MUGELLO – Anche in Mugello ci sono alcune aziende che si sono riconvertite ad una produzione diversa. Fabbricano bombe, o pezzi per vari armamenti. Andrea Banchi prende spunto da questa nuova situazione, per fare alcune riflessioni sulla produzione di armi, oggi sempre più richieste e commerciate.
Casualmente qualche giorno fa ascolto un colloquio tra due signore:
– Come stai?
– Ora bene, grazie. Lo sai? abbiamo ripreso a lavorare.
– Mi fa piacere. Ma mi dicesti che non c’erano più ordinazioni. E allora che fate?
– Facciamo le bombe!
– Come?
– Si, le bombe. Per la guerra.
Da questo scambio ho tolto il nome dell’azienda presso cui lavora l’operaia che ha ripreso l’attività, forse dopo un periodo di cassa integrazione. Non è questa per me la notizia interessante, vedremo poi perché. Si tratta comunque di un’impresa metalmeccanica sita nella nostra zona. Peraltro non è certo l’unica che svolge produzioni belliche nel Mugello.
Che il superamento d’una difficoltà lavorativa sia offerto dalla produzione di armi è ormai un elemento di quotidianità che s’accompagna ad una realtà di guerra che sembra ormai riempire stabilmente i nostri giorni. Ucraina, poi Gaza, poi Iran. Almeno per le guerre note sui giornali e rammentate in televisione, senza che tutte le altre meritino neppure un titolo …
Vorrei invece svolgere una riflessione sul riarmo, sull’industria bellica, sul nostro futuro.
Alcune domande inevitabili
1. Poiché parliamo di aziende in grado di svolgere produzioni di qualità tecnica elevata, occorre capire se la smania di riarmo di cui è pieno il dibattito politico a livello internazionale sia semplicemente la modalità con cui si superano stasi produttive non di singole ditte, ma di settori industriali ampi nei paesi manifatturieri europei. Ne abbiamo sentito parlare a proposito della Germania che ha previsto investimenti massicci (114 mld di euro nel 2025), ma forse è così anche per l’Italia?
2. Quanto costano le armi? Quanto costa fare la guerra, soprattutto con riferimento alla spesa per impieghi virtuosi e pacifici che affrontino i problemi gravi delle popolazioni povere ?
3. Non sarà che ormai per i prodotti ad alta tecnologia e con apparecchiature digitali complesse non si possono più distinguere, con un confine netto, utilizzi pacifici e usi invece di guerra? Ricordavo al proposito le recenti discussioni avvenute nelle università europee in cui, volendo boicottare Israele per gli stermini palestinesi, si affermava che ogni progetto sperimentale in atto, con la collaborazione di università israeliane, aveva sia versioni operative belliche sia versioni per altre attività.
4. Riteniamo che per il riarmo in corso le responsabilità siano tutte e solo degli statisti, dei capi supremi che prendono le decisioni, in quelle che un tempo chiamavamo “le stanze dei bottoni” ?
Infine un ultimo interrogativo, quello decisivo: ma che futuro pensiamo di costruire con tutte queste armi, presentate come indispensabili strutture di difesa per un mondo più sicuro?
Vediamo se c’è anche qualche risposta … anche se non definitiva
1. L’Italia ha messo nel bilancio 2026 uno stanziamento di 32,4 mld di euro per la difesa. L’anno scorso ha aumentato la spesa militare del 20%. In buona compagnia, visto che l’Europa l’ha incrementata del 14%. Nel mondo c’è stato un nuovo record di spesa per le armi: 2.887 mld di dollari, il 2,9% in più rispetto al 2024. Sono ormai dieci anni che si supera la spesa dell’anno prima, con il 41% complessivo d’aumento rispetto ad allora (dati SIPRI).
Nel quadro stagnante della nostra industria le commesse di armamenti per uso interno e da vendere all’estero sono in ottima salute. Nel 2025 l’Italia ha esportato armi per 9 mld e 164 milioni di euro (+ 19,14% rispetto al 2024) verso Kuwait, Germania, USA, Ucraina, Francia, Regno Unito, Turchia e altri paesi, violando però la legge 185/90 che impedisce la vendita a paesi in guerra (Ucraina e Israele). Tra le aziende produttrici Leonardo, Iveco, Rwm Italia, Mbda Italia, Fincantieri (dati Rete Italiana Pace e Disarmo).
Secondo le stime SIPRI il commercio internazionale di armi italiane è aumentato del 157 % nell’ultimo quinquennio (portandoci al 6^ posto nel mondo). Non male per un paese che ripudia la guerra!
