
MUGELLO – “Torna la voglia di ricordare. Di ricordare come eravamo. Di ricordare le amicizie di un tempo. Quasi un voler rivivere le sensazioni di un tempo, una sorta di tuffo nel passato”: spiega così il borghigiano Gianluigi Indiani l’improvviso boom di partecipanti, ormai quasi ottocento, a un gruppo Facebook, nato in sordina, su iniziativa di Marco Santini, dal nome anch’esso molto borghigiano “Pallino e l’Ape”. Perché Pallino è il mitico bar di piazza Garibaldi, e l’Ape, è l’Ape Regina, un locale di pizzeria e ristorante su viale Kennedy, da anni chiuso.
“Il gruppo – spiega Marco Santini – è nato nel 2011 con lo spirito di ricreare una specie di bar mediatico dove scambiare quattro chiacchiere, pensieri, immagini e anche ricordi dei tempi in cui il nostro primo social era il Bar di Pallino. Il gruppo è dedicato a quattro amici che non ci sono più, quattro amici molto conosciuti e amati negli anni ’70, che sono il Pesta Carlo Panchetti, il Cester Giuseppe Cianferoni, il Ciaba Gabriele Cipriani e il Beca Paolo Santini. Rimasto per diversi anni senza suscitare molto interesse, è stata la morte di Luciano Barletti “Pallino” a suscitare un vero bumbum mediatico, alcuni hanno iniziato a condividere post e foto e da 30 iscritti in pochi giorni siamo arrivati a oltre 900″.
“Oggi – riflette Indiani – siamo sempre più soli, in un mondo che ci costringe a correre, che ti fa spendere, che ti spreme. Prima i tempi erano più dilatati. Uno spazio come questo gruppo te lo fa rivivere, ti fa rivivere un mondo diverso, che è scomparso. Rivedi il Borgo di un tempo, i volti di un tempo, quasi il desiderio di uscire dalle cerchie ristrette di oggi, la curiosità di confrontarsi con esperienze diverse. Questo gruppo affascina anche i giovani, che rivedono e scoprono come era il mondo dei loro genitori, mentre i più anziani è come se tornassero a quei tempi. E’ un fenomeno sociale sempre più evidente, questo desiderio del ricordo del passato. E anche il moltiplicarsi delle cene di classe, a distanza di trenta o quaranta anni, lo testimonia…”

Pallino e l’Ape, di Marco Santini
Pallino non è un punto, non è un luogo, è dove si intrecciano le loro storie di giovani.
Siamo negli anni 75/80 in un paese della provincia fiorentina, dove si lavora nel commercio, qualche industria e intorno tanta campagna. Un gruppo di giovani più o meno studenti, sceglie un bar nella piazza centrale, il “Bar Pallino” come fulcro dei loro incontri e questo luogo diventa il centro della loro vita sociale. Da Pallino si va dopo la scuola, ma a volte anche durante, si va prima e dopocena, prima della discoteca e del cinema, ma soprattutto si va appena possibile per stare con gli amici e un ritrovo abituale, un amico c’è sempre. Siamo in un periodo dove ancora non esiste il telefonino, niente internet e niente Facebbok.
La famiglia, lo studio, sono pause di Pallino, è là che si arriva con la nuova auto, si parte per scollinare in città, oppure si sta fino a notte fonda seduti in cerchio come in un accampamento indiano a raccontare storie di viaggi, avventure amorose. Si ascoltano i racconti dei più grandi, si lasciano a bocca aperta i più giovani.
Da Pallino prima o poi ci passano tutti. ci passano i genitori che ti vorrebbero a casa a studiare, ci passa il prete che ti vorrebbe in chiesa, ci passano i carabinieri che cercano una moto che ha calato i ponti a folle velocità. Ci passa la ragazza che diventerà la donna della tua vita, la madre dei tuoi figli.
E dopo Pallino, anche se è tardi non si va a letto, ma si va a chiudere la serata con una spaghettata nel ristorante a gestione familiare che si chiama Ape Regina. Beppe il boscaiolo e il titolare, i figli gemelli, detti gli uguali sono i camerieri che corrono tra i tavoli e la cucina passando per la porta stile western e in cucina c’è lei, la cuoca, la vera regina dei fornelli, la moglie di Beppe. La pendola rintocca l’una di notte e tutti all’unisono si alzano in piedi e cantano: “t’adoriam ape regina … t’adoriam ape d’amor” e cantano ancora in coro finché la cuoca non esce fuori e allora tutti brindano e applaudono alla cuoca.
Questa è la storia di un gruppo di amici, una compagnia di ragazzi e ragazze che crescevano in un ambiente sano, con qualche raro spinello, qualche bicchiere di vino rosso ma senza esagerare, insomma ragazzi con la testa sulle spalle, impegnati a scoprire la vita, cercando di passare nel migliore dei modi la loro bella gioventù. I bambolottini così li chiamava qualcuno, per sottolineare quando fossero coccolati dai loro genitori che non facevano mancare un’auto sotto il culo, qualche soldino in tasca e tanta libertà, ma vigilata alla giusta distanza.
Così i bambolottini crescevano tra vacanze al mare, settimane bianche in montagna, viaggi all’estero, e tante serate trascorse insieme a divertirsi e in ogni istante del loro tempo libero e ne avevano abbastanza, vivevano intense esperienze sempre partendo da Pallino e concludendo la giornata con una piatto all’Ape.
I Bambolottini era l’unione di diverse storie, di diverse età, da Nando il più “vecchio” del ’52 tipo introverso, di gran stile, perfetto nel vestire, compagno leale e fidato, c’era il Luna del ’56 molto lunatico, lo scaltro Cesello che come il nevrotico Jimmi Pinza era del ’57, il nucleo del gruppo era del ’58 con il Gherro forte e disposto a tutto per un amico, il Pesce sportivo e dinamico e i due Gigi: Gianluigi più tranquillo posato sul tè e le caramelle di menta, Luigi portatore delle nuove tendenze, il riccioloso Pietro, simpatico, dalla battuta sempre pronta, poi c’erano i più giovani Simone grande esperto di musica amante dei Rolling Stones tanto da assomignare a Mike e il Pesta del ’61. E le bambolottine erano le ragazze del gruppo, ragazze belle e capaci di tenere testa alle mille risorse dei maschi e anche se non sembravano loro a dettare le danze: Grazia e Patrizia che si muovevano da Luco, Rita la cittadina all’avanguardia grande amica della Barubia caparbia e tenace, la Paolina molto educata e tranquilla, la bionda e bella Nadia e l’Angela.
Questi più o meno erano i componenti del gruppo dei bambolottini, un gruppo aperto nel senso che ognuno si faceva le proprie esperienze, se ne andava, si allontanava ma prima o poi tornava a raccontare alla compagnia la sua esperienza. Aperto perché spesso entrava qualcuno nuovo e ne frequentava le abitudini, ma poi non reggeva il ritmo e ne usciva come era arrivato lasciando un ricordo una parte di quelle che oggi sono le storie di gioventù.
Marco Santini
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 23 marzo 2016



