
MUGELLO – Di recente anche a Borgo San Lorenzo si sono visti banchi per la raccolta delle firme per richiedere il referendum sull’eutanasia, promosso da associazioni vicine ai radicali. E mi è capitato di interloquire con i due che mi sollecitavano a firmare. Il loro atteggiamento, in verità un po’ spavaldo e furbetto nell’uso di parole-slogan, mi ha -confesso- rattristato e preoccupato.
Perché qui si sta trattando un tema parecchio importante e delicatissimo. Si ragiona cioè di togliere la vita a una persona. Di ucciderla, con una sostanza, perché te lo chiede. E’ questo il contenuto del referendum: depenalizzare l’omicidio del consenziente. Eutanasia attiva.
E’ un tema che sbaglieremmo a brandire colpi di ideologia, senza invece approcciarlo con tremore e pudore.
La parola d’ordine, per chi vuole consentire l’eutanasia, è “libertà di scelta”. Dobbiamo essere liberi di scegliere, ci viene ripetuto. Liberi fino alla fine. Ovvero fino alla morte.
Ma siamo sicuri che sia tutto così semplice e lineare? Domandiamocelo. Siamo davvero liberi quando siamo preda della disperazione o della depressione? Sarà un progresso chiedere di essere uccisi? Di farla finita?
Nella vita non c’è mai una libertà assoluta. Tanti sono i condizionamenti, i legami -anche positivi-, i rapporti. E spesso si sbaglia valutazione, decisione, scelta. La scelta di chiedere di farsi uccidere sarà irreversibile. E la più drammatica. Per chi la subisce, per chi la compie, per chi ti è familiare e amico.
Nessuno nega che certe malattie portino a situazioni di dolore atroce. Certe sofferenze sono davvero durissime da accettare. Ed è qui che gioca un ruolo importante la medicina palliativa. Anche in Mugello abbiamo esperienze davvero belle, di medici e infermieri che in questo settore operano con grandissima umanità ed efficacia. Ormai stiamo capendo che l’accanimento terapeutico è un grave errore. E sappiamo che c’è un momento oltre il quale è inutile insistere. Ma il malato terminale va curato e accompagnato, non ucciso.
Ma se è lui a chiederlo…, diranno i fautori dell’eutanasia. Chi di noi, se vede una persona che cerca di buttarsi da un balcone, non cercherà di fermarla? Chi è disposto a dare una pistola a chi manifesta sentimenti suicidi? Il referendum questo chiede: di rendere lecito il premere il grilletto contro una persona che te lo abbia espressamente chiesto.
Se tale mentalità diventerà prevalente l’umanità sarà peggiore. Ancor più individualista. Perché il soffrire e il morire sono momenti ineliminabili dell’esistenza. E vanno affrontati in un contesto di umanità, di solidarietà, di vicinanza. Contrastando la disperazione che viene dal sentirsi soli. Lo abbiamo detto spesso in questi mesi: una delle cose più terribili del Covid è stato, per tante persone, il morire in solitudine, lontani da chi ti vuol bene, senza una mano che stringe la tua, senza qualcuno che ti accarezza la testa.
E ora qualcuno vorrebbe convincerci che è un progresso uccidere l’incurabile, quello che non ha più speranza, o anche solo chi è disperato per paura.
Uccidere per compassione non si può. Può capitare, in situazioni particolari ed estreme, ma tutt’altra cosa è farla diventare la regola. La compassione è vita, non morte.
Qualcuno pensa che chi difende il valore assoluto della vita umana lo faccia solo per motivi religiosi. Invece è un concetto patrimonio dell’umanità, di credenti e non credenti. Anche perché oggi ripetere a noi stessi e insegnare ai giovani che il primo comandamento è “Non uccidere”, è quanto mai necessario. Altrimenti ci sarà sempre qualcuno che troverà, pur aberranti, le giustificazioni per togliere la vita al diverso, al disabile, a chi non la pensa come te e vedi come nemico, o consideri inferiore. Come fermeremo la mano del boia se iniziamo a fare distinzioni, e a consentire di spegnere una vita umana? Una società basata sul dio denaro in questo è fortemente a rischio: perché smettere di curare chi ha oltrepassato una certa età è tentazione già emersa anche di recente. E certo accelerare la morte di persone comunque improduttive, che gravano sul sistema socio-sanitario, anziane e malate, o gravemente disabili sarebbe un bel risparmio. Ma sarebbe orribile e disumano. Oggi più che mai bisogna imparare invece a pensare che la vita umana è valore assoluto. Solo questo è il baluardo per ogni tipo di violenza assassina.
L’eutanasia uccide due volte. Uccide il malato, ma uccide anche chi la compie, chi l’accetta, chi la propone. Perché spegne nel cuore quella compassione che sarebbe necessaria. Compassione significa “patire insieme”, in modo solidale. E anche la sofferenza del proprio caro, pur nel dolore, fa crescere, forma, ti fa capire cose che prima non capivi. Questo passaggio della sofferenza e della morte si pretenderebbe invece di cancellarlo, di eliminarlo dai nostri occhi. Ma è una pretesa illusoria. E voler essere padroni assoluti della nostra vita e della nostra morte è altrettanto illusorio.
Così, aggiungere un altro varco alla cultura di morte che già ci infesta, sarebbe oltremodo pericoloso, e saremmo ancor più intossicati e resi ciechi. Meno solidali, più cinici, più soli. No, per favore, non aprite quella porta.
Paolo Guidotti
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello –1 Settembre 2021
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2 commenti
come fate a pubblicare un articolo simile,provo orrore per chi definisce l’eutanasia una cultura di morte.Per me è un atto di amore e lbertà .
Basterebbe conoscere l’etimologia della parola…