2. Lo scrittore Alessandro Ghebreigziabiher (Comune-info.net, 1 maggio 2026), ha conteggiato ad aprile 2026 il costo globale combinato delle guerre in Ucraina, in Medio Oriente (Israele-Gaza-Libano) e tra Stati Uniti e Iran, escludendo tutti gli altri conflitti nel mondo, pari a circa 2.300 mld di dollari.
Aggiunge Ghebreigziabiher, che l’ONU ha stimato un costo annuale di 30-50 mld di dollari per porre fine alla fame e alla malnutrizione, tra programmi di accesso al cibo, investimenti in agricoltura e interventi per la nutrizione infantile; l’Organizzazione Mondiale della Sanità e la Banca Mondiale un costo di circa 200-370 miliardi di dollari all’anno per estendere l’assistenza sanitaria di base a tutti gli abitanti del pianeta; l’Unesco una spesa tra i 40 e i 100 mld di dollari all’anno per garantire l’istruzione (primaria e secondaria) a tutti i bambini a un livello di qualità apprezzabile nei Paesi a basso reddito e ancora l’OMS e la Banca Mondiale un valore di 100-150 mld di dollari all’anno per assicurare l’accesso universale all’acqua potabile sicura e ai servizi igienico-sanitari. Totale circa 600 mld di dollari annui.
Dunque con i soldi spesi a massacrare vite potremmo contrastare i principali drammi dell’umanità per almeno i prossimi tre anni, commenta Ghebreigziabiher. E l’aspetto più tragico, assurdo e folle di questa vicenda, è che in tal modo andremmo a contrastare sul nascere le principali cause della maggior parte dei conflitti nel mondo.
3. Gli scienziati ritengono che le produzioni ad alta tecnologia digitale rientrano quasi tutte nella categoria delle tecnologie a duplice uso (dual use), ovvero è difficile distinguere tra usi pacifici e bellici. Il motivo è che i componenti software e hardware sono identici, indipendentemente dal contesto in cui vengono applicati.
La maggior parte dei dispositivi e software digitali moderni nasce per il mercato civile. Tuttavia, gli stessi algoritmi, sensori e sistemi di calcolo possono essere facilmente adattati per scopi bellici. Esempi di tecnologie nate in ambito militare e poi adottate nella vita di tutti i giorni sono Internet e il GPS. Viceversa, l’Intelligenza Artificiale, i droni o l’informatica quantistica vengono sviluppati in ambito civile, ma contengono un’enorme valenza strategica per la difesa.
In conclusione non è il prodotto in sé a essere bellico, ma il suo utilizzo finale. Un’infrastruttura Cloud o un sistema di telecomunicazione satellitare può essere usato per un’operazione di soccorso umanitario o per coordinare attacchi sul campo di battaglia.
4. Come siamo giunti a decidere di riarmarci per garantire la sicurezza e la difesa? Soprattutto in Europa negli ultimi anni si spende moltissimo, eppure si tratta di democrazie, non di dittature. E’ l’effetto dell’aggressività russa con l’attacco all’Ucraina, o forse il sovranismo montante in varie nazioni del continente, o ancora il ricatto americano di Trump che accusa l’Europa di non finanziare sufficientemente la NATO ?
I motivi sono dunque diversi, intrecciati e anche complessi, rimane però il fatto che i popoli non possono accusare le élite al comando, se le hanno democraticamente elette approvando in modo esplicito che il tema della sicurezza va declinato militarmente. Il caso spagnolo dimostra che ci potevano essere scelte diverse, e che la dimensione di spesa per le armi diventa inevitabilmente alternativa rispetto al welfare che caratterizza i nostri paesi (istruzione di base a tutti, sanità universale, pensioni, sussidi ecc.).
Infine pensiamo davvero che ci sia un futuro di progresso in questa scelta? Negli ultimi anni la moltiplicazione dei missili, dei droni armati, delle bombe ha condotto a maggiore equilibrio internazionale oppure allo sviluppo esponenziale dei guadagni di chi li produce?
Dobbiamo convenire che il declino statunitense e il consolidarsi della potenza cinese sta avvenendo in un contesto più povero di relazioni multilaterali, in cui ONU e altri organismi internazionali sono boicottati e posti ai margini delle decisioni d’influenza territoriale. Dobbiamo attendere ancora che “la terza guerra mondiale a pezzi” dia dimostrazione di quali sconquassi sono in grado di causare i nuovi padroni del mondo?
Sarà chiaro a questo punto che la curiosità iniziale delle industrie che nel Mugello lavorano nella produzione di armi è l’ultimo problema che abbiamo. Però esiste anch’esso: non c’è altro modo di guadagnarsi la vita per un mondo che vorremmo con orgoglio lasciare ai nostri nipoti?
Andrea Banchi
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 7 giugno 2026




