
BORGO SAN LORENZO – Sono sincero. Son rimasto sorpreso, e anche piuttosto amareggiato, per alcuni commenti all’articolo dedicato all’eutanasia e alla bocciatura del quesito referendario (articolo qui).
E mi sono chiesto: perché oggi è così difficile confrontarsi e ci si rifugia subito nell’insulto e nell’attacco personale sprezzante?
E mi sono chiesto: perché oggi è così difficile confrontarsi e ci si rifugia subito nell’insulto e nell’attacco personale sprezzante?
Il giovane segretario del PD Francesco Tagliaferri ad esempio non ha trovato meglio che accusare di “scarsa professionalità”. E con ciò ha chiuso il discorso aggiungendo che “confronto e dialogo nel merito ad un argomento del genere non può certo essere materia di un commento su Facebook”. Un modo singolare per discutere, quello di sollevare – peraltro in modo assolutamente infondato – una questione di giudizio personale – perfino un pelino offensivo – senza voler entrare nel merito.
Poi leggiamo un altro commento dove ci becchiamo semplicemente un “siete dei fanatici”, un altro ancora di “medievali” e un altro ancora di “fascista”.
Che dire? Per quanto mi riguarda non ho insultato nessuno. Nessuna invettiva, e nessuna accusa. Ho cercato di esprimere, come già avevo fatto tempo fa (Eutanasia, non apriamo quella porta e Ancora sull’eutanasia. Il catechismo non c’entra) un pensiero, dei timori, dei dubbi. Il timore che varcare il confine del dare la morte sia quantomai pericoloso. Perché la morte la dà la natura, e una persona non può essere parte attiva nel spegnere la vita di un’altra persona. Mai. Anche perché chi è che giudica e decide quando è possibile o meno? Basta la richiesta di morire? Son confini labili, terribili, dolorosi.
Credo sia doveroso approcciarsi al tema del fine vita senza slogan e scorciatoie. Credo sia doveroso ripensare ai temi dell’accanimento terapeutico e delle cure palliative. E credo si debbano trovare strade per un confronto più sereno, meno manicheo e meno superficiale.
A leggere certi commenti su Facebook mi rendo conto però che questo è un auspicio parecchio utopico. Perché oggi sembra che ci si senta realizzati solo se si urla e si punta il dito, in tifoserie dove conta più insultare il “nemico” che vincere la partita. E la partita, ovvero una società più coesa, più pacifica, più giusta, la si vince solo se si sa giocare di squadra, se si prova ad essere comunità. Con qualche valore comune, a cominciare dal valore della vita umana e della sua dignità.
Paolo Guidotti
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 22 Febbraio 2022





2 commenti
Si torna sempre lì: una volta ci si portava tutti più rispetto (umano?…) a cominciare dalla famiglia dove ci si manda a fa’n cu.. anche da parte dei più piccini verso genitori e nonni.
Il rispetto è possibile laddove ci sono, al contempo, un’identità certa e una capacità di tollerare la frustrazione di un contraddittorio. Se mancano questi aspetti, la parola intesa come mediatore salta, e le parole diventano come schiaffi, agiti anché pensieri