruni.
…Abbiamo, tutti insieme, capito meglio la profezia dell’Articolo 1 della nostra Costituzione. Ci siamo accorti tutti che siamo davvero fondati sul lavoro.
Stando fermi, quando ogni tanto ci affacciavamo dalle finestre abbiamo visto e rivisto il lavoro e i lavoratori. Ci siamo accorti che non saremmo sopravvissuti dentro casa senza camionisti, spazzini, manutentori delle linee elettriche, vigili urbani. I nostri malati li hanno curati, insieme a medici e infermieri e operatori sociosanitari, anche centinaia di migliaia di operai, trasportatori, commesse, scaricatori di porto, idraulici. E finalmente l’intelligenza delle mani ha avuto la stessa dignità dell’intelligenza intellettuale.
Non mi era mai successo di ringraziare un corriere con l’intensità e la sincerità con cui l’ho ringraziato ieri: in quella mano che mi stendeva il pacco c’era un valore e una sacralità che non avevo mai visto prima, e non mi è parsa meno solenne di quella che mi porgeva, mesi fa, la comunione in chiesa. Quei valori e quella sacralità c’erano anche prima, ma non l’avevo mai viste così.
Ci voleva tutto il dolore dei Golgota di questi mesi perché si ‘squarciasse il velo’ che ci impediva di vedere e capire cosa fosse veramente il lavoro. Avevamo letto in molti documenti della Chiesa e nelle opere di filosofi che il lavoro è servizio, che il lavoro è contributo essenziale al Bene comune; avevamo imparato a memoria l’articolo 4 della Costituzione: “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, una attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.
Eppure ci voleva questo dolore per capire che, grazie al lavoro, il progresso materiale e quello spirituale possono essere la stessa cosa.
Quando la pandemia ha svelato il lavoro, siamo riusciti a vedere il lavoro nella sua essenza, quando è stato denudato di tutte le altre dimensioni che durante le condizioni ordinarie occupano il primo posto. E arrivati all’essenziale del lavoro non abbiamo trovato né gli incentivi né lo sfruttamento: abbiamo trovato una parola abusata, logorata, offesa; abbiamo trovato la parola amore.
E siamo rimasti senza fiato, non pensavamo che il lavoro fosse, veramente, questo, quella cosa che ci fa di poco inferiori agli angeli (Salmo 8). Il lavoro è la più alta forma di amore scambievole e di reciprocità che la civiltà moderna ha realizzato su larghissima scala. Sarà anche questa rivelazione del lavoro una delle eredità di questa grande crisi.
Un amore civile, non romantico, a volte anonimo, ma fedele all’antica etimologia economica di carità – ciò che costa, che è caro perché vale. In questi mesi non c’è stato nulla di più caro del lavoro. Ci vogliamo bene in molti modi, ma nella sfera civile non c’è amore più serio e grande del lavoro, del lavorare gli uni per gli altri, gli uni con gli altri.
Presto dimenticheremo molto di questo tempo, forse dimenticheremo quasi tutto. Ma non dimentichiamo il lavoro svelato.
Buon Primo Maggio.
Luigino Bruni




